I documentari candidati agli Oscar, oltre a “Fuocoammare”

Cosa si dice dei lungometraggi e dei cortometraggi candidati, e quali si possono già vedere online

(Da "Life, animated")

Il premio Oscar al Miglior film documentario viene assegnato dagli anni Quaranta e negli ultimi due anni è stato vinto da Citizenfour – sulla vita di Edward Snowden – e Amy, sulla cantante britannica Amy Winehouse. In questi ultimi anni è capitato piuttosto spesso che l’Oscar per il Miglior documentario andasse a film che avevano fatto molto parlare, perché molto legati all’attualità: Una scomoda verità parlava del riscaldamento globale, Bowling a Columbine di Stati Uniti e armi, Inside Job della recessione economica e di questioni finanziarie. Altre volte l’Oscar, invece, è andato a documentari che raccontavano storie particolari, meno politiche: Undefeated, su una squadra di football o Searching for Sugar Man, sulla bellissima storia del cantante Sixto Rodriguez.

Tra i film candidati quest’anno – la cerimonia di premiazione dell’89esima edizione degli Oscar sarà il 26 febbraio – c’è Fuocoammare di Gianfranco Rosi, girato a Lampedusa, Life, Animated, che racconta la particolare storia di un ragazzo autistico (già raccontata nell’omonimo libro), 13th, che parla di razzismo e del sistema carcerario statunitense, I Am Not Your Negro, sulla vita dello scrittore nero James Baldwin, e O.J: Made in America, che dura otto ore e parla di O.J. Simpson (e non va confuso con Il caso O.J. Simpson, la serie tv che fa parte di American Crime Story). Secondo Variety, il sito più affidabile quando si parla di Oscar, il film favorito è proprio Il caso O.J. Simpson, con qualche possibilità per 13th. Fuocoammare – che ha vinto il Festival di Berlino – sembra invece averne pochissime. Una curiosità, dopo che l’anno scorso si parlò di Oscar e razzismo: tutti i registi dei documentari candidati agli Oscar sono neri, tranne Rosi.

Abbiamo dedicato una scheda a ognuno dei cinque film candidati (due dei quali si possono vedere già ora su Netflix). Agli Oscar c’è anche una categoria per i cortometraggi documentari: anche in questo caso sono cinque nomination (e tre si possono già vedere online). Le cose da sapere e il trailer dei cortometraggi documentari candidati all’Oscar sono nelle ultime cinque schede.

O.J: Made in America 

Di cosa parla: dura 7 ore e 47 minuti (più di qualsiasi altro film mai candidato a un Oscar) ed è candidato nonostante fosse fatto per la tv perché è stato appositamente trasmesso in alcuni cinema. Racconta la vita del giocatore di football americano O.J. Simpson: dagli inizi nella squadra dell’università, alla fama, alle accuse di aver ucciso, nel 1994, l’ex moglie Nicole Brown Simpson e un suo amico, Ronald Lyle Goldman; fino all’assoluzione e alla condanna per un altro crimine.

Il regista è: Ezra Edelman. Ha 42 anni, fa anche il produttore e prima di questo film aveva fatto soprattutto documentari sportivi

Cosa se ne dice: i critici ne hanno apprezzato il lavoro di ricerca e ricostruzione e la capacità di rendere questa storia personale (seppur notissima) una chiave di lettura per molte questioni americane molto più grandi: la fissazione per la celebrità e il culto per lo sport, i problemi razziali, il sesso, la brutalità della polizia e le esagerazioni della stampa.


I Am Not Your Negro 

Di cosa parla: dello scrittore e attivista nero James Baldwin, autore di “Remember this house”, un romanzo incompleto che non pubblicò mai. Baldwin morì nel 1987 e durante la sua vita fu amico di Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King. Partendo da Baldwin il film parla però più in generale degli attivisti neri, fino ad arrivare al movimento Black Lives Matter. La voce narrante è di Samuel L. Jackson: quasi ogni cosa che dice è la lettura di note, appunti e estratti scritti da Baldwin.

Il regista è: Raoul Peck, haitiano di 63 anni. Negli anni Novanta è stato ministro della Cultura nel suo paese e dirige anche film non-documentari: il prossimo sarà su Karl Marx, e sarà presentato in questi giorni al Festival di Berlino.

Cosa se ne dice: Alissa Wilkinson di Vox ha scritto che è molto interessante, anche se «intricato e complesso»; A. O. Scott del New York Times ha scritto: «Qualsiasi cosa pensiate del passato e del futuro di quelle che chiamavamo “questioni razziali” – il suprematismo bianco e quelli che provavano a resistere, per dirla più facile – questo film vi farà ripensare alla cosa, e magari cambiare l’idea che ve ne siete fatti».


