protesta DACA stati uniti
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  • mercoledì 6 settembre 2017

Cosa ha deciso Trump sui “dreamers”

E soprattutto chi sono i "dreamers", la particolare categoria di immigrati irregolari oggetto della criticata decisione di ieri

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Una manifestazione contro la cancellazione del DACA, il programma per la protezione degli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini introdotto da Obama, il 5 settembre 2017 a Los Angeles (David McNew/Getty Images)

Il 5 settembre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la fine di un importante programma dell’amministrazione Obama sull’immigrazione, che ha reso immuni dalle espulsioni gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini, portati dai propri genitori, e ha dato loro la possibilità di ottenere permessi di lavoro. Il programma si chiama DACA, da “Deferred Action for Childhood Arrivals”.

È una notizia molto grossa e non solo perché riguarda circa 800mila persone che sono cresciute negli Stati Uniti, dove sono arrivate senza averlo deciso e dove studiano o lavorano senza fare nulla di male, e che non conoscono nessun’altra nazione, ma anche perché sia tra i Repubblicani che tra i Democratici ci sono idee molto diverse sull’immigrazione irregolare in generale e su questa singola questione in particolare: è per questo che il Congresso non è riuscito a disciplinare la loro situazione – cosa che costrinse Obama a varare il DACA con un ordine esecutivo – né a fare una legge che indichi come i beneficiari del DACA possano ottenere la cittadinanza. Trump ha stabilito che il programma DACA si concluderà il 5 marzo 2018 e ha chiesto al Congresso di rimpiazzare il programma con una nuova legge prima della sua fine ufficiale.

Obama introdusse il DACA nel 2012 perché il Congresso non riusciva ad approvare una legge chiamata DREAM Act. L’espressione è l’acronimo di “Development, Relief, and Education for Alien Minors Act”, cioè “Legge per lo Sviluppo, il Sostegno e l’Educazione dei Minorenni Stranieri”, ma è anche un riferimento all’American dream, il sogno americano, e la ragione per cui oggi i beneficiari del DACA vengono anche chiamati “DREAMers” o “dreamers”, sognatori. Il DREAM Act era un disegno di legge arrivato al Congresso nel 2001 e mai approvato, il cui scopo sarebbe creare un percorso per far ottenere la cittadinanza agli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini. L’idea alla base della legge è che le persone senza cittadinanza americana arrivate da bambine negli Stati Uniti non abbiano colpe e non dovrebbero pagare per quelle dei propri genitori; inoltre, al contrario dei propri genitori, queste persone non hanno un paese in cui tornare: spesso gli Stati Uniti sono l’unico paese che conoscono, l’unico di cui conoscano la lingua, quello di cui si sentono cittadini.

A differenza del DREAM Act, il DACA non permette di avere la cittadinanza ma offre a queste persone varie garanzie, se ne fanno richiesta, per un periodo di due anni; la richiesta poi può essere rinnovata. Concretamente, è un ordine con cui il presidente chiede che gli agenti della polizia di frontiera diano bassa o nessuna priorità al perseguire le persone irregolari protette dal DACA, visto che non nuocciono a nessuno. Il DACA inoltre non è rivolto a tutti i dreamers: per poter beneficiare del programma è necessario essere arrivati negli Stati Uniti prima del 2007, avere avuto 15 anni o meno all’epoca del proprio arrivo, e avere avuto meno di 31 anni nel 2012. Inoltre bisogna avere la fedina penale pulita ed essere studenti delle scuole superiori oppure essersi diplomati. Circa 800mila persone – su 1,3 milioni che si stima abbiano questi requisiti – hanno fatto domanda. Ieri la Casa Bianca ha annunciato che il governo non accetterà più le richieste di protezione sotto il DACA, dunque nessuno potrà aggiungersi a questi 800mila, ma che per il momento non ci saranno ripercussioni per gli attuali beneficiari del programma. Citando fonti all’interno della Casa Bianca, il New York Times ha scritto che le persone che già beneficiano del DACA e le cui garanzie scadranno prima del 5 marzo, potranno rinnovarle entro il 5 ottobre.

Sia Trump che il procuratore generale Jeff Sessions hanno usato delle parole dure in riferimento ai dreamers, dicendo che sono comunque immigrati irregolari e gli immigrati irregolari danneggiano i cittadini americani, togliendo loro il lavoro e facendo abbassare i salari. Ieri il presidente della Camera Paul Ryan, uno dei più importanti politici Repubblicani, ha parlato in modo diverso, pur dicendo che Obama aveva introdotto il DACA compiendo un abuso di potere sul Congresso: «Spero che la Camera e il Senato, con la guida del presidente, riusciranno a trovare il consenso su una soluzione legislativa permanente che tra le altre cose assicuri a chi non ha fatto nulla di male di poter fare la propria parte in quanto gruppo di valore in questo grande paese».

