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  • martedì 17 ottobre 2017

10 cose sulla nuova stagione di NBA

Comincia stanotte, secondo quasi tutti finirà come l'anno scorso: ma in mezzo ci saranno molte cose da tenere d'occhio

Kevin Durant, Chris Paul, Isaiah Thomas e Kyrie Irving

Nella notte tra martedì e mercoledì, quando in Italia saranno le due, comincerà la nuova stagione di NBA. Le prime partite saranno quelle tra Boston Celtics e Cleveland Cavaliers, e tra Houston Rockets e Golden State Warriors: cioè quelle che sulla carta sono le quattro squadre più forti di tutta la lega. Nelle due notti successive giocheranno tutte le altre 26 squadre della NBA, che come ogni anno ha visto grandi cambiamenti nell’estate: giocatori fortissimi hanno cambiato squadra, e in certi casi si sono formati assembramenti di top player che potrebbero spostare gli equilibri rispetto alla scorsa stagione. Ma come sempre ci sono squadre reduci da stagioni mediocri che hanno cambiato molto o che vogliono iniziare a far fruttare progetti e investimenti preparati con cura, e che potrebbero sorprendere. Abbiamo raccolto dieci cose da sapere sulla nuova stagione, tra le molte che ci sarebbero, per recuperare qualche pezzo che forse vi siete persi dallo scorso giugno.

Vinceranno di nuovo loro?

Non c’è praticamente nessuno che, nelle discussioni che precedono la nuova stagione di NBA, abbia avanzato dubbi sul fatto che i Golden State Warriors siano incredibilmente favoriti per la vittoria del titolo finale: sarebbe il loro secondo consecutivo e il terzo in quattro anni. Il giornalista di NBA del New York Times Marc Stein ha scritto che non c’è mai stata una squadra così avvantaggiata da quando fa questo mestiere, e cioè dal 1993. Nelle previsioni su come andrà la prossima stagione di NBA del sito The Ringer, fondato da Bill Simmons di Grantland, 11 redattori su 11 hanno dato i Warriors vincitori. L’ex allenatore dei New York Knicks Jeff Van Gundy ha detto che nemmeno i Chicago Bulls di Michael Jordan del triennio 1996-1998 erano così superiori in partenza alle altre squadre. E lo stesso Jordan è intervenuto in questo dibattito, sostenendo che i superteam, cioè le squadre che raccolgono i migliori giocatori della lega, fanno sì che ci siano due squadre fortissime e 28 «che faranno schifo».

Stephen Curry e Kevin Durant. (Ronald Martinez/Getty Images)

Non ci sono in effetti molti dubbi sul fatto che la squadra sia una delle più forti (se non la più forte, secondo molti) che si sia mai vista giocare su un campo di basket. E quest’anno non ha cambiato praticamente niente. La differenza è che rispetto all’anno scorso Kevin Durant, considerato uno dei tre-quattro giocatori più forti al mondo e passato la scorsa stagione ai Warriors dagli Oklahoma City Thunder, è ancora meglio inserito nella squadra allenata da Steve Kerr, e ha raggiunto un’intesa incredibile con Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green, gli altri giocatori più importanti della squadra. Dopo le incredibili finali dello scorso anno, in cui è stato il giocatore più determinante per la vittoria dei Warriors, Durant per molti è ora al picco della sua carriera. È anche probabilmente il più motivato tra i suoi compagni di squadra, che ormai sono ai vertici della NBA da tre stagioni.

Che succede ai Cleveland Cavaliers?

Di nuovo, per il quarto anno consecutivo, la squadra che sembra meno inferiore ai Warriors sono i Cleveland Cavaliers di LeBron James. Quest’anno i Cavaliers sono stati coinvolti dallo scambio più discusso e importante dell’estate: il loro playmaker Kyrie Irving, protagonista insieme a James delle ultime due finali (in quella del 2015 si infortunò in gara 1) e determinante nella gara 7 che portò a Cleveland il titolo nel 2016, è passato ai Boston Celtics. In cambio a Cleveland sono arrivati il playmaker Isaiah Thomas, l’ala Jae Crowder, il centro Ante Žižić, la prima scelta al Draft 2018 dei Brooklyn Nets e la scelta di Miami al secondo giro del draft del 2020. Irving aveva chiesto spontaneamente la cessione, per avere un ruolo diverso da quello di spalla di LeBron James.

