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  • mercoledì 9 novembre 2011

La poligamia in Libia

Limitata da Gheddafi, è stata liberalizzata dal governo transitorio e minaccia lo sviluppo della società, spiega Salon

Durante le recenti rivolte in Nordafrica e Medioriente è stata spesso espressa – fino a diventare luogo comune – la preoccupazione che i vecchi regimi totalitari venissero sostituiti da governi eletti più o meno democraticamente ma particolarmente tradizionalisti o estremisti dal punto di vista religioso. In Tunisia le elezioni sono state vinte dagli islamici moderati di Ennahda, che in campagna elettorale hanno ribadito più volte la loro estraneità a posizioni radicali ed estremiste anche se sono stati a lungo un partito fondamentalista. In Egitto la maggioranza dei seggi sarà probabilmente conquistata dalla lista che fa riferimento ai Fratelli Musulmani.

Due settimane fa Mustafa Abdel-Jalil, provvisoriamente a capo del governo di transizione della Libia, ha tenuto un discorso in cui si augurava la nascita di una nazione più pia e ha affermato che «la sharia sarà la principale fonte di legge, ogni norma che contraddice l’Islam sarà abrogata». Abdel-Jalil ha aggiunto che si deve quindi considerare nulla la legge, istituita durante il regime di Gheddafi, che poneva un tetto al numero di matrimoni che ogni uomo poteva contrarre.

La legge prevedeva che la prima moglie dovesse dare il consenso ai successivi matrimoni del marito. Si tratta di una consuetudine abbastanza frequente tra i culti religiosi in cui viene praticata la poligamia, anche se si riduce spesso a una semplice formalità e il volere della donna viene piegato nel nome di una famiglia più “santa” e completa. In Libia invece la regola era di norma rispettata e aveva contribuito a limitare i matrimoni plurimi. La prima moglie doveva dare il proprio consenso di fronte al giudice e il marito doveva avere delle ottime ragioni per ottenere il permesso di sposare un’altra donna.

Una maggiore apertura verso la poligamia in Libia sarebbe in qualche modo un problema per i governi occidentali che hanno sostenuto la missione internazionale contro la dittatura di Gheddafi, e che in questo modo avrebbero favorito l’insediamento di un governo contrario ai diritti delle donne. Anche le donne libiche, pur non dichiarandosi contrarie a una legislazione ispirata ai dettami del Corano, rifiutano la legalizzazione del matrimonio plurimo. Il New York Times ha intervistato alcune studentesse dell’università di Tripoli – che rappresentano, va detto, una piccola parte del Paese trattandosi di donne giovani e acculturate – e queste non hanno avuto esitazioni nel definire la poligamia un costume arretrato che non vorrebbero vedere applicato alla propria vita coniugale.

A fare una cattiva impressione è anche la fretta con cui un semplice governo di transizione, invece di mettersi a parlare di elezioni, propone di cambiare radicalmente le leggi esistenti, tra cui quelle che garantiscono diritti acquisiti dalle donne da decenni. Come spiega a Salon Joanna Grossman, docente di legge alla Hofstra University specializzata su questioni legali legate alla poligamia:

«Il fatto che la regolamentazione della poligamia in Libia – che richiede il consenso della prima moglie dato di fronte a un giudice e la dimostrazione da parte dell’uomo di un concreto bisogno di un’altra moglie – abbia portato a una percentuale molto bassa di matrimoni plurimi è rivelatore. La maggior parte delle mogli è chiaramente contraria alla poligamia e vuole avere la possibilità di negare il consenso. Il ritorno alla poligamia senza restrizioni priverebbe le donne di qualsiasi controllo sulla possibilità che i loro mariti prendano più mogli e ridurrebbe il loro potere all’interno della famiglia e, di conseguenza, all’interno della società».

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