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  • mercoledì 11 gennaio 2017

Si faranno due referendum su tre sul Jobs Act

La Corte Costituzionale ha approvato due dei quesiti referendari proposti dalla CGIL, quello sui voucher e quello sugli appalti, bocciando invece quello sull'articolo 18

(Daniele Leone / LaPresse)

La Corte Costituzionale ha deciso di bocciare uno dei tre quesiti referendari proposti dalla CGIL lo scorso luglio, ammettendo invece gli altri due. La Corte ha deciso di non ammettere il quesito relativo all’abolizione dell modifiche all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori introdotte dal “Jobs Act” del governo Renzi, mentre sono stati ammessi gli altri due quesiti: quello che propone di eliminare completamente i voucher, lo strumento per pagare prestazioni saltuarie di lavoro; e quello che riguarda la reintroduzione di maggiori tutele nei confronti dei lavoratori esternalizzati da società che stanno lavorando in appalto. Questi ultimi due quesiti riguardano in maniera soltanto molto marginale il Job Act e di fatto puntano ad abrogare o modificare normative molto più vecchie.

Nel luglio del 2016 la CGIL – che è il principale sindacato italiano – aveva raccolto circa 3,3 milioni di firme a sostegno dei tre quesiti referendari. Lo scorso dicembre i quesiti erano stati dichiarati conformi alla legge dalla Cassazione. A differenza del referendum costituzionale del 4 dicembre, i referendum proposti sono abrogativi e quindi prevedono un quorum: il risultato sarà valido soltanto se voterà il 50 per cento più uno degli aventi diritto. I due quesiti referendari approvati dalla Corte dovranno essere sottoposti al voto tra il prossimo 15 aprile e il prossimo 15 giugno.

Se però nei prossimi mesi si andrà a elezioni anticipate – e una delle ipotesi che circola di più è che si possa votare in coincidenza con le elezioni amministrative della prossima primavera – i referendum saranno automaticamente sospesi. Inoltre, il Parlamento potrebbe evitare il voto popolare legiferando in tempo per modificare le parti della riforma che i referendum chiedono di abrogare: già oggi la commissione Lavoro della Camera dei Deputati ha messo all’ordine del giorno l’esame di cinque proposte di riforma dei voucher.

I giudici costituzionali che nella seduta di oggi hanno svolto il ruolo di relatori per le tre proposte sono Silvana Sciarra, giuslavorista eletta dal Parlamento nel novembre 2014 e considerata in quota PD, Mario Morelli, presidente di sezione della Cassazione, eletto nel 2011, e Giulio Prosperetti, giuslavorista eletto dal Parlamento nel 2015 considerato vicino ai partiti di centro. Dopo che lo scorso novembre, per motivi di salute, si era dimesso Giuseppe Frigo, il collegio della Consulta è rimasto di 14 giudici invece che 15.

I quesiti referendari della CGIL sono accompagnati da una proposta di legge d’iniziativa popolare che vorrebbe introdurre un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori.

Voucher
Il primo quesito ha lo scopo di abolire i voucher, uno strumento che serve a permettere la remunerazione legale di “mini-lavori”: dalle ripetizioni scolastiche alle pulizie, passando per i lavori agricoli stagionali e quelli nel settore turistico. I voucher vengono acquistati dal datore di lavoro (si possono comprare anche in tabaccheria) che poi li consegna al lavoratore. Oggi il taglio più piccolo vale 10 euro e corrisponde a un compenso netto per il lavoratore di 7,5 euro. Il resto viene incassato dall’INAIL e dall’INPS, che in cambio forniscono una copertura contributiva e assicurativa.

I voucher sono stati introdotti per la prima nel 2003 e nel corso degli anni la possibilità di utilizzarli è stata molto ampliata. Inizialmente erano uno strumento circoscritto a pochi settori e poche categorie di lavoratori, come disoccupati da oltre un anno, pensionati e studenti; oggi possono essere utilizzati da molte più persone e in quasi tutti i settori lavorativi. Dopo alcune “liberalizzazioni” degli anni precedenti, il Jobs Act del governo Renzi è intervenuto alzando da 5 a 7 mila euro netti la cifra massima che è possibile guadagnare tramite voucher in un anno. Durante il governo Renzi il ricorso ai voucher ha avuto un incremento rapidissimo: è aumentato del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016 e del 67 per cento nei primi dieci mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014.

Le modifiche ai voucher previste dal Job Act sono considerate leggere e poco rilevanti, ma la legge che le ha introdotto ha riscritto completamente la normativa che li regolava in precedenza. Di fatto, quindi, abolendo alcuni articoli del Job Act è possibile cancellare completamente questo strumento, anche se di fatto è stato introdotto da un’altra legge più di dieci anni prima. Di fatto, quindi, questo quesito ha poco a che fare con il Job Act.