Cleveland sembra comunque messa peggio dell’anno scorso, in cui non era riuscita a contendere seriamente il titolo ai Warriors. Thomas è uno dei più forti giocatori della lega, ma lo era anche Irving. Soprattutto, Thomas comincerà la sua stagione a gennaio, per via di un infortunio all’anca. Fino ad allora al suo posto giocherà Derrick Rose, storico ex giocatore dei Chicago Bulls che cinque o sei anni fa sembrava destinato a diventare uno dei più forti, ma che a causa di una serie di infortuni non ci è mai andato vicino. A Cleveland è arrivato anche Dwayne Wade, uno dei più forti e famosi giocatori degli ultimi vent’anni, già compagno di James ai tempi dei Miami Heat. Wade ha però 35 anni: continua a fare grandi stagioni, soprattutto perché è un giocatore intelligentissimo, ma non è più affidabile fisicamente, né un giocatore attorno al quale si possa costruire un progetto.

Ci sono ancora i lunghi Kevin Love e Thristan Thompson e la guardia JR Smith, importanti nelle scorse stagioni. Ma l’impressione generale è che Cleveland abbia fatto un mercato poco lungimirante e confuso, riassumibile con una specie di ultimo tentativo per giocarsi il titolo quest’anno: senza però riuscire a costruire una squadra che possa davvero mettere in difficoltà i Warriors, almeno apparentemente. Se la maggior parte degli esperti considera i Cavaliers la squadra che arriverà in finale per l’Est, è solo perché ci gioca il miglior giocatore del mondo: LeBron James.

E se arrivassero le prime finali senza James dal 2011?

Se i Cavaliers sembrano essere inferiori rispetto all’anno scorso, c’è una squadra che nella passata stagione aveva impressionato e che quest’anno sembra destinata a fare ancora meglio: i Boston Celtics. Nel 2016/2017, guidati da Thomas, avevano fatto il miglior numero di vittorie dell’Est (meglio dei Cavaliers). Avevano poi perso malamente alle finali di Conference, per 4 a 1, proprio contro Cleveland. Quest’anno, oltre a Irving al posto di Thomas, è arrivato Gordon Hayward, ala 27enne che nell’ultima stagione agli Utah Jazz ha fatto benissimo tenendo una media di 21,9 punti a partita. Insieme a Al Horford, centro dominicano arrivato ai Celtics lo scorso anno, Irving e Hayward hanno formato quelli che i giornali hanno definito “i nuovi Big Three”, riferendosi al trio composto da Paul Pierce, Kevin Garnett e Ray Allen, che portarono il titolo a Boston nel 2008.

I Celtics sono stati una delle più grandi sorprese degli ultimi anni: grazie a scelte lungimiranti della dirigenza e al giovane allenatore Brad Stevens, che ha saputo far migliorare giocatori sui quali c’erano poche aspettative, sono passati dall’essere una squadra che nemmeno si qualificava ai playoff a contendersi il primato di migliore a Est. Quest’anno, con la coraggiosa scelta di scambiare Thomas per Irving, i Celtics vorrebbero sostituirsi ai Cavaliers come finalista. Anche se non dovessero riuscirci, le prospettive per le prossime stagioni sono sicuramente tra le migliori della NBA.

Chris Paul e James Harden, insieme

L’altro scambio notevole di quest’estate è stato il passaggio del playmaker Chris Paul agli Houston Rockets, dopo sei stagioni ai Clippers. Paul era svincolato ed era l’obiettivo di molte squadre: è da almeno un decennio tra i giocatori più forti della lega, nonostante in carriera non abbia mai superato il secondo turno dei playoff. Se dovesse integrarsi bene con James Harden, tra i primi cinque giocatori della NBA, potrebbero essere una delle coppie più efficaci degli ultimi anni. Tutti e due giocano solitamente come playmaker, ma sono ormai anni che nella NBA il concetto di ruolo è diventato molto fluido. Harden è tra i più fenomenali scorer degli ultimi anni, ed è in grado di segnare in un sacco di modi diversi. Paul è invece forse il più formidabile fornitore di assist della lega. Le premesse perché funzionino bene insieme ci sono.

I Rockets sono una squadra molto solida, con una buona panchina e un allenatore espertissimo come Mike D’Antoni. L’arrivo di Paul dovrebbe togliere un po’ di responsabilità a Harden, che l’anno scorso, soprattutto ai playoff, ha spesso dovuto prendersi carico della squadra risolvendo – o provando a risolvere – intere partite da solo.

Cosa dobbiamo aspettarci dai Thunder?

Sulla carta c’è un’altra squadra a Ovest che potrebbe essere forte quanto i Rockets, anche se per molti rimane un po’ un’incognita: sono gli Oklahoma City Thunder, che hanno affiancato due giocatori fortissimi a Russell Westbrook, il giocatore che l’anno scorso aveva vinto il premio dell’MVP e aveva concluso la stagione con la tripla doppia di media (cioè segnando in media più di 10 punti, prendendo più di 10 rimbalzi e fornendo più di 10 assist). A Oklahoma sono infatti arrivati Paul George, ex ala degli Indiana Pacers, e Carmelo Anthony, arrivato dai New York Knicks e ormai alla sua sedicesima stagione in NBA.