Alcuni politici Repubblicani sono a favore del DREAM Act – la cui discussione era stata già portata al Congresso nell’ultimo anno dai senatori Repubblicani Lindsey Graham del South Carolina, Jeff Flake dell’Arizona e Lisa Murkowski dell’Alaska – o di un disegno di legge simile. Ieri il senatore dell’Arizona John McCain ha chiesto che il DREAM Act sia accettato e il senatore Tom Cotton dell’Arkansas – uno molto di destra – ha detto che i DREAMers non dovrebbero pagare per le scelte dei propri genitori. Tuttavia non è assolutamente detto che entro marzo il Congresso riesca a fare ciò che non è riuscito a fare negli ultimi sedici anni, anche perché negli ultimi tempi le divergenze all’interno dei partiti si sono ulteriormente acuite.

Secondo vari funzionari che lavorano al Congresso con cui ha parlato Vox, è improbabile che i Repubblicani vogliano votare sul DREAM Act, mentre è più verosimile che propongano una temporanea estensione del DACA per le persone che già fanno parte del programma: ma anche una misura del genere potrebbe non ricevere abbastanza sostegno a causa delle divisioni interne al Partito Repubblicano. Questo mese il Congresso dovrà votare la legge di bilancio per il prossimo anno fiscale e alzare il tetto del debito (la soglia prevista per legge oltre la quale gli Stati Uniti non possono più prendere soldi in prestito dai mercati finanziari vendendo titoli di stato) per stanziare dei fondi per la gestione dell’emergenza e della ricostruzione delle zone colpite dall’uragano Harvey: pur essendo necessario, questo passaggio creerà dei problemi tra i Repubblicani, normalmente molto contrari ad aumentare la spesa pubblica. Probabilmente questo farà passare in secondo piano la questione DACA, a sua volta controversa. In ogni caso ieri la Casa Bianca ha detto che l’amministrazione darà delle linee guida al Congresso per l’approvazione di una nuova legge sull’immigrazione che sistemi le cose; ora i Repubblicani attendono queste indicazioni.

Anche tra i Democratici ci sono delle divergenze. È probabile che i deputati Democratici voterebbero in maggioranza a favore del DREAM Act – solo il deputato del Minnesota Collin Peterson e alcuni altri voterebbero contro, secondo Vox – mentre al Senato ci sarebbero più problemi. Ci sono ancora Jon Tester del Montana e Joe Donnelly dell’Indiana che votarono contro il disegno di legge nel 2010 e Joe Manchin del West Virginia, che pur non avendo votato in merito nel 2010, ha detto di essere contrario alla legge.

L’editorial board del New York Times, cioè quel gruppo di giornalisti i cui editoriali spiegano la linea del quotidiano, ha criticato duramente Trump e Sessions dicendo che le loro argomentazioni contro il DACA sono «false, false, false» e dicendo che invece il programma voluto da Obama è «moralmente giusto, legalmente solido e intelligente dal punto di vista fiscale» visto che i dreamers che lavorano legalmente pagano le tasse. Il New York Times ha anche detto che la responsabilità dei problemi riguardo ai dreamers è tutta del Congresso, che non ha mai fatto una legge in merito, e che la soluzione di Obama è stata l’unica possibile di fronte a questa mancanza, e ha accusato Trump di non aver davvero capito ciò che ha fatto.

Di tutt’altro tenore è il commento del giornalista conservatore Rich Lowry sul New York Post. Lowry ha elogiato Trump per aver chiarito che deve essere il Congresso a stabilire cosa deve succedere ai dreamers, perché al Congresso spetta il potere legislativo, e ha aggiunto che per questo la decisione di Trump di fatto avvicina i dreamers alla cittadinanza americana più di quanto facesse il DACA, che definisce invece «un’amnistia».

Il commento dell’editorial board del Washington Post, intitolato “La decisione senza cuore di Trump”, ha sottolineato che i dreamers sono una «manna per l’economia degli Stati Uniti» perché parlano in inglese, perché quasi tutti studiano o lavorano e decine di migliaia di loro si laureeranno, perché possiedono automobili e pagano le tasse e in molti casi hanno comprato una casa o hanno avviato un’attività. Sia il New York Times che il Washington Post inoltre hanno criticato Trump per non aver fatto l’annuncio sulla cancellazione del DACA in persona, ma averlo fatto fare a Sessions – il presidente si è limitato ad alcuni tweet.

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