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  • venerdì 16 ottobre 2015

La divisione di Gerusalemme, spiegata

Storie e confini attuali di una delle città più contese della storia, di cui si è tornati a parlare per via delle aggressioni palestinesi nei confronti degli israeliani

Una veduta aerea della città vecchia di Gerusalemme (MARINA PASSOS/AFP/Getty Images)

Da decenni la città di Gerusalemme è uno dei punti chiave del conflitto fra Israele e Palestina, e negli ultimi giorni è tornata sulle prime pagine di tutto il mondo perché luogo di frequenti aggressioni nell’ultimo ciclo di violenze iniziato ad ottobre. I problemi nascono dal fatto che Gerusalemme per ragioni diverse è riconosciuta come capitale del proprio stato sia dai palestinesi sia dagli israeliani, che non sono riusciti a trovare un accordo sul suo status nemmeno con gli Accordi di Oslo, l’ultimo accordo politico stretto fra i due paesi e risalente al 1993. La città è abitata sia da israeliani che da palestinesi e questa coabitazione nel tempo ha generato decine di grandi e piccole dispute relative a quartieri, isolati e confini territoriali, che complicano ancora di più la già intricata questione della guerra fra palestinesi e israeliani.

Gerusalemme è abitata sia da israeliani – che compongono più o meno il 60 per cento della popolazione – sia da palestinesi, Israele però ne controlla interamente più di metà e dal 1967 occupa militarmente gran parte dei quartieri dove vivono i palestinesi. Negli ultimi giorni gli abitanti dei quartieri “arabi” si sono molto lamentati del fatto che gli israeliani hanno intensificato i controlli e reso molto complicata la loro vita. Secondo una statistica dei servizi segreti israeliani riportata da Haaretz, più dell’ottanta per cento dei responsabili delle aggressioni e degli attacchi terroristici dal 2 ottobre fino a pochi giorni fa sono abitanti dei quartieri arabi di Gerusalemme e da alcuni giorni l’ingresso ad alcuni di questi quartieri è strettamente sorvegliato dalla polizia: la sera di martedì 13 ottobre il governo israeliano ha anche deciso di inviare i soldati in diverse aree di Gerusalemme, per affiancare la polizia nel mantenere l’ordine pubblico. Secondo Israele le misure imposte in questi giorni sono necessarie per garantire la sicurezza dei suoi cittadini; secondo i critici di Israele l’aumento dei controlli fa invece parte di una lunga storia di strategie studiate per dissuadere i palestinesi a vivere a Gerusalemme e nei dintorni, e di conseguenza farla diventare completamente israeliana in maniera indiretta.

Un po’ di storia
Gerusalemme è di fatto divisa in due dal 1949, dalla fine della prima guerra combattuta fra arabi e israeliani e vinta dagli israeliani (negli anni precedenti a Gerusalemme convivevano arabi, israeliani e cristiani e l’intera zona conosciuta come Israele e Palestina era unita). L’armistizio sancì che Israele si tenesse la parte ovest della città – che ancora oggi è totalmente israeliana e ricorda molto una città “occidentale” – mentre la Giordania, che durante la guerra aveva occupato parte di Gerusalemme e dell’odierna Cisgiordania, mantenesse il controllo della parte est della città, quella palestinese, che tuttora è abitata in prevalenza da arabi. Fra Gerusalemme ovest e Gerusalemme est fu tracciato un confine, chiamato Green Line. La situazione è cambiata nel 1967, al termine della cosiddetta Guerra dei sei giorni: Israele vinse anche quella guerra e conquistò diversi territori fra cui Gerusalemme est, di cui tutt’oggi mantiene il controllo militare assieme ad un’ampia zona di quartieri limitrofi (che oggi sono stati “inglobati” nel territorio che Israele considera Gerusalemme est). L’ONU e i principali paesi occidentali non hanno mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme est a Israele, mentre invece hanno riconosciuto le conquiste del 1948: di conseguenza considerano Gerusalemme est del nuovo stato della Palestina ma occupato da Israele. La Green line da allora è il punto di partenza per le negoziazioni di pace fra Israele e Palestina.

La questione della divisione della città è ulteriormente complicata dal fatto che la cosiddetta “città vecchia” di Gerusalemme, cioè il suo centro storico, è popolato a stragrande maggioranza da arabi (e secondo un testimone sentito da al Jazeera, in questi giorni è stata militarizzata e ricorda “una zona di guerra”). Nella città vecchia ci sono monumenti e siti storici di grande importanza per le tre più importanti religioni monoteiste, e cioè l’Islam (la religione più diffusa fra i palestinesi), l’ebraismo e il cristianesimo: questo la rende dunque simbolicamente importante sia per i palestinesi che per gli israeliani.

