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  • martedì 24 ottobre 2017

Le storie nel diario di una delle 275 studentesse rapite da Boko Haram

Durante la prigionia Naomi Adamu scriveva di nascosto quello che vedeva e sentiva: BBC ha pubblicato alcuni passaggi

Alcune delle ragazze della scuola di Chibok liberate lo scorso maggio, ad Abuja, il 7 maggio 2017 (STRINGER/AFP/Getty Images)

Naomi Adamu è una giovane donna che nel 2014 frequentava la scuola di Chibok, nel nord-est della Nigeria: fu rapita insieme ad altre 275 studentesse dai miliziani dal gruppo terroristico islamista Boko Haram ed è tra quelle che sono state infine liberate lo scorso maggio. Oggi ha 27 anni. Durante i tre anni di prigionia, Adamu è riuscita a tenere nascosta una specie di diario segreto.

Il diario è stato scritto su uno dei quaderni che i miliziani avevano dato alle ragazze per prendere appunti durante le lezioni sul Corano a cui le obbligavano a partecipare. Dopo aver scoperto che alcune ragazze usavano i quaderni come diari, i miliziani glieli bruciarono. Adamu riuscì a salvare i propri, tenendoli nascosti tra la biancheria. Il diario è scritto in parte in inglese e in parte in Hausa, la lingua dell’omonimo gruppo etnico che vive nel nord della Nigeria. Non ci sono date, ma sembra che sia stato scritto nei primi mesi di prigionia. Adamu ha detto di aver tenuto il diario pensando alla sua famiglia, per ricordarsi di quello che succedeva e poi raccontarlo ai suoi fratelli e ai suoi genitori.

La giornalista e scrittrice nigeriana Adaobi Tricia Nwaubani – che aveva già raccontato la storia di alcune delle ragazze rapite in un libro per bambini scritto con la giornalista del Corriere della Sera Viviana Mazza – ha intervistato Adamu e ha letto il suo diario. Alcuni passaggi sono stati poi pubblicati sul sito di BBC. Questi brevi ricordi chiariscono alcune cose sul rapimento, ma soprattutto danno un’idea di com’era la vita delle ragazze con i miliziani durante la prigionia.

All’inizio i miliziani non volevano rapirle
Nel diario c’è scritto che i miliziani attaccarono la scuola di Chibok per rubare un motore, anche se non è chiaro di che macchinario si trattasse. Non trovando quello per cui erano andati, però, discussero su cosa fare con le studentesse.

«Hanno cominciato a discutere tra loro. Un ragazzo giovane ha detto che avrebbero dovuto bruciarci tutte e gli altri hanno detto: “No, portiamole con noi a Sambisa”. Un altro ha detto: “Non facciamolo. Lasciamo che vadano nelle case dei loro genitori”. Mentre discutevano uno ha detto: “No, non posso andare in un posto con la macchina vuota e tornare con la macchina vuota… Se le portiamo a [Abubakar] Shekau [il capo di Boko Haram, ndr], lui saprà cosa fare”».

Alcune ragazze cercarono di scappare subito

«Una ragazza sul camion ha detto all’uomo che guidava: “Alcune ragazze stanno saltando giù per scappare”. L’autista ha aperto la portiera e si è messo a cercarle con una torcia, ma non ha trovato nessuno. Allora ci hanno detto che dovevamo stare ferme, che se qualcuna fosse saltata giù e la vedevano le avrebbero sparato».

I miliziani si divertivano a spaventare le ragazze

«Sono venuti da noi e ci hanno detto: “Per le musulmane, è l’ora della preghiera”. Dopo la preghiera, hanno detto: “Ora le musulmane si mettano da una parte e le cristiane dall’altra”. Poi abbiamo visto che avevano una tanica nella macchina e abbiamo pensato che fosse benzina. Ci hanno detto: “Chi e quante di voi vogliono convertirsi all’Islam?”. Allora molte di noi, per paura, si sono alzate e sono andate dentro… Hanno detto: “Quelle che sono rimaste vogliono morire, è questa la ragione per cui non volete essere musulmane? Vi bruceremo…”. Poi ci hanno dato quella tanica, che pensavamo contenesse della benzina. Non era benzina, era acqua».

I miliziani si lamentarono molto di essere stati accusati di stupro
Dopo il rapimento delle ragazze, i giornali scrissero dell’ipotesi che i miliziani le stuprassero. Il capo del gruppo Abubakar Shekau se ne lamentò più volte, per la prima volta in un messaggio registrato che fu fatto ascoltare alle ragazze.

