C’è una buona notizia per l’Artico

Stati Uniti, Russia, Unione Europea e altri sette paesi hanno concordato una moratoria di 16 anni che impedirà la pesca in uno dei pochi ecosistemi marini ancora intatti del nostro pianeta

(AP Photo/David Goldman)

Gli Stati Uniti, la Russia, l’Unione Europea e altri sette stati hanno concordato una moratoria per impedire la pesca nel Mar Glaciale Artico, il mare che si trova nella regione del Polo Nord e che ospita una fauna molto varia, preziosa per i ricercatori. L’accordo prevede che per i prossimi 16 anni non si possa pescare in tutte le acque internazionali del Mar Glaciale Artico, con la possibilità di successivi periodici rinnovi della messa al bando della pesca della durata di 5 anni, salvo l’opposizione di uno dei paesi partecipanti. La moratoria è significativa non solo dal punto di vista scientifico ma anche geopolitico, considerando che è uno dei pochi accordi internazionali ad avere messo per una volta d’accordo il governo russo e quello statunitense.

L’accordo prevede la protezione di circa 2,8 milioni di chilometri quadrati di acque internazionali nell’Artico, che d’estate diventano molto più accessibili di un tempo a causa del maggiore scioglimento dei ghiacci, per il quale il riscaldamento globale è il principale indiziato. In condizioni normali le basse temperature fanno sì che la parte superficiale del Mar Glaciale Artico sia una spessa crosta di ghiaccio, la calotta glaciale artica. I margini di questa immensa distesa ghiacciata si sciolgono stagionalmente, ma nelle ultime estati il fenomeno è stato molto più intenso del solito, con il risultato che d’estate circa il 40 per cento delle acque dell’Artico è libero dai ghiacci. Le porzioni che restano maggiormente scoperte sono a nord dell’Alaska e della Russia.

Nella mappa sono visibili (in rosso) le anomalie delle temperature nell’Artico e in Groenlandia, più alte delle medie registrate nelle precedenti serie storiche.

La minore presenza dei ghiacci nel periodo estivo fa sì che i raggi solari non siano riflessi e penetrino quindi in profondità, favorendo la crescita di maggiori quantità di plancton, la base della catena alimentare di buona parte degli ecosistemi marini. La popolazione di merluzzo artico, che si nutre di questi microorganismi, è aumentata e di conseguenza l’interesse da parte delle grandi compagnie internazionali di pesca per raggiungere queste aree diventate in pochi anni molto più pescose, e soprattutto accessibili. Un fenomeno simile si è già verificato nel Mare di Barents, la parte del Mar Glaciale Artico a nord della Norvegia e della Russia, dove la produzione della pesca solo nel 2016 è aumentata del 36 per cento rispetto alla media registrata tra il 2003 e il 2015.

Le leggi internazionali non prevedono restrizioni particolari per la pesca in tratti di mare che non sono proprietà di nessuno stato. Senza un accordo, si potrebbe quindi pescare nel Mar Glaciale Artico senza infrangere alcuna legge, ma non ci sarebbero nemmeno regole precise su limiti e pratiche per tutelare gli ecosistemi marini. E le esperienze negative dovute a una pesca non regolamentata in acque internazionali sono numerose: alla fine degli anni Ottanta, per esempio, pescherecci dal Giappone e dalla Cina pescarono senza sosta grandi quantità di pollock nello Stretto di Bering, tra la Russia e gli Stati Uniti. La pesca fu così intensiva che ancora oggi la popolazione di pollock nella zona non si è ripresa.

Sulla base delle esperienze precedenti poco incoraggianti, nel 2012 circa 2mila scienziati proposero di attuare una moratoria nel Mar Glaciale Artico, per evitare che fosse distrutto uno dei pochi ecosistemi marini ancora intatti del nostro pianeta. All’inizio molti osservatori si dissero scettici circa il successo dell’iniziativa, ma fortunatamente le cose andarono per il verso giusto. Nel 2015 le nazioni le cui coste confinano con il Mar Glaciale Artico – Stati Uniti, Russia, Canada, Danimarca (rappresentando la Groenlandia) e Norvegia – si impegnarono a impedire la pesca nella zona ai loro pescherecci. Restava però il problema di convincere gli altri paesi con grandi flotte per la pesca a fare altrettanto.

Per quasi due anni, le delegazioni dell’Unione Europea (più l’Islanda), della Cina, del Giappone e della Corea del Sud hanno partecipato a incontri e trattative per unirsi all’accordo, rafforzato nel 2016 da una dichiarazione congiunta dell’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con il primo ministro canadese Justin Trudeau, per evitare l’avvio della pesca nel Mar Glaciale Artico. Il frutto di quel lavoro ha portato all’attuale moratoria, che resterà in vigore per 16 anni, più la possibilità di rinnovi da 5 anni ciascuno.

Fare ricerca nell’Artico è comunque impegnativo e richiede grandi risorse, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di navi rompighiaccio in grado di penetrare in parte della calotta, non solo nei periodi estivi. Stati Uniti e Russia non hanno fatto grandi investimenti con la conseguenza che ora è la Cina ad avere la flotta più idonea per le ricerche. Anche per questo motivo, gli scienziati dei paesi che aderiscono all’accordo aspirano alla formazione di un’organizzazione scientifica sovranazionale, dedicata esclusivamente allo studio delle specie e della diversità marina nell’Artico.

La moratoria è una buona notizia, anche se non dimostra necessariamente una sensibilità scientifica e per la protezione dell’ambiente da parte dei paesi che l’hanno sottoscritta. Negli ultimi anni diverse ricerche hanno dimostrato che una pesca intensiva nell’Artico avrebbe causato una sensibile riduzione della pescosità di altri tratti di mare, compresi nelle acque sotto il controllo delle singole nazioni con le coste che affacciano sul Mar Glaciale Artico. C’era quindi la possibilità concreta di avere un danno economico a causa di una ridotta la produzione di pesce in aree più vicine alle coste e dove la pesca è molto meno dispendiosa.

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