• Moda
  • martedì 5 dicembre 2017

I vestiti delle prostitute che poi diventano di moda

La influenzano in continuazione e da secoli, tra pellicciotti, gonne corte in pelle, pizzo, stivali alti, eccetera

Una scena di Pretty Woman

In questi mesi è impossibile entrare in un negozio alla moda senza trovare pellicciotti, gonne corte in pelle con la cerniera al centro, stivali alti e magliette con dettagli animalier (leopardati, tigrati, zebrati, eccetera): che vi piacciano o no, sono cose indossate comunemente da moltissime persone per uscire la sera, magari con un paio di cerchi e un rossetto intenso. È un modo di vestirsi non solo accettato, ma spesso considerato raffinato: a pensarci bene, però, non è così diverso dallo stile adottato delle prostitute nei film, nelle serie tv, e nel modo in cui le immaginiamo.

«C’è una storia non raccontata sul rapporto tra le prostitute e la moda», ha spiegato Rebecca Arnold, storica della moda e insegnante al Courtauld Institute of Art di Londra, a Ruth La Ferla del New York Times. È un’influenza iniziata almeno nell’Ottocento che negli ultimi decenni è diventata preponderante, passando per lo “hooker chic” (lo chic da puttane), cioè la fascinazione per il mondo e il modo in cui vestono le prostitute, alla completa normalizzazione di uno stile di cui ormai non riconosciamo l’impatto originario, provocatorio e scandaloso. Quest’anno in particolare, spiega sempre La Ferla, quello stile è stato onnipresente al cinema, a teatro, nelle serie tv e nelle pubblicità, diventando desiderato e copiato.

Il fenomeno era già iniziato l’anno scorso con The Get Down, la serie tv ispirata alla nascita dell’hip hop, negli anni Settanta, con i luccicanti e irriverenti vestiti della disco music e delle strade di New York dell’epoca. Si è rafforzato quest’anno con The Deuce, la serie tv sulla nascita del porno a Times Square sempre negli anni Settanta, piena di ragazze con pantaloncini, top, parrucche e camminate provocanti sui tacchi a spillo.

Una scena di The Deuce

Poi c’è stata la campagna pubblicitaria per la collezione di occhiali dell’autunno 2017 di Tom Ford, dove la modella Binx Walton è seduta a gambe aperte, con stivali lucidi e pelliccia rossa.

E quella di Balmain, con una modella dallo sguardo aggressivo, rivestita di pelle attillata, in una strada notturna di Parigi.

Non sono estranei a questa moda i contesti più istituzionali, come la casa d’aste Sotheby’s che ha in mostra Fetish, video girati dal fotografo americano Steven Klein traboccanti di tacchi a spillo rossi in pelle, calze a rete, caviglie tatuate e altre immagini ricorrenti nel mondo del feticismo e del sadomasochismo.

E per finire ci sono state piccole e accurate apparizioni, come quella della prostituta di Blade Runner 2049, con una pelliccia fucsia e un colbacco peloso che potreste trovare tranquillamente da H&M.

Una scena di Blade Runner 2049

Secondo Anna Terrazas, che ha disegnato i costumi di The Deuce, «al momento la moda è influenzata dalle puttane, e non il contrario». Come dicevamo, però, è sempre stato un po’ così. Nel tempo, infatti, le prostitute si sono sempre espresse in modo più libero, stravagante e originale delle “donne oneste”, rischiando di più anche nel modo di vestire: non si curavano infatti di seguire le regole del buongusto per timore di risultare eccessive e sfacciate. «La “donna di facili costumi” può vestirsi in modo più eccentrico, più sperimentale», dice sempre Arnold. «Per lei la moda non è necessariamente qualcosa all’avanguardia ma senza dubbio è qualcosa che ha a che fare con le nuove tendenze».

Questa leggerezza, che poi si traduceva in influenza, c’era già nelle cortigiane inglesi dell’Ottocento, donne colte e affascinanti che allietavano gli uomini ricchi. La famosa cortigiana Cora Pearl, per esempio, era cliente abituale del celebre stilista britannico Charles Worth, considerato l’inventore dell’alta moda; Catherine Walters, conosciuta come Skittles, fu quella che oggi definiremmo probabilmente una influencer: bastava che indossasse qualcosa – come il famoso abito Princess per andare a cavallo – che poi tutte lo copiavano e desideravano.