Dentro Gerusalemme est c’è ad esempio la Spianata delle moschee, la cui più importante è la moschea di al Aqsa: è stata costruita nel luogo dove secondo l’Islam il profeta Maometto è salito in cielo. Ma nello stesso luogo, quasi duemila anni fa, sorgeva il Tempio di Salomone, principale luogo sacro per gli ebrei, distrutto dai Romani nell’assedio di Gerusalemme del 70 d.C. Del Tempio rimane solamente un muro esterno che oggi è diventato uno dei luoghi di culto più importanti per gli ebrei: è il cosiddetto Muro del pianto. Proprio una disputa sulle restrizioni decise da Israele sugli ingressi alla Spianata delle moschee sta alla base del nuovo ciclo di violenze iniziate ad ottobre. Gerusalemme, infine, è molto importante anche per i cristiani: sempre nella città vecchia sorge la Basilica del Santo Sepolcro, costruita sul luogo dove secondo la tradizione cristiana è stato sepolto Gesù Cristo: per questa ragione la città vecchia è molto frequentata da pellegrini e turisti.

MIDEAST-JERUSALEM-POSTCARDUna veduta aerea della città vecchia di Gerusalemme (MARINA PASSOS/AFP/Getty Images)

General Views of Israel and West BankIl muro del pianto (Alex Grimm/Getty Images)

Ai turisti e i pellegrini, Gerusalemme est ed ovest appaiono quasi come due città distinte: la parte ovest ha strade spaziose, tram moderni e parchi pubblici. La città vecchia e Gerusalemme est hanno invece strade strette e case e strade molto più malmesse. La città vecchia, anche in tempi di relativa “pace”, è praticamente militarizzata: ci sono diversi controlli di sicurezza per accedere al Muro del Pianto e per le viuzze piene di negozi e bar per turisti si vedono spesso gruppi di soldati israeliani armati.

Mideast Israel PalestiniansUn quartiere di Gerusalemme est (AP Photo/Michal Fattal)

A cameraman shoots Jerusalem’s new lightUn tram passa per le strade di Gerusalemme ovest (MENAHEM KAHANA/AFP/Getty Images)

La divisione, in pratica
L’occupazione di Israele ha creato una sorta di limbo per le persone che abitavano a Gerusalemme est e nel quartiere della città vecchia, limbo che in larga parte esiste ancora oggi. Gerusalemme est è scollegata dal resto della Cisgiordania e i suoi cittadini hanno una cittadinanza propria – spesso palestinese – ma un diritto di residenza permanente a Gerusalemme est e pagano le tasse al governo israeliano. Questa situazione permette loro di usufruire del sistema sanitario israeliano e di votare alle elezioni locali, e in generale di avere una vita più facile dei palestinesi che abitano in Cisgiordania per quanto riguarda andare a scuola o lavorare in Israele, o anche semplicemente muoversi con libertà fra Israele e Palestina. I palestinesi comunque si lamentano da anni che il comune di Gerusalemme non investe nelle infrastrutture di Gerusalemme est preferendo spendere soldi per Gerusalemme ovest, e che in generale vengono spesso trattati da “israeliani di Serie B”. La scorsa settimana, in seguito ad alcuni attacchi, il governo israeliano ha detto che intende revocare i permessi di residenza permanenti a 19 cittadini di Gerusalemme est sospettati di essere legati agli attacchi.

Il problema della Green Line e le colonie israeliane
Nel 2000, cioè a partire dall’inizio della seconda “intifada” – un periodo di rivolte e violenze organizzate allo scopo di indebolire Israele e costringerlo a trattare condizioni più favorevoli per i palestinesi – Israele ha iniziato a costruire dei lunghi tratti di recinzione a difesa delle proprie colonie, cioè degli insediamenti costruiti da israeliani in Cisgiordania e nella periferia di Gerusalemme a partire dalla fine del conflitto del 1948 fino ai giorni nostri. La Palestina da anni si lamenta del fatto che la costruzione di colonie e nuovi muri – il più grande dei quali verrà costruito attorno a Ma’ale Adumim, una grossa colonia a est di Gerusalemme est – stanno continuando a “rosicchiare” territorio palestinese, nella speranza di “ebraizzarlo” e quindi successivamente reclamarlo come proprio in trattative future.

ISRAEL-PALESTINIAN-CONFLICT-SETTLEMENTSLa colonia di Ma’ale Adumim (AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)

ISRAEL-PALESTINIAN-CONFLICT-BARRIERParte della barriera esistente che separa la Cisgiordania dalla colonia di Ma’ale Adumim (AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)

Le colonie costruite negli anni da Israele non sono riconosciute dalla comunità internazionale, dato che si trovano al di là della Green line, che separa anche i territori della Cisgiordania da Israele. La costruzione di colonie è uno dei motivi principali dell’inimicizia fra israeliani e i palestinesi: gli israeliani le costruiscono per presidiare e popolare una terra che secondo loro gli spetta su base religiosa e militare (molte colonie sono nei territori conquistati da Israele nel 1967), i palestinesi contestano il fatto che vengano stabilite su terre che secondo la comunità internazionale appartengono a loro. Negli ultimi anni il governo israeliano ha smesso di finanziare direttamente la costruzione di colonie, ma periodicamente permette che quelle esistenti si espandano. Molte colonie sono nate anche a Gerusalemme est e sono in pratica dei quartieri israeliani in mezzo ai quartieri arabi. Sulla base di dati pubblicati da Israele nel 2013, nelle colonie nella periferia di Gerusalemme est vivono circa 300mila persone, mentre altre 274mila vivono in colonie in territori occupati da Israele e protetti da una recinzione. Infine, circa 82mila persone vivono nelle colonie in pieno territorio della Cisgiordania.

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