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Vita da presidente

Il bell'articolo su Vanity Fair di Michael Lewis, che è stato sei mesi vicino a Barack Obama e ha imparato a che ora va a dormire e come decide di bombardare la Libia

Sul nuovo numero dell’edizione americana di Vanity Fair c’è un lungo ritratto del presidente Barack Obama scritto da Michael Lewis, giornalista e scrittore (autore tra l’altro del libro “Moneyball”, da cui venne tratto il film con Brad Pitt). Lewis ha avuto accesso per sei mesi alla Casa Bianca e alla vita del presidente e ha costruito un avvincente racconto della “vita da presidente” che va dalle piccole abitudini ai meccanismi con cui Obama prende le decisioni più importanti, mettendo al centro della sua storia la scelta di bombardare la Libia per impedire che Gheddafi reprimesse con violenza le rivolte contro di lui a Bengasi (scelta che poi portò alla caduta e alla morte di Gheddafi stesso).

L’articolo di Lewis (di cui è stata discussa negli USA la richiesta della Casa Bianca di approvare i virgolettati di Obama) alterna due storie parallele: una è quella relativa ad Obama, l’altra quella di Tyler Stark, un giovane “navigatore” di un aereo da combattimento statunitense abbattuto all’inizio di quella missione. I destini dei due furono per qualche momento legati, e le conseguenze di quel che è successo all’uno sono state decisive per quel che è successo all’altro, mostra Lewis, parlandone con Obama stesso. Ma prima, Lewis parla di basket.

Barack Obama va spesso a giocare a basket con un gruppo di amici, giocatori forti: tutti quanti hanno giocato nelle squadre dell’università. Obama è il meno forte del gruppo (ha anche vent’anni più degli altri, mediamente), ma se la cava, spiega Lewis. Soprattutto urla e parla e commenta molto. Gli altri lo trattano come uno qualsiasi (“altrimenti non vengono più invitati”), occasione più unica che rara nella vita del presidente raccontata da Lewis: una volta uno gli ha anche rotto un labbro, così adesso va a giocare col paradenti («non vorremo romperci un dente a 100 giorni dalle elezioni?», dice ai suoi). Anche quello che gli ha rotto il labbro, comunque, non l’hanno più chiamato.

«Funziona che invecchiando le mie chance di fare una buona partita calano. Quando avevo trent’anni erano una su due. A quaranta erano diventate una su tre o una su quattro». Una volta Obama si concentrava sul risultato personale, ma ora che non può più ottenere grandi soddisfazioni, si dedica di più a capire come far vincere la sua squadra. Anche nel declino, cerca di conservare un’importanza e un senso del suo ruolo.

A bordo campo c’è Martin Nesbitt, che è «il mio migliore amico», dice Obama. Oggi ha una società di parcheggi aeroportuali ma conobbe Obama giocando a basket assieme quando erano entrambi a Chicago. Non seppe niente dei suoi successi politici per molto tempo, e quando Obama gli regalò il suo libro “I sogni di mio padre” lo mise in uno scaffale pensando se lo fosse fatto da sé. “Marty” sta a bordo campo, e tiene il tempo.

La giornata di Obama, basket a parte, ha due fili conduttori, spiega Lewis. Uno è la serie impressionantemente varia di impegni incessanti, che vanno dall’affrontare la crisi di un attentato a incontrare un bambino malato terminale che ha chiesto di conoscerlo, con una capacità incredibile di spostare la propria concentrazione da uno all’altro. L’altro è – la sostanza dell’essere presidente, spiega Obama – il dover continuamente prendere decisioni.

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