C’è di peggio, dei radical chic

Per esempio i reazionari che usano questa definizione come un insulto, e sono lontani dal popolo quanto i presunti "fighetti", scrive Michele Serra

Donald Lee Cox delle Pantere Nere a un cocktail party organizzato da Leonard Bernstein a New York nel 1970. (AP Photo)

Su Repubblica di venerdì un articolo di Michele Serra rispondeva alle dichiarazioni fatte dallo scrittore Tom Wolfe su un’intervista uscita sempre su Repubblica il 2 gennaio, in cui Wolfe sosteneva che i “progressisti al caviale” avevano spianato la strada a Trump: “Una sinistra che adora l’arte contemporanea, si identifica in cause esotiche ma disprezza i bifolchi dell’Ohio”. Si parla dei cosiddetti “radical chic”, fortunata ma fuorviante definizione coniata nel 1970 dallo stesso Wolfe che ha ormai un uso lontanissimo dal suo senso, e che – come quella di “fighetto” – è diventata un argomento qualsiasi per criticare le eccellenze, per la cultura, per le complessità, per gli intellettuali e per i ragionamenti troppo elaborati.

Nella bella intervista di Alexandre Devecchio pubblicata qualche giorno fa su questo giornale, lo scrittore americano Tom Wolfe — icona del dandismo conservatore e acuto osservatore dei nostri tempi — ha buon gioco nella riproposizione, sempre brillante anche se un po’ ripetitiva, del suo fortunato anatema socio-satirico, quello sui radical chic. Il precedente è arcinoto. Wolfe coniò il termine quasi mezzo secolo fa (1970), in occasione di una festa, molto ben frequentata, che il grande compositore ebreo newyorchese Leonard Bernstein (quello, tra l’altro, di West Side Story) diede per raccogliere fondi in favore delle Pantere Nere, movimento marxista e terzomondista piuttosto tipico di quei tempi infiammati. Ricchi di sinistra, racconta Wolfe, che «offrono champagne a quelli che li impiccheranno». Non li impiccarono, poi (furono piuttosto parecchi leader e militanti di quei movimenti a finire male, tra galera, droghe, rapine “politiche” e derive di vario genere). Ma rimasero impiccati, Bernstein e i suoi amici artisti e intellettuali, alla spietata definizione di Wolfe.

Il termine perse con il tempo ogni specifica mira contro le ristrette cerchie di ottimo censo e di facile radicalismo, per diventare generico dileggio di qualunque posizione politica che risulti irritante per il pensiero reazionario. Nella vulgata di destra è diventato “radical chic” tutto ciò che odora di solidarismo (è per lavarsi la coscienza!) o di amore per la cultura (è per umiliare la gente semplice!) e ovviamente di critica del populismo (è disprezzo per il popolo!). Più in generale, il termine è semplicemente perfetto per ridurre quel vasto e disorientato mondo detto “sinistra occidentale” a una ipocrita cricca di potenti con la puzza sotto il naso che hanno perduto ogni rapporto con “il popolo”.

Lo hanno perduto?

(continua a leggere sul sito di Repubblica)

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