domenica 14 Giugno 2026
Uno strascico delle polemiche intorno alla grazia concessa dal presidente della Repubblica a Nicole Minetti sono le denunce che la società del compagno di Minetti, Giuseppe Cipriani, ha presentato contro il quotidiano il Fatto e contro la trasmissione televisiva Report. Le denunce chiedono ingenti risarcimenti – soprattutto quella presentata negli Stati Uniti – per i presunti danni che la società avrebbe ricevuto in conseguenza di alcune informazioni riguardanti Cipriani diffuse dagli accusati e che la denuncia sostiene essere false.
La dimensione del risarcimento richiesto potrebbe mettere in grandi difficoltà soprattutto il Fatto (ma anche la Rai che produce Report, naturalmente), la cui salute economica è stata raccontata come precaria, negli scorsi mesi. Lo stesso Cipriani avrebbe detto che «più che i danni, dovrebbero chiudere il giornale».
Nei giorni scorsi gli altri quotidiani hanno dato grande spazio alle denunce di Cipriani: in alcuni casi rallegrandosene esplicitamente, in altri dando l’impressione di guardarle con curiosità neutrale. Ed è sicuramente legittimo che si abbandoni la retorica corporativa in difesa di ogni tipo di giornalismo, e si possa ritenere che il lavoro di alcuni giornali sia un pericolo piuttosto che un beneficio per le convivenze e per la democrazia. E persino auspicarne la chiusura, e la rimozione del pericolo.
Queste reazioni – o mancanze di reazioni – sono però rivelatrici di una grande ipocrisia strumentale da parte delle battagliere campagne generiche che diverse testate costruiscono intorno alle querele che le riguardano. Perché non si può contestare l’uso intimidatorio e punitivo dello strumento delle querele solo quando riguardano se stessi o espressioni che si condividono. O meglio: si può e si deve farlo, ma ammettendo quindi che ci siano querele più accettabili e fondate di altre, non proclamando la vergogna delle querele intimidatorie in quanto tali, e accusando ogni “potere” di voler “tappare la bocca ai giornali” ogni volta che qualcuno si dice diffamato e danneggiato. Perché altrimenti le proteste contro le querele nei confronti dei giornali dovremmo leggerle anche in questi giorni in difesa del Fatto, minacciato di chiusura da una società di grande potere economico attraverso una richiesta comunque spropositata (250 milioni di dollari).
Il caso Cipriani- Fatto invece dimostra che il giudizio sul fondamento delle querele da parte dei querelati e dei querelanti è per definizione soggettivo e interessato, e che gli unici deputati a emetterlo in modo convincente sono i giudici, sempre per definizione. E che ogni denuncia contro un giornale ha una sua storia, su cui è legittima ogni opinione: mentre sono assai fragili le campagne vittimistiche che pretendono di estendere a principi universali i singoli casi, e che i giornali vadano sempre difesi. Altrimenti starebbero tutti difendendo il Fatto.
Fine di questo prologo.
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