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  • lunedì 26 settembre 2016

Cosa è venuto fuori dalle elezioni in Galizia e nei Paesi Baschi

Niente di decisivo per risolvere la crisi politica spagnola, ma qualche scossone c'è stato: il crollo dei Socialisti, per esempio

Inigo Urkullu, del PNV, dopo la sua rielezione a presidente dei Paesi Baschi (ANDER GILLENEA/AFP/Getty Images)

Domenica si è votato in Galizia e nei Paesi Baschi, due comunità autonome della Spagna, per rinnovare i parlamenti locali. Erano elezioni molto attese: negli ultimi mesi se n’era parlato come di un momento potenzialmente importante per sbloccare lo stallo politico che in Spagna dura da quasi un anno, prodotto dall’incapacità dei partiti nazionali di formare un governo nonostante due elezioni legislative, una a dicembre 2015, l’altra a giugno 2016. I risultati non hanno prodotto quella svolta ma hanno confermato due trend che si erano già osservati negli ultimi mesi: il crollo del PSOE (Partito Socialista, il principale partito di centrosinistra, all’opposizione) e il rafforzamento del PP (Partito Popolare, il principale partito di centrodestra, al governo). Nonostante non siano state di per sé definitive, le elezioni in Galizia e nei Paesi Baschi hanno già prodotto conseguenze notevoli: per esempio lunedì mattina il contestato leader del PSOE, Pedro Sánchez, ha annunciato un congresso straordinario e delle primarie per eleggere il prossimo segretario generale del suo partito.

Partiamo dai risultati. In Galizia, la comunità autonoma che si trova sulla punta nord-ovest della Spagna, ha stravinto il PP. La vittoria era prevista ma non con un margine così ampio. Alberto Núñez Feijóo, leader del PP galiziano e presidente del governo regionale uscente, ha ottenuto il 48 per cento dei consensi, pari a 41 seggi, 3 in più di quelli necessari per avere la maggioranza assoluta. Núñez Feijóo ha fatto una campagna elettorale piuttosto autonoma, slegata per quanto possibile dal PP nazionale – coinvolto da anni in grossi scandali di corruzione – e dal suo leader e attuale primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy. Il risultato ha comunque favorito il PP nazionale, ha scritto El País, e ha fatto emergere Núñez Feijóo come possibile leader futuro del partito, una volta che Rajoy si farà da parte. Per il PSOE è invece stato un mezzo disastro: i Socialisti hanno preso il 18 per cento dei voti, pari a 14 seggi, 4 in meno di quelli ottenuti alle elezioni del 2012; e soprattutto hanno preso meno voti di En Marea, la coalizione che include anche Podemos, nonostante il numero dei seggi alla fine sia risultato 14 per entrambe le forze politiche. Il candidato del PSOE in Galizia era Xoaquín Fernández Leiceaga, voluto direttamente dalla direzione nazionale. Dopo le elezioni di domenica, le speranze di mettere in piedi una coalizione di sinistra per governare la Galizia si sono ridotte a zero.

Nei Paesi Baschi le elezioni sono state vinte dal Partito Nazionalista Basco (PNV) – nazionalista, autonomista e di orientamento conservatore – che ha ottenuto il 38 per cento dei voti, pari a 29 seggi (con la maggioranza assoluta fissata a 38 seggi). Il PNV cercherà probabilmente un’alleanza con il Partito Socialista Euskadi, come già successo diverse altre volte in passato. I Socialisti non sono andati per niente bene, comunque: hanno ottenuto 9 seggi – 7 in meno delle elezioni del 2012 – e sono stati superati da altre due forze: Euskal Herria Bildu, una coalizione di partiti nazionalisti baschi di sinistra che ha ottenuto 17 seggi, e Podemos, che ha ottenuto 11 seggi. Nei Paesi Baschi il PP dava per scontato un risultato mediocre: i Popolari hanno ottenuto 9 seggi, come il PSOE, ma in una comunità autonoma che ragiona molto con logiche sue e che non rispecchia l’andamento politico nazionale.

Dopo la diffusione dei risultati delle elezioni in Galizia e nei Paesi Baschi, sono successe due cose che dicono molto sul momento di crisi del PSOE. Prima è saltato l’accordo di governo tra Podemos e PSOE nella Castiglia-La Mancia, la comunità autonoma a sud di Madrid. È stato Podemos a decidere di ritirarsi dall’accordo, che dal 2015 aveva garantito al Socialista Emiliano García-Page di governare nonostante la mancanza di una maggioranza parlamentare. Il giornale online El Confidencial ha scritto che la rottura è stata un messaggio di Podemos al PSOE: una specie di mossa per costringere il PSOE a trattare un accordo nazionale di governo partendo da una posizione di parità, e non di supremazia rispetto a Podemos. In altre parole, una mossa per aumentare il proprio potere contrattuale.

La seconda cosa che è successa ha riguardato più direttamente la leadership del PSOE: Pedro Sánchez, segretario del PSOE, ha annunciato la sua volontà di convocare un congresso straordinario e di organizzare delle elezioni primarie per scegliere il nuovo segretario del partito. Sánchez è molto criticato da tempo, anche all’interno del suo stesso partito: in diversi credono che la sua strategia – rifiutare qualsiasi accordo di governo con il PP e cercare invece un qualche accordo con Podemos – si sia rivelata ormai fallimentare. Con le dichiarazioni di lunedì, Sánchez spera di intercettare i favori della cosiddetta “base” del PSOE, che potrebbe premiarlo per avere mantenuto il no a Rajoy e al PP “fino alla fine”. Nei piani di Sánchez, sia le primarie che il congresso si terrebbero prima delle eventuali nuove elezioni nazionali: si voterà a dicembre, se prima di allora non si sblocca qualcosa.

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