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  • mercoledì 12 dicembre 2012

Scappare dalla Corea del Nord

Alcune migliaia di persone ogni anno riescono a lasciare il paese più isolato del mondo: ma spesso la loro vita non migliora, dopo

La Corea del Nord è agli ultimi posti nel mondo in tutte le classifiche per il rispetto dei diritti umani e le libertà personali, ed è notoriamente uno dei regimi più isolati e impermeabili del pianeta. Un aspetto molto poco studiato e raccontato del paese è il fatto che un piccolo numero di persone riesce ogni anno – ogni giorno – a lasciare il paese, attraverso viaggi estremamente rischiosi: le loro vite fuori dalla Corea del Nord, però, restano spesso dure e pericolose.

La giornalista americana Melanie Kirkpatrick, che ha lavorato per quasi trent’anni al Wall Street Journal e per dieci ha vissuto e lavorato in Asia, ha pubblicato da poco un libro, Escape From North Korea, che racconta la “ferrovia sotterranea” della Corea del Nord. “Ferrovia sotterranea” è un riferimento alla Underground Railroad, il sistema di sentieri e luoghi di rifugio utilizzato dagli schiavi neri degli stati meridionali degli Stati Uniti prima della guerra civile americana.

Anche se ci sono stati rari casi di fughe attraverso la Zona Demilitarizzata tra le due Coree, solitamente da parte di soldati dei posti di guardia che riescono a sfuggire alla sorveglianza dei superiori, quasi tutti i nordcoreani che tentano di scappare lo fanno attraverso il lungo confine che divide il paese dalla Cina: oltre 1400 chilometri, troppo lungo per essere controllato con efficacia. Per molti chilometri il confine è delimitato da due fiumi, lo Yalu e il Tumen, oltre che dalla montagna Baekdu, la più alta della regione (e territorio sacro per le popolazioni locali: le biografie ufficiali riportano la notizia probabilmente falsa che ci sia nato anche Kim Jong-il).

(Vita di provincia in Corea del Nord)

Da un lato del confine c’è la zona settentrionale della Corea del Nord, la più fredda e meno popolata e la più duramente colpita dalle carestie che hanno devastato il paese negli anni Novanta; dall’altra, la Manciuria cinese. Negli ultimi anni, la Cina ha iniziato la costruzione di barriere di filo spinato in corrispondenza dei punti in cui superare i fiumi Yalu e Tumen è più facile.

I percorsi per il passaggio sono gestiti da due categorie di persone radicalmente diverse, dice Kirkpatrick: trafficanti e contrabbandieri, che si fanno pagare molti soldi per il trasporto, oppure membri di associazioni umanitarie che lavorano clandestinamente. Nella zona di confine tra Cina e Corea del Nord, nonostante sia nei pressi di uno dei paesi più repressivi e impermeabili del mondo, ci sono molti più scambi e traffici commerciali di quanto ci si potrebbe aspettare: nei mercati nordcoreani sono cominciati ad apparire negli ultimi anni radio, lettori cd e altri oggetti di produzione cinese, e alcuni gruppi umanitari sono riusciti a far entrare nel paese piccoli registratori e macchine fotografiche per documentare le condizioni di vita nel paese.

(I “superdollari” della Corea del Nord)

I nordcoreani che accettano di collaborare con chi lavora al di là del confine, come raccontammo, vanno incontro a rischi grandissimi: a gennaio 2011 due operai vennero giustiziati pubblicamente perché sorpresi mentre telefonavano in Corea del Sud, comunicando il prezzo del grano nella loro provincia. Altre volte, invece, l’estrema povertà e la corruzione hanno aiutato a risolvere situazioni difficili: il rilascio di un corrispondente che attraversava il confine verso la Cina, portando con sè la registrazione di colloqui con ufficiali di partito nordcoreani, è stato ottenuto attraverso il pagamento di un riscatto a una guardia di confine.

Kirkpatrick dice che nelle regioni di confine cinesi vivono decine di migliaia di nordcoreani, per la maggior parte donne, anche se molti fuggitivi provano a fare un lungo e rischioso viaggio attraverso la Cina per raggiungere il sudest asiatico (principalmente la Thailandia, dove passano un breve periodo in prigione e sono poi consegnati alla Corea del Sud). Solo da lì possono provare a raggiungere la loro destinazione finale in cui vivono comunità nordcoreane di immigrati, che è di solito la Corea del Sud o un paese occidentale.

In Corea del Sud, chi arriva dal nord passa tre mesi in una struttura fuori da Seul e partecipa a un programma finanziato dal governo che si chiama Hanawon (che si può tradurre come “casa dell’unità” o “una nazione”). Nel paese ci sono circa 24 mila nordcoreani che sono riusciti a scappare e alcune altre comunità si trovano nei paesi vicini, come ad esempio in Giappone (in cui c’è anche una controversa associazione di coreani ufficialmente riconosciuta dalla Corea del Nord, il Chongryon, anche se non ha nulla a che fare con i fuggitivi).

La vita di chi rimane in Cina non è facile, perché molte donne entrate clandestinamente – che normalmente, come tutti i nordcoreani, non parlano cinese – vengono vendute come spose in matrimoni combinati o come prostitute. Oltre a questo, chi scappa non ha la possibilità di ottenere asilo politico o di vedere riconosciuto in qualche modo il suo status di immigrato: la polizia cinese rimpatria i nordcoreani, che sono definiti “immigrati per motivi economici”, senza tener conto del fatto che in Corea del Nord chi ha provato a scappare viene trattato con estrema durezza e in molti casi rinchiuso nella decina di campi di prigionia per oppositori politici o in quelli di “rieducazione” per criminali, che secondo alcune stime contengono alcune centinaia di migliaia di prigionieri.

Le punizioni più severe sono per coloro che hanno avuto contatti con gli operatori delle organizzazioni umanitarie sudcoreane o occidentali, oppure per chi ha provato a raggiungere un altro paese oltre alla Cina. Per avere prove di questo i nordcoreani possono contare sulla collaborazione delle autorità cinesi, che spesso rispediscono indietro i fuggitivi con un fascicolo personale.

Per la Corea del Nord lasciare il paese senza il permesso ufficiale – impossibile da ottenere, per la gente comune – è un reato. Con l’arrivo al potere di Kim Jong-un, lo scorso anno, le cose sono peggiorate: il nuovo dittatore ha subito rivolto l’attenzione ai fuggitivi – un fenomeno che comunque riguarda poche migliaia di persone ogni anno, su 24 milioni di abitanti del paese – e tra i suoi primi provvedimenti, nel dicembre 2011, c’è stato quello di ordinare alle guardie di confine nel nord del paese di sparare a vista su chi prova ad attraversare i fiumi Tumen e Yalu che dividono il paese dalla Cina.

Un soldato nordcoreano di pattuglia lungo il fiume Yalu.
Foto: FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images

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