domenica 12 Luglio 2026

Charlie, etica ed etichette

Definire cosa sia il “giornalismo” non ha grande importanza. Come molte altre cose, sono obiettivi, funzioni e risultati a creare il giudizio sul valore di un’attività, non le etichette che le si danno a priori. Per questo è sempre stata convincente una vecchia definizione di Jeff Jarvis, esperto osservatore e critico delle trasformazioni digitali, per il quale il ruolo del giornalismo sarebbe di “aiutare le comunità a organizzare la propria conoscenza perché possano funzionare meglio”, definizione che poi avrebbe aggiornato in “portare le comunità verso dibattiti rispettosi, informati e proficui”. Letture che ci portano a considerare quegli obiettivi come prioritari, chiunque contribuisca a raggiungerli, qualunque sia la sua professione formale.
Un’altra riflessione interessante è quali siano strumenti e approcci apprezzabili rispetto a questi obiettivi: ovvero, stabiliti i fini, quali siano i mezzi consentiti per ottenerli. In questo è interessante la riflessione più generale che si può fare a partire dalle notizie di questi giorni sulle intime relazioni di un popolare giornalista televisivo e uno screditato responsabile di imbrogli politici e reati veri e propri. Che alcuni hanno difeso sostenendo che questo genere di relazioni sia necessario al lavoro giornalistico. Non pare questo il caso, da che lo stesso giornalista ha rivendicato la relazione come una solida e profonda amicizia, non come uno strumentale contatto professionale: ma consideriamo lo stesso il dibattito teorico. C’è una insuperabile contraddizione tra due richieste che l’opinione pubblica presenta a chi svolge un lavoro giornalistico: quella di rivelare la verità, ogni verità, come giornalisti, e quella di avere i comportamenti etici e il rispetto umano che ci si aspetta da ogni essere umano in una comunità civile. Solo che le due cose sono spesso incompatibili (come ben mostrato nell’avvincente libro 
Il giornalista e l’assassino, di recente tardivamente tradotto in Italia): cosa penseremmo, per esempio, di lui quando sapessimo che un giornalista ha taciuto una verità rilevante, per proteggere un suo congiunto o amico? E cosa penseremmo di lui quando sapessimo che invece ha rivelato qualcosa che rovina la vita di un suo congiunto o amico? E cosa pensiamo che faremmo, noi, al posto suo?
Se è quindi convincente anche la tesi che associa gli approcci del giornalismo al “metodo scientifico”, di recente citata in un articolo del sito 
NiemanLab (“Science and journalism are driven by the same central motive: to better understand the world”), le cose poi si complicano quando si introducono i principi etici: quelli della scienza sono importanti e delicati, ma hanno tempi di riflessione ed elaborazione più confortevoli; i tempi del giornalismo e della pressione da parte di noi comunità rendono tutto più complicato, e poco regolabile con criteri universali.

Fine di questo prologo.

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