Secondo i critici, e secondo la CGIL, i voucher si prestano a diverse forme di abuso. Una delle più evidenti consiste nell’utilizzare il voucher per “mascherare” un lavoratore stabile pagato in nero. Per altri, al di là delle irregolarità che possono essere commesse nel loro utilizzo, il voucher favorisce l’aumento del precariato. Secondo il governo i voucher hanno invece favorito l’emersione del lavoro nero, e così spiega l’aumento del loro utilizzo. Nelle ultime settimane si è parlato molto del fatto che la CGIL abbia usato i voucher – che vorrebbe abolire – in molte occasioni per pagare alcuni dei propri attivisti (la CGIL l’anno scorso ha investito 750.000 euro in voucher, ha detto il presidente dell’INPS Tito Boeri).

Articolo 18
Il secondo quesito, quello respinto dalla Corte, riguardava l’articolo 18, una parte di quello che comunemente viene chiamato Statuto dei Lavoratori, e cioè della legge del 20 maggio 1970, numero 300, che contiene l’insieme delle norme «sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro». Sono le regole più importanti contro illeciti e ingiustizie quando si parla di lavoro in Italia, e sono organizzate, nella legge, in diversi “titoli” dedicati a vari temi. L’articolo 18 rientra nel “Titolo II – Della libertà sindacale” e si occupa dei licenziamenti che avvengono senza giusta causa per certe categorie di lavoratori e lavoratrici. Ha subìto una sostanziale modifica nel 2012 con la riforma dell’allora ministra del Lavoro Elsa Fornero ed è stato di fatto superato dal Jobs Act.

Attualmente un licenziamento ingiustificato, senza cioè giusta causa, prevede il pagamento di un indennizzo economico che aumenta con l’anzianità di servizio e che va da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità. Con il referendum, la CGIL chiedeva di eliminare le norme che prevedono un’indennità e di ripristinare la possibilità, in caso di licenziamento illegittimo, di essere reintegrati nel posto di lavoro. Il quesito chiedeva anche che l’obbligo di reintegro venga esteso per tutte le aziende con almeno 5 dipendenti. Nelle aziende con meno di 5 addetti il reintegro non sarebbe invece automatico ma a discrezione del giudice. In caso di reintegro, sarà il lavoratore a scegliere il risarcimento congruo o il rientro.

Fra i tre quesiti proposti, quello sull’articolo 18 era il più complicato. All’inizio di gennaio l’avvocatura dello Stato, che assiste lo Stato nei procedimenti giudiziari, aveva depositato tre memorie per conto della presidenza del Consiglio sui tre referendum e il parere sul quesito per abrogare le modifiche apportate con il Jobs Act all’articolo 18 era il più netto: secondo l’avvocatura il quesito ha «carattere surrettiziamente propositivo e manipolativo» perché va oltre il semplice ripristino delle regole che c’erano prima del Jobs Act e oltre la semplice abrogazione. La Costituzione non prevede referendum propositivi ma solo abrogativi, che cioè chiedono di cancellare leggi già approvate. Il quesito della CGIL, invece, vorrebbe estendere il diritto al reintegro ai dipendenti delle aziende con un numero di dipendenti tra 5 e 15, ma prima della riforma di Renzi il diritto a riavere il proprio lavoro spettava solamente ai lavoratori di imprese con più di 15 dipendenti. D’altra parte, però, alcuni ricordano che nel 2003 la Corte ammise un referendum sull’articolo 18 che estendeva le tutele a tutte le imprese: il referendum, poi, non riuscì a raggiungere il quorum.

Appalti
L’ultimo quesito è molto tecnico e riguarda una modifica alla responsabilità di committenti, appaltatori e sub-appaltatori nei confronti dei lavoratori impiegati negli appalti. Semplificando, la legge attuale stabilisce che, in caso di irregolarità nei pagamenti di stipendio e contributi, il dipendente di una società che ha ricevuto un appalto o un subappalto può rivalersi su chi ha commissionato l’appalto, ma soltanto se non è riuscito a ottenere quanto gli era dovuto da chi ha ricevuto l’appalto, cioè il suo datore di lavoro. Se il referendum dovesse passare il dipendente potrà decidere di chiedere direttamente il denaro che gli è dovuto al committente dell’appalto (che di solito ha molto più risorse della società a cui è stato commissionato l’appalto). Quest’ultimo sarà tenuto a sborsare subito gli stipendi e i contributi dovuti al lavoratore, senza attendere le verifiche sulla disponibilità di denaro dell’appaltatore.

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