Cora Pearl (André Adolphe Eugène Disdéri — Bibliothèque nationale de France)

La parola flapper, che negli anni Venti indicava le ragazze alla moda che ballavano, bevevano e flirtavano, era usata nell’Ottocento come sinonimo di prostituta, mentre negli anni Settanta la moda da discoteca era modellata su quello che indossavano prostitute e drag queen. Poi sono arrivati gli anni Novanta con l’estetica di Madonna e Pretty Woman, che fece diventare chic gli stivali sopra il ginocchio, i top corti e i cerchi alle orecchie, mentre negli ultimi anni il vestire provocante e sboccato è stato normalizzato dal successo del grunge e dell’hip hop.

La tendenza dei vestiti provocatori che diventano quotidiani è molto lunga, e cose che portiamo oggi con noncuranza hanno un passato scandaloso. Le pellicce colorate ora nei negozi nacquero per esempio con la famosa collezione di Yves Saint Laurent del 1971, ispirata a come si vestivano le prostitute parigine di Rue Saint-Denis nel Dopoguerra: fu criticatissima e fece ovviamente la storia della moda.

Naomi Campbell con la famosa pelliccia Yves Saint Laurent della collezione del 1971: qui la indossa alla sfilata di addio dello stilista, nel 2002 al Centre Pompidou a Parigi (AP Photo/Remy de la Mauviniere)

«La moda in generale saccheggia sempre dallo streetwear [cioè il modo di vestirsi della strada], e non c’è niente di più streetwear delle prostitute», nota Tom Fitzgerald del famoso blog di moda Tom & Lorenzo, che però si chiede anche se «oggi c’è un modo di vestire standard delle prostitute? O viene tutto dal reparto sexy di Forever 21?» [una famosa catena di abbigliamento economico e fast fashion]: quel modo di vestire è stato neutralizzato e «non è mai stato più rispettabile». Molto probabilmente poi le prostitute non vestono come immaginiamo o vediamo nei film e nelle serie, o perlomeno non solo.

Andrea Werhun è un’attrice di 27 anni che ha raccontato nel libro Modern Whore il suo passato da escort: «All’epoca la mia uniforme era: top corti e gonne svasate o vestiti aderenti. Con tacchi molto carini o stivaletti. […] L’idea era sembrare abbastanza a posto da ottenere una cena dal cliente. Il tocco trasgressivo erano le calze autoreggenti».

Quel che è certo è che gli stilisti – come Marc Jacobs, John Galliano e Alexander Wang – continuano a rielaborare quell’idea di sensualità nata negli anni Settanta adattandola al loro stile, e ripropongono stivali kinky, pellicce smisurate, seta, latex, calze a rete, pantaloncini e ammiccanti uniformi scolastiche con tessuti di lusso, tagli raffinati e miscugli di gusto fetish, atletico e militare. A volte anche provocando la sensibilità di qualcuno: nel 2013 Louis Vuitton fu accusato di rendere affascinante e mistificare la prostituzione. Un suo video mostrava infatti le modelle Georgia May Jagger e Cara Delevingne mentre si aggiravano seducenti e mezze nude per le vie notturne di Parigi, salendo su automobili e scomparendo dietro portoni.

Soprattutto la stampa di sinistra e le associazioni femministe si indignarono ricordando che la prostituzione di norma non è una scelta volontaria, e comporta sottomissione, sfruttamento e sofferenza. Anche per questo motivo è curioso che la moda delle prostitute sia considerata ancora oggi un simbolo della donna forte e indipendente: è il messaggio che vogliono far passare non solo gli stilisti ma anche le star della musica pop e hip hop, da Beyoncé a Nicki Minaj, che di recente si è presentata a una sfilata vestita alla Pretty Woman: pantaloncini di pelle, stivali sopra il ginocchio, top bianco e stola bianca.

Nicki Minaj alla Settimana della moda di New York, 8 settembre 2017 (Robin Marchant/Getty Images For NYFW: The Shows)

Vestirsi con abiti provocanti e sentirsi sexy può essere un comportamento ribelle e femminista? Marcare la femminilità è un modo per mostrarsi più toste? Sono domande a cui è difficile rispondere, soprattutto adesso che si riflette così tanto sul corpo delle donne e la loro rappresentazione. Negli anni Novanta Annie Sprinkle, un’ex prostituta diventata educatrice sessuale, organizzava dei corsi chiamati “Sluts and Goddesses”, “Puttane e dee”, per incoraggiare le sue clienti a vestirsi in modo provocante: l’obiettivo era aumentare la propria autostima e femminilità, e allo stesso sentirsi più libere e riflettere sul proprio femminismo: «Ci sono così tante implicazioni politiche, così tanto attivismo intorno a questi vestiti», dice ancora oggi Sprinkle.

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