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  • martedì 2 gennaio 2018

La vita in un campo profughi di rohingya

Fra matrimoni e attività quotidiane ma soprattutto malattie e complicazioni, nelle immagini di due fotografi di Reuters

Ragazzi rohingya si lavano prima della messa serale nel campo profughi di Balukhali, vicino a Cox's Bazar, in Bangladesh, 20 dicembre 2017 (REUTERS/Alkis Konstantinidis/LaPresse)

La maggior parte delle persone rohingya, l’etnia musulmana scappata in estate dal Myanmar dopo decenni di violenze e persecuzioni, ha trovato rifugio nella provincia di Cox’s Bazar, una città costiera del Bangladesh. Negli ultimi quattro mesi ne sono arrivati più di 650mila, e in assenza di un vero piano di accoglienza hanno cercato di organizzarsi come hanno potuto. Sono nate decine di campi profughi, grandi quasi come delle città, dove fra le altre cose si aprono dei negozi improvvisati o si celebrano dei matrimoni.

A dicembre i fotografi di Reuters Marko Djurica e Alkis Konstantinidis hanno girato per alcuni di questi campi per documentarne la vita e le persone che ci abitano.

L’arrivo di così tante persone in un breve periodo di tempo ha creato diversi problemi. Le razioni di cibo diffuse dalle associazioni umanitarie non sono mai abbastanza. Il 60 per cento dei pozzi d’acqua presenti nei campi è contaminato con i batteri presenti nelle feci, perché troppo vicini alle latrine comuni. Spesso si diffondono epidemie di morbillo e difterite, o altre malattie che in condizioni igieniche migliori sarebbero facilmente debellabili.

Un’altra cosa che colpisce chi visita i campi dei rohingya è che i bambini sono ovunque: Save the Children stima che i minori scappati in Bangladesh siano 380mila, più di metà della popolazione rohingya arrivata nel paese. Secondo le associazioni presenti sul posto, i traumi e le privazioni degli ultimi mesi stanno già avendo pesanti conseguenze su di loro, sia fisiche sia intellettuali: molti sono malnutriti, hanno perso genitori o parenti oppure non ricordano nemmeno quanti anni hanno.

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