Cosa vuol dire “esiziale”

di Massimo Arcangeli

Lo è un comportamento distruttivo, una malattia letale, ma anche un segnale infausto

Si dice esiziale una cosa (o una persona) che arrechi un danno grave o gravissimo, anche estremo o irreparabile: un atto, un atteggiamento, un comportamento esiziale sarà rovinoso, distruttivo, catastrofico; un dono, un evento, un segnale esiziale sarà nefasto, infausto, funesto; una malattia esiziale sarà fatale, letale, mortale.

L’origine della parola, già attestata nel Trecento (“Vi presento agli occhi il sovrumano ed esiziale dolore del buon Giesù nella croce”, Giordano da Pisa), è il latino exitialis (“pernicioso”, “rovinoso”, “funesto”, “mortifero”); questo, esattamente come exitiosus, dagli identici significati, è un derivato di exitium: “caduta”, “fine”, “perdita”, “rovina”, “eccidio”, ecc. Il nome exitium è a sua volta originato da exire (“uscire”) ed è dunque strettamente imparentato con exitus, di cui è stato anzi un’evoluzione. Nell’antica lingua di Roma exitium poteva essere sinonimo di uscita, di sbocco o di partenza, di termine o risultato, di fine o conclusione, di riuscita o conseguenza (e altro ancora); fu però piegato a indicare anche quella particolare e irrimediabile uscita, quell’esito sommamente negativo, che è l’uscita dalla vita: riaffiora, insomma, la morte.

Per significare morte o rovina, sterminio o distruzione, l’italiano antico, e poi raramente quello letterario, accolsero anche esizio. Eccone un esempio, tratto da un’elegia di Bernardo Pulci (In morte di Simonetta Cattaneo genovese, vv. 100-102):

Nessun di voi se avrà retto giudizio,
mentr’è rinchiuso in questo carcer fosco,
vita dirà, ma dispietato esizio.

Nessuna persona ragionevole potrebbe arrischiarsi a chiamare vita la spietata, quasi mortale condizione di chi è rinchiuso nella buia cella di una prigione.

Alla vigilia del Festival “Parole in cammino” che si è tenuto ad aprile a Siena, il suo direttore Massimo Arcangeli – linguista e critico letterario – ha raccontato pubblicamente le difficoltà che hanno i suoi studenti dell’università di Cagliari con molte parole della lingua italiana appena un po’ più rare ed elaborate, riflettendo su come queste difficoltà si estendano oggi a molti, in un impoverimento generale della capacità di uso della lingua. Il Post ha quindi proposto ad Arcangeli di prendere quella lista di parole usata nei suoi corsi, e spiegarne in breve il significato e più estesamente la storia e le implicazioni: una al giorno.
Il nuovo libro di Massimo Arcangeli, “La solitudine del punto esclamativo“, è uscito il primo giugno per il Saggiatore.

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