Life, Animated 

Di cosa parla: è tratto dall’omonimo libro del giornalista Ron Suskind (vincitore di un premio Pulitzer), che raccontò la storia di suo figlio autistico e di come, attraverso i film d’animazione, riuscì a trovare un nuovo e proficuo modo per comunicare con lui.

Il regista è: Roger Ross Williams. Ha 43 anni e nel 2009 vinse l’Oscar per il Miglior cortometraggio documentario grazie a Music by Prudence, su un giovane cantante dello Zimbabwe, povero e disabile. Nel 2013 ha invece diretto l’apprezzato documentario God Loves Uganda. Con Life, Animated ha già vinto il premio per la Miglior regia al Sundance Film Festival.

Cosa se ne dice: Wilkinson ha scritto che mette in luce «le possibilità attraverso cui le persone autistiche possono partecipare alla società, in modi prima inimmaginabili» e che «è una storia bella e positiva, che offre anche spunti più profondi». Lanre Bakare del Guardian ha dato al film cinque stelle su cinque e apprezzato molto il fatto che il film usi l’animazione per parlare d’animazione, rendendo la storia particolarmente dinamica.

Si può già vedere su Netflix.

13th 

Di cosa parla: il concetto alla base del film è che il sistema carcerario statunitense (o comunque, alcune sue parti) stiano perpetrando il razzismo e, quasi, la schiavitù dei neri. Il titolo è un riferimento al Tredicesimo emendamento della costituzione degli Stati Uniti, quello che nel 1865 abolì la schiavitù.

La regista è: Ava DuVernay, che ha 44 anni e si è fatta notare soprattutto grazie a Selma – La strada per la libertà.

Cosa se ne dice: Joe McGovern di Entertainment Weekly ha scritto: «Rappresenta una titanica presa di posizione da parte di una delle più importanti voci dell’America. Vederlo dovrebbe essere obbligatorio». In generale la maggior parte dei critici ne ha parlato molto bene, apprezzando la potenza del film e delle sue immagini.

Si può già vedere su Netflix.

Fuocoammare

Di cosa parla: è stato girato sull’isola di Lampedusa, e ne racconta le due realtà principali: quella di chi ci è nato e ci vive, soprattutto pescatori, e quella dei migranti che ci arrivano dal Nordafrica attraversando il mare. Tra i protagonisti del film ci sono il ragazzino Samuele, di cui Rosi racconta le giornate tra scuola, pesca e famiglia, e il dottor Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che negli ultimi anni si è trovato ad affrontare in prima persona tutti i problemi sanitari – e non solo – che riguardano i migranti che arrivano sull’isola, dalle gravidanze alle numerose morti.

Il regista è: Gianfranco Rosi, nato ad Asmara, in Eritrea, nel 1964. Nel 2010 Rosi ha girato El sicario – Room 164, un film-intervista su un ex sicario messicano che lavorava per un cartello della droga. Rosi è però noto al cosiddetto “grande pubblico” italiano dal 2013, quando il suo documentario Sacro GRA – girato sul Grande Raccordo Anulare di Roma – ha vinto il Festival di Venezia. Per girare Fuocoammare ha vissuto circa un anno a Lampedusa.

Cosa se ne dice: Wilkinson ne ha parlato come di una «profondamente umana esplorazione del costo umano della crisi dei migranti, e di come le persone ci vivono dentro».

E i cortometraggi documentari

Extremis: è su Netflix, dura 24 minuti e parla dei malati terminai di un ospedale di Oakland, in California.

Joe’s Violin: parla del passaggio di proprietà di un violino, da un sopravvissuto all’Olocausto a una ragazza del Bronx.

The White Helmets: dura 40 minuti, è su Netflix e parla di un gruppo di volontari (i “caschi bianchi“) che in Siria cercano le persone sotto le macerie, subito dopo (e spesso anche durante) i bombardamenti.

4.1 Miles: parla, un po’ come questi video, di una di quelle imbarcazioni che (in questo caso tra Grecia e Turchia) salva i migranti. Si può vedere tutto sul sito del New York Times.

Watani My Homeland: dura 40 minuti e parla dei quattro fratelli membri dell’Esercito Libero Siriano che, dopo che il padre viene fatto prigioniero dall’ISIS, vengono trasferiti in Germania.

Mostra commenti ( )