domenica 8 Febbraio 2026

L’altra ragione del disastro al Washington Post

Nessuna di queste due ragioni è esauriente da sola, e in assenza dell’una sarebbe probabilmente bastata l’altra, a generare il disastro. Ma il ruolo di Jeff Bezos – come miliardario e come recente alleato di Donald Trump – aggiunge due sostanziosi “ma” al discorso fatto sopra.
Come miliardario, Jeff Bezos è del tutto nella posizione di sostenere un prodotto di informazione prezioso all’interno di un settore in crisi, coprendone le perdite e usando questa sua rara condizione per renderlo competitivo con altre testate altrettanto in difficoltà ma senza queste risorse: soprattutto perché è lui stesso ad avere sostenuto a suo tempo l’importanza del progetto informativo del Post e a non averlo considerato come un’operazione per profitto. E non sono solo retorica facile gli argomenti di chi ha ricordato polemicamente la sproporzione tra le perdite del Washington Post (100 milioni di dollari l’anno scorso) e i modi con cui Bezos spende i propri soldi in altri ambiti e per altre ragioni. Sono dati che indicano delle scelte.
Uno di questi modi di spendere i soldi porta poi a parlare dell’altra condizione attuale di Bezos, quella che rende effettivamente non solo scellerate ma scandalose le sue scelte di ridimensionamento di uno dei giornali più importanti del mondo. L’azienda di Bezos, Amazon, ha appena investito 75 milioni di dollari in un film che non ha mai previsto profitti, e non li otterrà, solo come servile favore nei confronti dell’uomo più potente degli Stati Uniti, il presidente Donald Trump. E il servilismo nei confronti di Trump ha iniziato a manifestarsi un anno e mezzo fa, con le prime ingerenze nel lavoro libero del giornale: ingerenze che da subito si sono risolte in un’enorme perdita di abbonati e di credibilità del giornale. Quindi, senza dimenticare quanto detto sopra, dell’attuale crisi del giornale è anche responsabile lo stesso editore con le sue scelte palesemente sbagliate. La contraddizione tra dettare la linea al proprio giornale e poi lamentarsi delle conseguenze commerciali di quel dettare la linea (e licenziare), non è sostenibile.

Alla fine – è nei fatti – il ridimensionamento delle ambizioni commerciali e giornalistiche, della libertà e del servizio democratico del Washington Post, è una vittoria dell’obiettivo assai proclamato di Donald Trump di indebolire o annientare i mezzi di informazione che lo criticano.

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