domenica 1 Marzo 2026

Charlie, qualcuno deve pagare

Il Pew Research Center è una non profit statunitense che si occupa di studi e ricerche sociali su vari argomenti, ma con frequenti attenzioni all’informazione. Due settimane fa ha pubblicato i risultati di un’indagine sul rapporto degli americani con le aziende giornalistiche, secondo la quale non solo la percentuale di persone che abbia in qualche occasione pagato per abbonamenti o simili ai giornali nell’ultimo anno sarebbe del 16%, ma più in generale sarebbero assai basse le percentuali di chi pensa che gli americani debbano pagare per l’informazione, mentre invece grandi maggioranze ritengono che a sostenere le imprese giornalistiche debba essere la pubblicità. E, dato forse più interessante ancora, il 71% degli americani pensa che le condizioni economiche dei giornali siano in qualche modo buone, o persino molto buone.

La ricerca è significativa per sostenere una cosa intuitivamente realistica anche da noi: ovvero che tra il pubblico ci sia una grande ignoranza sui meccanismi di sostenibilità economica dei giornali. La grande crisi che li riguarda – e che i destinatari di questa newsletter conoscono bene, sia perché ne leggono, sia perché sostengono un giornale con i loro abbonamenti – è poco percepita, ed è anche poco percepita l’idea che l’informazione sia un servizio che ha bisogno di essere compensato. In Italia – lo vediamo attraverso l’esperienza di chi parla spesso pubblicamente di queste cose – sono tantissime le persone che erroneamente ritengono (spesso con risentimento) che un contributo pubblico ingente sia assegnato a tutti i giornali, o che l’esistenza di una estesa e invadente offerta informativa ne dimostri la ricchezza.

È un altro degli obiettivi di questa newsletter, sottrarre più persone possibile a idee diffuse di questo genere, e condividere quale sia il rilievo della sostenibilità economica nella costruzione delle informazioni che riceviamo e dell’idea del mondo che ci facciamo: e quali cambiamenti e prospettive riguardino questa sostenibilità. La grande circolazione di informazione gratuita – di buona informazione gratuita – è da una parte un servizio ammirevole e necessario, che attenua i rischi di elitarismo determinati dai paywall e dalle scarse inclinazioni di molti a informarsi; ma contribuisce anche a suggerire l’idea che non ci sia bisogno di pagare il buon giornalismo, perché tanto se la cava. Invece non se la cava, e in assenza di consapevolezze da parte di tutti finisce per dare priorità a offerte informative demagogiche e deresponsabilizzanti, piuttosto che a scelte di informazione autorevole. Alla quantità (di contenuti, di lettori) piuttosto che alla qualità (di produzione, di formazione).

Fine di questo prologo.

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