Lofoten

La Norvegia potrebbe lasciare 50 miliardi di euro sottoterra

Sotto le Lofoten potrebbe esserci più di un miliardo di barili di petrolio, ma per diverse ragioni probabilmente non se ne farà niente

Lofoten

Il prossimo 11 settembre ci saranno le elezioni legislative in Norvegia e potrebbe accadere una cosa molto rara per la Scandinavia, una regione d’Europa dove i partiti di sinistra sono storicamente molto forti. L’attuale governo di centrodestra, formato dai conservatori e dai populisti anti-immigrati del Partito del Progresso, potrebbe vincere nuovamente le elezioni e diventare così la prima coalizione di destra che riesce a farsi rieleggere in Norvegia da più di 30 anni.

In Norvegia, Conservatori e Laburisti hanno idee molto diverse sull’organizzazione dello stato sociale, sull’accoglienza e sulla gestione di rifugiati e immigrati. Indipendentemente da chi vincerà, c’è però almeno una cosa che sembra non essere destinata a cambiare. Secondo l’Economist e diversi altri siti specializzati, il divieto di fare perforazioni petrolifere nell’arcipelago delle Lofoten, nel nord del paese, oltre il Circolo Polare Artico, non sarà rimosso: 1,3 miliardi di barili di petrolio, per un valore di più di 50 miliardi di euro, saranno lasciati sotto le acque del Mar Glaciale Artico.

Sulla carta questa storia dovrebbe andare in maniera del tutto diversa. La posizione ufficiale di Conservatori e Laburisti è rimuovere il divieto di estrazione e permettere a Statoil, la compagnia petrolifera controllata dal governo norvegese, di iniziare quanto prima a sfruttare il nuovo giacimento. Da un certo punto di vista è una posizione più che sensata. Negli ultimi 15 anni la produzione di petrolio norvegese si è più che dimezzata: si prevede che cali dell’11 per cento entro la fine del 2019 e si stima un calo ancora peggiore dopo il 2025. Secondo i manager di Statoil, se la società vuole continuare ad operare ad alta intensità dopo quella data, avrà bisogno di nuovi campi petroliferi da sfruttare.

Secondo esperti e analisti, nonostante le promesse di Conservatori e Laburisti, questi nuovi campi non saranno però quelli delle Lofoten. Terminate le elezioni, formate le coalizioni, i politici si ritireranno di fronte alla pressione popolare e non toccheranno le Lofoten. La ragione principale è ambientale: alle Lofoten ci sono la più grande barriera corallina in acque fredde del mondo e la più grande colonia di uccelli in Europa, e le sue acque sono usate come area di riproduzione dal 70 per cento dei pesci pescati nelle acque norvegesi; la zona è anche la principale fonte di sostentamento per foche e balene. Questa regione attrae ogni anno un milione di turisti e i pozzi di petrolio sono molto vicini alla costa. Significa che sarebbe impossibile sviluppare l’industria estrattiva dell’area senza avere un forte impatto sull’ecosistema delle isole e sul turismo (gran parte del resto dell’industria petrolifera norvegese, invece, si trova a centinaia di chilometri dalla costa).

Ci sono anche altre considerazioni che sconsigliano l’investimento alle Lofoten. L’area è povera di infrastrutture, quindi per mettere in funzione i nuovi pozzi ci sarebbe bisogno di un investimento cospicuo. Il prezzo del petrolio continua però a rimanere basso e nel contempo l’Europa, il principale acquirente del petrolio norvegese, sembra sempre più intenzionata a liberarsi di benzina e gas naturale. Investire alle Lofoten, quindi, significa potenzialmente spendere miliardi di euro per sviluppare un sito di estrazione, ma venderne il contenuto per pochi soldi e rischiare di finire senza clienti interessati a comprarlo.

Sfruttare un giacimento non è semplice. In genere, dal momento in cui il governo norvegese autorizza l’estrazione a quello in cui il petrolio estratto comincia ad essere venduto passano tra i 15 e i 18 anni. Questo significa che, anche nello scenario migliore per l’industria petrolifera del paese, le Lofoten non entreranno in produzione prima del 2030. A quel punto, però, è possibile che dei pozzi nell’arcipelago non ci sia più bisogno. Secondo la rivista specializza Oilprice.com, l’economia mondiale raggiungerà il picco della domanda di petrolio tra il 2035 e il 2040. Da quel momento, la richiesta inizierà a calare e così faranno i prezzi. I pozzi nell’arcipelago, in altre parole, rischiano di essere aperti troppo tardi.

Ci sono anche questioni politiche di cui tenere conto. Secondo i sondaggi, circa la metà dei norvegesi è contraria allo sfruttamento delle Lofoten; è anche per questa ragione che di recente i difensori dell’estrazione all’interno dei principali partiti non si sono fatti sentire spesso. Il partito dei Verdi, inoltre, sta crescendo rapidamente e per quanto non possa competere con le due forze politiche principali norvegesi, se otterrà un buon risultato potrebbe diventare essenziale per formare una coalizione di governo. I Verdi sono contrari all’estrazione nell’arcipelago ed è probabile che i leader del partito adotteranno la posizione di molte associazioni ambientaliste, come il WWF Norvegia, che chiedono l’introduzione di un divieto permanente su qualsiasi attività petrolifera nell’arcipelago, al posto del divieto temporaneo approvato nel 2001.

Infine, c’è anche un aspetto legale. La Norvegia è uno dei paesi che hanno firmato l’accordo di Parigi sul clima, che impegna i contraenti a lasciare nel sottosuolo almeno un terzo delle attuali riserve di combustibili fossili. Secondo alcuni ambientalisti, sfruttare i campi petroliferi delle Lofoten sarebbe una violazione dell’accordo e proprio su queste basi l’associazione Greenpeace ha iniziato una causa contro le prime esplorazioni nell’arcipelago autorizzate dall’attuale governo. Il caso comincerà ad essere discusso a novembre.

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