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Abercrombie & Fitch passa di moda
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Abercrombie & Fitch passa di moda

La catena di abbigliamento statunitense che ha colonie di adoratori anche da noi ha perso un terzo del suo valore di mercato, ed è accusata di essersi seduta su un'immagine superata: quindi ci prova in Asia

3 settembre 2012

La marca di abbigliamento statunitense Abercrombie & Fitch ha perso nello scorso anno un terzo del suo valore di mercato, con vendite in calo sia in Europa che negli Stati Uniti. E la colpa, racconta BusinessWeek questa settimana, sembra essere proprio dell’immagine del marchio, che non è riuscito a rinnovarsi e a intuire i desideri delle nuove generazioni, millennials compresi: atmosfera da discoteca e commessi mezzi nudi non convincono più. Risultato: lo scorso anno 71 negozi negli Stati Uniti sono stati chiusi ed entro il 2015 ne scompariranno altri 180. Le entrate di Abercrombie, che ora ha 1055 punti vendita in tutto il mondo (uno in Italia, a Milano), sono diminuite del 2,5 per cento nel primo semestre del 2012 e per i prossimi sei mesi sono previsti risultati anche peggiori.

Un’inversione di tendenza mai vista prima nella storia del marchio, nato nel 1892 come rivenditore di abbigliamento sportivo ed escursionistico. Mike Jeffrey, 68 anni, attuale presidente e amministratore delegato dal 1992, era riuscito a convincere i ragazzini americani a pagare qualche cosa in più per jeans e felpe con il cappuccio convincendo i loro genitori della buona qualità dei prodotti, costruendo una nuova immagine per la società. La formula di Jeffrey, che comprende pubblicità ammiccanti, esibite scritte del brand su tutti i capi e un esercito di adolescenti bellocci come commessi, ha funzionato molto bene dal 1995 al 2008: guadagnando un grande fascino anche presso i teenager italiani, per i quali prima è cresciuta una mobilitazione intercontinentale di acquisti nei negozi americani (con lunghe file quasi solo di italiani e spagnoli fuori dal negozi sulla Quinta Strada a Manhattan) e poi è arrivata l’apertura del negozio milanese, che oggi spande il suo caratteristico e svenevole profumo intorno a un isolato di corso Matteotti.

(Il problema di Saville Row con Abercrombie & Fitch)

Marcie Merriman, fondatrice di PrimalGrowth, (una società di consulenza e strategie commerciali che ha come clienti Victoria’s Secret e Limited Brands) nell’articolo di BusinessWeek spiega: «Gli adolescenti di oggi sono radicalmente diversi da quelli di un tempo. Hanno infinite possibilità di scelta e rifutano le divise. Hanno una marea di opzioni grazie ai negozi come Forever21 e Hennes & Mauritz (H&M), grazie al web e ai social media riescono a ideare uno stile molto più individuale. Abercrombie potrebbe rispondere al desiderio di distinguersi di questa generazione, ma i suoi prodotti di oggi non riescono a comunicare nulla di tutto ciò».

Una rivale di Abercrombie, American Eagle Outfitters (AEO), che ha aumentato le vendite del 17 per cento nel primo trimestre dell’anno e del 9 per cento nel secondo, è riuscita ad inserire nella sua collezione articoli di moda come le camicie con il colletto alla Peter Pan, mentre Abercrombie continua a proporre le stesse magliette da 30 dollari. David Maddocks, ex direttore marketing di Converse che ora gestisce una società di consulenza, critica la strategia commerciale dell’azienda fin dai suoi cartelloni pubblicitari: «Ci sono un ragazzo e una ragazza poco vestiti. E vuoto, non c’è un’idea di base».

A qualcuno però i commessi modello e la musica ad alto volume continuano a piacere: dopo il periodo del successo sudeuropeo ora è il momento dell’Asia. Il punto di forza di Abercrombie ora è il negozio di Hong Kong, che ha aperto ad agosto e nei suoi primi cinque giorni ha incassato più di un milione di dollari. Ora l’azienda di Jeffrey sta pensando di aprire altri punti vendita in Cina e nel Medioriente. «Anche se – commenta Martin Lindstrom, autore di Buyology: Truth and Lies About Why We Buy -  in un mondo così iperconnesso non ci vorrà molto tempo perché il marchio perda tutto il suo fascino anche tra gli adolescenti  di Dubai e Shanghai».

L’apertura del negozio di Abercrombie & Fitch a Hong Kong (Laurent Fievet/GettyImages)

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  • bomben

    una buona notizia

  • citizenmanu

    beh all’estero guadagnano decisamente di più di quanto guadagnino in America. Nel sopracitato negozio di articolo con 100 dollari ho preso una maglietta, dei bermuda e una camicia. Prezzo basso, qualità elevatissima e tessuto bello grosso. Con 100 euro al negozio di Milano è tanto se prendi una felpa.
    Poi vi svelo un trucco: quello della coda. Lo fanno per puro ordine, non perché effettivamente ci sia la calca: dentro il negozio è semi vuoto, così i clienti all’interno hanno tutto il tempo e la tranquillità per comprare tutto quello che vogliono senza far code ai camerini, né alla cassa, né ai vari piani.

  • brattaman

    L’isolato del negozio di Milano non è via Manzoni, ma Corso Matteotti.

    Grazie, lapus sulle emme. Corretto

  • wizard

    Quando vado in America un salto da Abercrombie & Fitch è d’obbligo, ma non per l’abbigliamento (non hanno comunque la mia taglia…) ma per l’ottimo profumo Fierce. La qualità dell’abbigliamento è comunque indiscutibile, purtroppo fuori dagli Stati Uniti il costo è irragionevole (ma questo vale in particolar modo in Italia per quasi tutti i marchi di abbigliamento, per ragioni che non riesco a comprendere).
    In ogni caso è difficilissimo reinventare l’immagine di un marchio simile.

