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  • venerdì 22 settembre 2017

I rohinghya non possono fermarsi

Un fotografo di Associated Press ha raccontato le cose impressionanti che ha visto seguendo le persone che stanno scappando dal Myanmar

Dar Yasin rohingya Rohingya diretti a un campo profughi a Shah Porir Dwip, 14 settembre 2017 (AP Photo/Dar Yasin)

Il fotografo di Associated Press Dar Yasin ha passato qualche giorno con i profughi rohingya, protagonisti della più grave crisi umanitaria di questa estate. Da settimane in centinaia di migliaia stanno scappando in Bangladesh dal Myanmar, dopo che le forze di sicurezza hanno distrutto i loro villaggi citando ragioni di sicurezza (i rohingya sono musulmani, mentre la principale etnia in Myanmar è buddhista). Yasin, che ha raccontato quello che ha visto al sito della rivista TIME, spiega che in passato si è occupato di crisi del genere, ma la portata di quella che ha colpito i rohingya è semplicemente diversa: «ovunque guardi ci sono persone alla disperata ricerca di cibo, acqua, riparo, o di una faccia amica dal Myanmar».

Dar Yasin rohingyaRohingya in attesa di aiuti vicino al campo profughi di Balukhali, 20 settembre 2017(AP Photo/Dar Yasin)

I numeri dei rohingya sono praticamente impossibili da gestire per il Bangladesh: il cibo e i mezzi a disposizione non bastano per tutti quanti. Yasin racconta che i rohingya sono in una tale situazione di difficoltà e indigenza che tutte le loro energie si concentrano nel trovare i mezzi per sopravvivere. Non c’è tempo per pensare ad altro.

Attenzione, alcune foto sono forti:

Circa una settimana fa, una giovane donna di nome Hanida ha incontrato di nuovo suo marito dopo la fuga: in braccio reggeva i loro gemelli, nati da poco più di un mese. Uno di loro era vivo, l’altro era morto nel naufragio della barca che li aveva portati lì.

Dar Yasin rohingya Hanida Begum bacia il figlio morto nella traversata, Shah Porir Dwip, 14 settembre 2017 (AP Photo/Dar Yasin)

Alla vista dei suoi due bambini Hanida ha iniziato a piangere, ma nel giro di poche ore la situazione era già cambiata. Racconta Yasin:

«Il padre e altri parenti sono andati in cerca di alcuni conoscenti trasferiti in un ospedale, e poi delle autorità locali, a cui dovevano chiedere il permesso di seppellire il bambino morto. Poche ore dopo, tutta la famiglia era tornata in cerca di cibo, acqua e rifugio. In quel momento ho realizzato che queste persone non hanno il tempo di elaborare il lutto: devono andare avanti per forza».

Dar Yasin rohingya Rohingya nel fango in attesa di ricevere aiuti umanitari vicino al campo profughi di Balukhali, 20 settembre 2017 (AP Photo/Dar Yasin)

Il governo birmano ha detto che in almeno il 30 per cento dei villaggi rohingya dello stato del Rakhine, nel sud-ovest del Myanmar, non ci vive più nessuno: il governo però non si è preso la responsabilità degli incendi e ha accusato delle violenze, iniziate tre settimane fa, i rohingya e le loro milizie armate. Dall’inizio della crisi almeno 400mila rohingya sono scappati in Bangladesh. Diversi governi occidentali e alcune organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani hanno definito quello che sta succedendo in Myanmar una “pulizia etnica” ai danni della minoranza rohingya.

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