Il filosofo di paglia

28 gennaio – San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa (1225-1274).

Ritratto del 1481, attribuito a Botticelli: ma avete idea di che abilità ci volesse a prendere appunti col calamaio in mano?

Quando morì, presso l’abbazia di Fossanova, Tommaso aveva già smesso di essere il più grande filosofo del medioevo. La filosofia, la stessa scrittura, lo avevano abbandonato all’improvviso qualche mese prima, mentre officiava una messa nella chiesa di San Domenico a Napoli. Caduto in estasi, e forse anche in terra, Tommaso rifiutò di spiegare cosa gli era successo. A fra’ Reginaldo, l’inseparabile scrivano che attendeva di completare il terzo tomo della Summa Theologiae, disse che non poteva farci più niente, tutto quello che aveva pensato e dettato fino a quel momento gli sembrava paglia (mihi videtur ut palea). Nel poco tempo che gli restò da vivere, Tommaso si mosse come un involucro vuoto, sospeso per inerzia agli ordini dei superiori: la morte se lo prese sulla strada per Lione, dove si sarebbe tenuto un concilio per ridiscutere lo Scisma d’oriente. L’Aquinate, benché esaurito, non poteva assolutamente mancare: il Papa ci teneva.

Quando si pensa a un intellettuale del medioevo lo si immagina sempre con le grasse chiappe solidamente ancorate al seggio di uno scriptorium, rinchiuso confortevolmente in qualche monastero fuori del tempo: e invece il calendario di impegni di un personaggio come Tommaso avrebbe stroncato molti accademici dei nostri tempi (comodo fare i cosmopoliti coi Boeing 747: Tommaso andava e tornava dalla Francia allo Stato della Chiesa a dorso di mulo). In realtà se si pensa all’entità e alla complessità dei suoi impegni, tra beghe accademiche e politiche, c’è da stupirsi che sia arrivato in un qualche modo a 49 anni. È abbastanza improbabile che sia stato fatto avvelenare dal re di Napoli Carlo d’Angiò, anche se Dante ne era convinto: ad avvelenarlo fu semplicemente lo stress. Quando tutti ormai si aspettano da te l’opera definitiva, la summa che metta a posto Aristotele e il Vangelo, nel mentre che vai a Lione a sistemare gli ortodossi, e tu nel frattempo non ci credi più, ti si è rotto qualcosa dentro, tutto quello che hai scritto è paglia. E hai finito pure quella. Cosa vide Tommaso d’Aquino, che lo fece crollare come un fantoccio?

In questi casi – come nell’incidente di Paolo verso Damasco – gli anatomopatologi della domenica si possono sbizzarrire: crisi epilettica? ictus? Ma anche un calo di zuccheri, perché no. Estasi significa “uscire da sé stessi”: più che dal suo corpo, Tommaso forse riuscì per qualche istante a uscire dalla sua filosofia. Magari ebbe l’opportunità di guardare dall’alto il castello delle sue convinzioni, che andava cementando da anni con pazienza più certosina che domenicana, selezionando con attenzione i materiali di costruzione più solidi dalle rovine dei sistemi precedenti: un architrave ionico qua, una colonna romanica là, perfino qualche guglia mozaraba, tutto apparentemente armonico, tutto apparentemente resistente, e invece basta guardarlo da un qualsiasi altrove per non vedere che un castello di carta.

Arnaldo De Lisio (1869-1949), Tommaso incastrato dalle tentazioni. Nell'angolo c'è anche il paparazzo demoniaco che scatta la foto.

A me la filosofia ha sempre fatto un po’ paura, lo dico qui. Di un artista ci possono restare le opere, di uno scrittore le storie, di uno scienziato le scoperte o le ipotesi. Di tanti grandi filosofi – non studenti scioperati – gente che ha passato la vita a studiare e riflettere, mi sembra che ci resti soltanto la paglia. Chi legge Tommaso d’Aquino oggigiorno? Chi va oltre al bignamino del liceo, agli appunti con le freccine? Le sue tanto bistrattate Cinque Vie, chi le ha percorse veramente? Perché a leggerle sui libri di oggi, o su internet, sono formulate in un modo in cui le confuterebbe anche un blogger; ma Tommaso ci lavorò per anni e non era un imbecille. Non lo dico io, lo dice per esempio Charles Sanders Peirce, la cui opinione più di altre m’interessa, visto che la modificò. In un primo momento Peirce riteneva effettivamente Tommaso un imbecille, il classico scoliasta medievale che metteva “frettolosamente insieme male assortite porzioni di ricchezza altrui in una sconsiderata passione per l’autorità”. Poi cambiò idea. Magari semplicemente gli capitò di leggerlo. Forse la sua fissazione per il numero tre rimase intrigata dalla descrizione tomista della trinità: il Padre esce da sé stesso e pensa il Figlio, lo Spirito è la relazione di amore che il primo prova per il secondo… non ricorda da lontano il trittico peirceano di Oggetto, Segno e Interpretante? Scherzo, in realtà non sono sicuro di averlo mai davvero capito, Peirce. E sono sicuro di non avere mai capito davvero Tommaso.

Eppure almeno un intellettuale vivente che abbia studiato e apprezzato davvero Tommaso ce l’abbiamo. (Continua…)

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