Westbrook l’anno scorso era stato un giocatore devastante, e aveva giocato partita dopo partita con una potenza e un’efficacia che probabilmente non avevano eguali nella lega. Con George e Anthony potenzialmente potrebbe formare un trio capace di portare i Thunder in finale di Conference contro i Warriors, al posto dei Rockets. Nonostante Anthony abbia 33 anni, ha dimostrato la scorsa stagione di poter essere ancora determinante: e non avere da solo addosso le responsabilità di un’intera squadra, come gli succedeva ai Knicks, potrebbe essere un gran vantaggio. Per lui è poi una delle ultime possibilità di togliersi qualche soddisfazione ai playoff, visto che in carriera ne ha sempre ottenute meno di quante ne avrebbe meritate il suo talento.

Finalmente Gallinari ha un’occasione; Belinelli invece no

Danilo Gallinari, il più forte giocatore italiano, reduce da un’estate molto deludente in cui ha saltato gli Europei dopo un infortunio che si è procurato tirando un pugno a un avversario, giocherà quest’anno in una squadra forte. Dopo due stagioni e mezzo ai Knicks e cinque e mezzo ai Denver Nuggets, nelle quali ha giocato soltanto 12 partite di playoff (coi Nuggets, nel 2011 e 2012), quest’estate è passato ai Los Angeles Clippers. La squadra, che l’anno scorso aveva fatto molto bene, ha perso nell’estate il suo giocatore più forte, Chris Paul, e ha avuto alcuni dei suoi proverbiali guai dirigenziali.

Per affrontare la partenza di Paul i Clippers hanno cambiato molto la squadra, e tra gli altri è arrivato il serbo Milos Teodosic, uno dei più forti giocatori europei, ex playmaker del CSKA Mosca. Teodosic è un playmaker imprevedibile, con un’intelligenza e una visione di gioco quasi unici, e a 30 anni è alla sua prima stagione NBA: potrebbe perfino vincere il premio di Rookie of the Year, per il miglior giocatore al primo anno di NBA, che solitamente va a giocatori poco più che ventenni appena usciti dal college. Teodosic affiancherà Blake Griffin, ala dotata di un formidabile atletismo e che quest’anno sostituirà Paul come stella della squadra. Insieme al centro DeAndre Jordan e a Gallinari, formano un quintetto sulla carta molto promettente. Sicuramente sarà superiore a quello di qualsiasi altra squadra in cui abbia giocato Gallinari, che l’anno scorso aveva fatto vedere grandi cose in una squadra promettente ma non davvero competitiva: quest’anno potrebbe essere la sua occasione per avere un ruolo importante in una squadra vincente.

L’altro italiano in NBA rimane Marco Belinelli, ormai negli Stati Uniti da undici stagioni, e al suo terzo passaggio di squadra in tre anni: dagli Charlotte Hornets è passato agli Atlanta Hawks, che sulla carta sono una delle peggiori squadre della lega. Ora come ora, sembra che Belinelli farà un’altra stagione poco entusiasmante in una squadra di bassa classifica. Ma rimane uno che ha vinto un titolo NBA, con i San Antonio Spurs: basta e avanza per dare senso a una carriera.

E questi Sixers?

Forse la squadra su cui ci sono più aspettative, tra quelle che non sono favorite, sono i Philadelphia Sixers. Sono diverse stagioni che non arrivano ai playoff – dal 2012, quando c’era Andre Iguodala – e molti anni che non fanno davvero sul serio – dai primi anni Duemila, gli anni di Allen Iverson – ma quest’anno hanno la squadra più giovane e promettente della lega. Il giocatore più importante è Joel Embiid, centro camerunense di 23 anni che l’anno scorso ha fatto una grande stagione, tenendo una media sopra i 20 punti: tantissimi, per un Rookie. Quest’anno gli sono stati affiancati due dei Rookie più promettenti della stagione: Markelle Fultz, playmaker e prima scelta assoluta di quest’anno, e Ben Simmons, ala che sa giocare anche da playmaker e prima scelta assoluta dell’anno scorso, che però a causa di un infortunio ha dovuto saltare tutta la scorsa stagione. Dai Clippers è arrivato l’esperto tiratore J.J. Reddick, e il quintetto titolare è completato dall’ala grande croata Dario Saric. Se Fultz e Simmons dovessero giocare bene come ci si aspetta, i Sixers potrebbero tornare ai playoff dopo sei anni.

