Riprovarci con gli audiolibri

Beppe Severgnini loda l'ascolto dei libri, e un formato che in Italia nessuno è mai riuscito a far funzionare come negli Stati Uniti

Jonathan Franzen legge il suo nuovo romanzo "Purity" alla fiera del libro di Francoforte, 15 ottobre 2015. (Alexander Heinl/picture-alliance/dpa/AP Images)

Beppe Severgnini sull’ultimo numero della Lettura – l’inserto culturale domenicale del Corriere della Sera – ha scritto dell’importanza di leggere libri ad alta voce e di ascoltarli: che si tratti di letture pubbliche da parte degli autori (i cosiddetti reading) o degli audiolibri, che all’estero hanno avuto un certo successo ma che in Italia stentano a funzionare. Severgnini racconta di aver cambiato idea sul lavoro di un autore dopo averlo ascoltato leggere la sua opera (per esempio di aver amato di più l’irlandese Seamus Heaney e di meno lo statunitense Jonathan Franzen), e di aver trasformato grazie agli audiolibri il tempo trascorso in auto in un «master letterario»: ascoltando per esempio Nanni Moretti leggere I Sillabari di Goffredo Parise, e America di Franz Kafka letto da Francesco De Gregori.

La prima pagina della nostra vita non l’abbiamo letta. L’abbiamo ascoltata. Così accadrà, probabilmente, per l’ultima pagina. Non c’è niente di sorprendente nel successo della lettura pubblica, non c’è niente di rivoluzionario nella lettura orale. Si tratta di un ritorno alle origini. Ascoltare, come ha ricordato anche Wilbur Smith su “La Lettura” la scorsa settimana, è naturale e rassicurante. Ricorda il viaggio in treno: esenta da responsabilità di manovra, consente di fantasticare, permette di restare passivi senza sentirsi pigri.

Da bambino ascoltavo favole. Da papà, ne ho raccontate molte. Come autore cerco, da anni, di inserire letture negli incontri pubblici; a parte tutto è un modo per consentire l’assaggio dei nostri prodotti. Gli scrittori inglesi e americani, presentando un libro, leggono: si chiama reading. Gli scrittori tedeschi fanno la stessa cosa: si chiama lesung. Noi italiani parliamo: si chiamano chiacchere e non sempre servono allo scopo.

Tra i cinque sensi il più evocativo è l’olfatto, ma anche l’udito è un ottimo conduttore di emozioni. Un motivo del successo dei festival letterari – successo duraturo, sebbene qualcuno l’avesse considerato una moda passeggera – è questo: c’è la possibilità di ascoltare. La voce di una scrittrice o di uno scrittore non è fondamentale come quella di un attrice o di un attore (che in Italia insistiamo a nascondere dietro al doppiaggio). Ma resta importante. Ci sono autori che ho scoperto dopo averli ascoltati (il poeta francese Yves Bonnefoy); altri che ho apprezzato di più (l’irlandese Seamus Heaney); e altri che ho amato di meno (lo scrittore americano Jonathan Franzen).

(continua a leggere sulla rassegna stampa di Confcommercio)

Mostra commenti ( )