«Durante la notte ci hanno fatto riunire e ascoltare una cassetta. Dicevano che la cassetta veniva dal loro capo Abubakar Shekau… Diceva che solo perché ci avevano rapito per insegnarci la via di dio, i nostri genitori, il governo e il preside stavano piangendo per noi e dicevano che loro ci stupravano e facevano altre brutte cose… “Vi abbiamo portato qui per insegnarvi la via di Allah”».

Volevano che si coprissero per non tentarli

«Ha aperto il Corano e ha cominciato a leggerlo, poi è arrivato a un passaggio che dice che chiunque loro rapiscano durante il jihad è loro, possono farci quello che vogliono… Non è un dovere per una persona coprire il corpo, ma ci hanno dato gli hijab perché non volevano vedere il nostro corpo, che li farebbe peccare e questa è una cosa molto brutta».

Le proposte di matrimonio erano frequenti e insistenti
I miliziani insistevano perché le ragazze accettassero di sposarli. Naomi Adamu ha raccontato a Nwaubani che le ragazze che rifiutavano di sposarsi erano trattate come schiave e picchiate.

«Una ragazza voleva andare nella stanza e prendere qualcosa, poi Malam Ahmed è andato da lei e le ha fatto una proposta di matrimonio. Lei ha risposto: “No”. Lui le ha chiesto: “Quindi qual è la tua decisione su questo matrimonio?”. Lei ha detto che non voleva, che l’avevano rapita dalla scuola di Chibok e portata a Sambisa e ora le stavano parlando di matrimonio. Come avrebbe potuto sposarsi, con sua madre, suo padre, le sue zie e gli altri suoi parenti che loro non conoscevano nemmeno… Poi lei gli ha chiesto se non era una cosa positiva che lei dicesse no, che non si sposasse e seguisse dio da sola stando lì. Lui ha detto: “No, non va bene”».

Un altro passaggio del diario dice:

«Abbiamo visto alcuni uomini arrivare in due furgoni Hilux. Sono venuti per chiedere chi si voleva sposare. Ce lo hanno chiesto e hanno aggiunto che chiunque accettava la religione musulmana… si doveva sposare se credeva davvero. Ci hanno dato mezz’ora per pensarci, ma noi siamo rimaste in silenzio. Loro sono rimasti per un’ora ma nessuna ha risposto».

Alcune ragazze fuggite furono riportate indietro dagli abitanti della zona

«Alcune ragazze hanno cercato di scappare. Hanno provato, ma non ci sono riuscite. Quelle persone le hanno fermate. È successo così: le ragazze sono entrate in un negozio e hanno chiesto aiuto, di poter avere acqua e biscotti. Quelli hanno chiesto loro: “Chi siete e da dove venite?”. Le ragazze hanno risposto: “Siamo quelle che Boko Haram ha rapito dalla scuola di Chibok”. Allora una delle persone ha detto: “Non sono le figlie di Shekau?”. Hanno dato loro del cibo buono e un posto per dormire e il giorno dopo le hanno riportate qui… Mentre le portavano a Sambisa di notte le hanno frustate e hanno detto loro che le avrebbero uccise».

Le misero le une contro le altre
I miliziani dissero alle ragazze che solo se tutte le ragazze si fossero convertite all’Islam sarebbero potute tornare dalle loro famiglie. Questo creò delle divisioni tra le ragazze, perché le musulmane e le convertite incolpavano della loro situazione quelle che non volevano farlo.

«Ci hanno detto che quelle che non accettano di diventare musulmane sono come pecore, mucche e capre… Che le avrebbero uccise… Poi Malam Abba ha detto che quelle che non si sarebbero convertite dovevano stare separate, non dovevano andare da quelle che erano diventate musulmane. Ci ha detto di stare separate, che ci avrebbero preparato un altro posto. Un altro ha detto invece che saremmo rimaste insieme».

Delle quattro ragazze che scrissero il diario insieme ad Adamu, tre sono state liberate lo scorso maggio e ora frequentano l’Università Americana della Nigeria a Yola, nel nord-est del paese, grazie all’aiuto del governo. Sarah Samuel, la migliore amica di Adamu e insieme a lei la persona che ha scritto di più sul diario, ha accettato lo scorso anno di sposare uno dei miliziani, sperando di migliorare così la sua situazione (le sconfitte subite da Boko Haram in quel periodo privarono il gruppo, e quindi anche le ragazze, di risorse alimentari). Sarah Samuel è ancora prigioniera, insieme a 112 altre ex studentesse della scuola di Chibok. Il padre di Samuel ha detto a Nwaubani di non essersi sorpreso del fatto che sua figlia scrivesse durante la prigionia: «Leggeva sempre. Ogni tanto si addormentava con un libro in grembo». Samuel oggi ha 20 anni. Sull’ultima pagina di uno dei quaderni aveva scritto i nomi dei suoi cinque fratelli e quelli dei suoi genitori.

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