Lonzo Ball può salvare i Lakers?

I Los Angeles Lakers, la seconda squadra più vincente della storia della NBA dopo i Celtics, stanno attraversando da anni una grave crisi. Tra il 1977 e il 2013 hanno saltato soltanto due playoff, ma dal 2014 in poi non ci sono mai arrivati. La scorsa stagione è stata la prima da un sacco di anni senza Kobe Bryant, ed è andata anche meglio della precedente, ma è stata ancora lontana dalle aspettative. Quest’anno però hanno preso con la seconda scelta al draft Lonzo Ball, il Rookie più discusso da un bel po’ di tempo (soprattutto per via di un padre-agente molto eccentrico). Ma Ball è un giocatore potenzialmente formidabile, dotato di uno stile spettacolare e di un gran tiro da tre. Inizierà questa stagione senza avere compiuto 20 anni, e non avrebbe senso pensare che da solo possa risollevare una squadra come i Lakers. Ma insieme a Brandom Ingram, suo coetaneo e già con una stagione alle spalle, potrebbe trasformare i Lakers da squadra in declino a promessa per il futuro. L’obiettivo della dirigenza è sfruttare i giovani talentuosi per convincere, già dalla prossima stagione, alcuni pezzi grossi a trasferirsi ai Lakers: si parla con una certa sicurezza di Paul George, e da tempo gira anche la voce – molto fragile, ma sicuramente suggestiva – di LeBron James.

È ora che impariate a pronunciare Giannis Antetokounmpo

In realtà dovreste averlo imparato da un po’, visto che la scorsa stagione l’ala greca dei Milwaukee Bucks ha fatto cose quasi impensabili per un giocatore che non ha ancora compiuto 23 anni. Antetokounmpo è uno come se ne sono visti pochi, e infatti i Bucks gli hanno rinnovato il contratto offrendogli 100 milioni di dollari in 4 anni. È alto 211 centimetri ma gioca come ala piccola o come guardia, ed è dotato di un atletismo, di una coordinazione e di un’agilità che raramente convivono con un fisico come il suo. Ma ha dimostrato anche una maturità e una consapevolezza incredibile per un giocatore della sua età: l’anno scorso ha tenuto 22,9 punti di media, e in molti lo considerano il secondo miglior giocatore a Est dopo James.

Ma a rendere interessante la stagione di Antetokounmpo è anche la sua squadra: i Bucks hanno una delle rose più giovani della lega, che conta anche su Malcolm Brogdon, guardia e miglior Rookie dell’anno scorso. Sono allenati da Jason Kidd, storico playmaker dei New Jersey Nets che sta facendo vedere ottime cose. L’anno scorso hanno ottenuto più vittorie che sconfitte per la prima volta in sette anni, e quest’estate non hanno cambiato quasi niente: ci si aspetta che in questa stagione facciano ancora meglio.

Quelli che vedremo per la prima volta, quelli che non vedremo più, gli altri che hanno cambiato squadra

Oltre a Ball, a Fultz e a Teodosic, tra i nuovi giocatori su cui ci sono più aspettative ci sono De’Aaron Fox dei Sacramento Kings, Dennis Smith dei Dallas Mavericks, Donovan Mitchell degli Utah Jazz e Jonathan Isaac degli Orlando Magic. Qui ci sono un po’ di informazioni e di video sulle prime scelte ai draft di giugno.

Chi ha preso chi al Draft NBA

Tra quelli che invece non vedremo più giocare, il nome che mancherà di più è sicuramente quello di Paul Pierce, ala dei Washington Wizards che con i Boston Celtics era stato uno dei migliori giocatori degli ultimi vent’anni. Ma si è ritirato anche, tra gli altri, James Jones dei Cleveland Cavaliers, che grazie a LeBron James aveva vinto due titoli con i Miami Heat e uno con i Cleveland Cavaliers.

Tra le altre transazioni più importanti dell’estate ci sono poi state: Dwight Howard dagli Atlanta Hawks agli Charlotte Hornets; Jimmy Butler dai Chicago Bulls ai Minnesota Timberwolves; Kris Dunn e Zach LaVine dai Timberwolves ai Bulls; Ricky Rubio dai Timberwolves agli Utah Jazz; Jamal Crawford dai Los Angeles Clippers ai Timberwolves; Jeff Teague dagli Indiana Pacers ai Timberwolves; Timofey Mozgov e D’Angelo Russell dai Los Angeles Lakers ai Brooklyn Nets; Brooke Lopez dai Nets ai Lakers; Richard Jefferson dai Cleveland Cavaliers agli Atlanta Hawks.

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