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  • Moda
  • martedì 18 luglio 2017

Ci sono ancora problemi con la moda plus-size

L'Economist racconta che nonostante la domanda sia in crescita da anni ci sono ancora grossi limiti nell'offerta

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Manichini plus-size, New York, dicembre 2013 (AP Photo/Bebeto Matthews)

In un articolo del 13 luglio l’Economist si è occupato di una stranezza del mercato della moda plus-size, quello delle cosiddette taglie forti: che hanno sempre maggior successo ma incontrano ancora diverse resistenze da parte delle aziende di moda. L’Economist è partito da due dati interessanti e incongruenti: uno studio condotto qualche anno fa da Plunkett Research, società di ricerca di mercato, ha mostrato che il 67 per cento delle donne americane è aumentato di taglia, superando dunque la misura che in Italia corrisponde alla 48, ma un’altra ricerca del gruppo NPD ha mostrato che nel 2016 solo il 18 per cento degli abiti venduti corrisponde a taglie cosiddette “forti”.

Un motivo di questa distanza tra domanda e offerta, nel segmento plus-size, spiega l’Economist, è che questa fascia di mercato comporta rischi maggiori per i produttori. Da una parte prevedere i gusti delle clienti può essere difficile, poiché c’è generalmente maggiore cautela nella scelta, e allo stesso tempo produrre abiti più grandi comporta costi maggiori che non sempre – per ragioni di marketing – possono essere tradotti in prezzi più alti. Questo atteggiamento, a sua volta, innesca un circolo negativo perché le molte potenziali clienti di taglie più grandi si trovano davanti a una modesta offerta di mercato: «Abbiamo i soldi, ma non abbiamo luoghi in cui spenderli», ha detto all’Economist Kristine Thompson, che gestisce un blog chiamato Trendy Curvy e che ha quasi 150 mila seguaci su Instagram.

Ai problemi di tipo economico, inoltre, se ne aggiungono anche alcuni di tipo culturale, legati ai pregiudizi in qualche misura ancora persistenti sulla moda plus-size. Spesso le aziende di moda non si occupano di abiti di taglie superiori oppure hanno nelle loro collezioni vestiti plus-size, ma non li pubblicizzano nemmeno sui loro siti (l’Economist fa l’esempio del marchio Michael Kors). È anche frequente – dice l’Economist – che nei grandi magazzini le sezioni dedicate a questo tipo di abbigliamento siano mal organizzate, poco illuminate e quasi abbandonate a loro stesse.

Questa tendenza, così come la rappresentazione nel mondo della moda di diversi tipi di corpi, sta comunque, lentamente, cambiando. Tra gli adolescenti sembrano esserci meno pregiudizi verso la moda plus-size, ci sono rivenditori che hanno ampliato le loro collezioni anche dal punto di vista delle dimensioni degli abiti e aziende e marchi che hanno fatto la stessa cosa: lo scorso marzo, per esempio, Nike ha esteso la sua collezione sportiva X-size dedicata alle taglie più grandi. I ricavi di questa specifica categoria sono aumentati del 14 per cento tra il 2013 e il 2016, mentre il settore dell’abbigliamento in generale è cresciuto meno, con una percentuale pari al 7 per cento. Inoltre, conclude l’Economist, ci sono diverse start-up che offrono dei servizi utili in questo settore: che si rivolgono direttamente ai consumatori o che forniscono dati e tendenze agli stilisti per creare modelli più attraenti di taglie più grandi.

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