  • http://minitrue.it lordbrady

    Concordo con Bomben: è una buona notizia. E giusta punizione per chi ha osato toccare Savile Row a Londra – il tempio della classe sartoriale – aprendo un punto vendita.

  • risunobushi

    @citizen un momento. qualità dell’abbigliamento? non mi pare di ricordare che le polo, i pantaloni o le camicie siano di buona qualità. soprattutto i pantaloni e le camicie sembrano fatte di materiale ignifugo. e anche il prezzo non è proprio basso, nemmeno negli usa; se non ricordo male con 100 dollari non riesci a prendere tutte e tre le cose, le felpe costano un sacco (intorno ai 50-60, se non sbaglio).
    questo non toglie che sia un brand che per qualche hanno ha dato lezioni su come attrarre clientela (anche dall’estero); e comunque non mi preoccuperei troppo, dai gabbiani in giro per new york direi che hollister sta coprendo le perdite di A&F.

  • citizenmanu

    Sì, esatto, dell’abbigliamento. La maglietta sarà spessa 3 millimetri, la camicia l’ho lavata non meno di 50 volte e i colori sono ancora brillanti. I bermuda dopo 3 anni non hanno il minimo cedimento né strutturale né di colore (quelli levis, diese, gas dopo 2 anni sono da buttare). Qualità eccellente confermo in pieno. E in USA prezzi molto, molto bassi.

  • http://picappacappa.blogspot.com/ kappa

    @citizenmau: io invece penso che sia lo stesso meccanismo della discoteca. Creo una coda fuori anche se all’interno e’ semivuoto in modo che le persone che passano pensino: “wow questo locale/negozio e’ proprio figo! andiamo a vedere cosa propone…”

    ps. “lunghe file quasi solo di italiani e spagnoli fuori dal negozi sulla Quinta Strada a Manhattan”: meditiamo.

  • http://nuovaitalia.posterous.com/ mico

    Di fuori sembra una discoteca gay, dentro il mercato di viale Papiniano a luci spente. Prezzi come da Armani. Che pretendete?

  • risunobushi

    @citizen ah ok, in confronto a levi’s, diesel e gas sono d’accordo. la qualità della camicia di A&F per quanto mi riguarda è pessima, è pesante, plasticosa e non traspira. i pantaloni estivi sono di una pesantezza utilizzabile soltanto in olanda, in agosto (non i bermuda, i pantaloni; i bermuda non sono male). 30 dollari, per una maglietta, non sono un prezzo basso.
    Poi le linee piacciono anche a me, ma la qualità è un’altra cosa.

  • brindellone

    in effetti lo stupore per il successo degli anni passati è maggiore del declino attuale. Sono sicuramente fuori target ma (anche per lavoro, settore retail) sono passato più volte da A&F a NYC, tuttavia la musica alta, il profumo buono ma da mal di testa dopo pochi istanti e le luci cosi soffuse da risucoire quasi a osservare gli oggetti mi lasciano piuttosto rintronato e mi spingono a uscire. Vediamo cosa faranno ora questi sedicenti geni del marketing…

  • emmeallaseconda

    Una schifezza da tutti i punti di vista.
    *
    Bene così, spero che non si reinventino, né che nessuno ne voglia ricalcare le orme.

  • citizenmanu

    @risunobushi con le camicie mi ci trovo bene, certo pagata 40 dollari in america e costa 60 euro a milano.
    e 30 dollari (25 euro) per una maglietta non sono tanti, se vuoi ti faccio vedere un catalogo della Diesel o della Dsquared.

  • risunobushi

    @citizen lavoro nella moda, so quanto costano le magliette diesel e dsquared purtroppo (e rivolgo il purtroppo anche all’esistenza stessa della dsquared). non comprendo il perchè dei prezzi delle magliette in toto, e 30 dollari sono tanti sia che siano di più che siano di meno del prezzo dei competitors. non c’è ricerca dietro a una maglietta della dsquared, non c’è niente che ne giustifichi il prezzo; e sebbene ci sia almeno la volontà di rimanere fedele all’identità del marchio nelle magliette di A&F, non è qualcosa che, da sola, giustifichi il prezzo.

  • http://sfigatindie.blogspot.com/ frankie89

    I vestiti di A&F e Hollister sono banalissimi e solo i boccaloni che si fanno affascinare dal “prestigio” di un marchio e dal desiderio di omologazione possono comprarli.

  • mcstairs

    Vedo che c’è ancora molto da lavorare per far capire la differenza fra moda e stile…

  • lbreda

    Ottime notizie. In ogni caso, almeno un punto vendita è anche a Roma.

  • citizenmanu

    @risunobushi: sull’esistenza della dsquared mi pongo dei dubbi pure io, e sui relativi prezzi non ne parliamo.
    Forse perché anche quella è di proprietà della Diesel, che la considera “top brand” del gruppo. Brrrrrrr

  • gappaie

    Pensieri alla rinfusa:
    - non è fisiologico un calo delle vendite di un brand che in 10 anni ha decuplicato i propri volumi?
    - non è fisiologico che “di questi tempi” ci sia un calo delle vendite?
    - siamo certi che un calo delle entrate del 2.5% sia qualcosa di rilevante?
    - si parla del brand A&F oppure del gruppo (del quale fanno parte anche Hollister, Gilly Hicks e sottomarchietti vari)?
    - non è fisiologico che chiuda un azienda di abbigliamento con 1055 punti vendita nel mondo, ne possa chiudere il 10% nell’arco di un paio d’anni, considerando che ne ha anche aperti altri?