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  • Italia
  • sabato 27 agosto 2016

Quanto costerebbe mettere in sicurezza gli edifici in Italia

C'è chi dice che ristrutturarli secondo le norme antisismiche avrebbe un costo inferiore a quello che abbiamo speso negli ultimi 50 anni per la ricostruzione, ma circolano stime diverse

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Vigili del fuoco vicino alla chiesa di Sant'Agostino ad Amatrice, il 26 agosto 2016 (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

I forti terremoti che hanno colpito l’Italia nel corso del Novecento e nei primi decenni del Duemila – per ultimo quello nel Centro Italia dello scorso 24 agosto – hanno provocato la morte di centinaia di persone, e hanno causato danni economici enormi. Se conosciamo con precisione il numero dei morti – che furono nell’ordine delle migliaia dal terremoto in Irpinia, in Campania, del 1980 – è più difficile fare una stima complessiva dei danni economici, soprattutto quelli con conseguenze a lungo termine. In questi giorni però alcuni esperti stanno sostenendo che il costo della messa in sicurezza preventiva degli edifici esistenti in tutta Italia sarebbe inferiore alla somma spesa dal 1968 (anno del terremoto della Valle del Belice, in Sicilia) in poi per la ricostruzione delle zone terremotate. La stima dei costi della messa in sicurezza degli edifici privati però cambia a seconda degli esperti, quindi questa ipotesi non è accettata da tutti. Quello che è certo è che la messa in sicurezza e la costruzione di nuovi edifici secondo regole antisismiche sarebbe l’unico modo per ridurre il numero di morti, feriti e sfollati nei futuri terremoti che potrebbero interessare l’Italia.

I costi della prevenzione

Mauro Dolce, uno dei direttori generali del Dipartimento della Protezione Civile, ha detto al Sole 24 Ore: «Per l’adeguamento sismico degli edifici pubblici serve una cifra sull’ordine di 50 miliardi». A questa somma va poi aggiunta quella per sistemare gli edifici privati, che però non può essere calcolato con precisione perché i proprietari degli edifici possono scegliere tra interventi di messa in sicurezza con costi diversi, variabili da 300 a 800 euro per metro quadrato. Per questo le stime possono variare. Secondo quelle fatte dal Consiglio nazionale degli ingegneri nel 2013 basandosi sui dati Istat, Cresme e della Protezione Civile, servirebbero circa 93,7 miliardi di euro per mettere in sicurezza le case di tutti gli italiani. Sempre al 2013 risale un’altra stima, quella dell’associazione degli ingegneri e degli architetti Oice, che dice che per mettere in sicurezza solo gli edifici a elevato rischio sismico (quelli cioè che si trovano in una zona che occupa circa il 44 per cento della superficie italiana) servirebbero 36 miliardi di euro. Secondo l’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (ANCE) circa 21,8 milioni di persone vivono nelle aree a elevato rischio sismico in Italia.

Dopo il terremoto in Abruzzo del 2009 venne istituito un fondo per la prevenzione del rischio sismico, come ha spiegato Jacopo Ottaviani su Internazionale, ma in sette anni è stato stanziato meno di un miliardo di euro: negli anni infatti sono stati messi nel fondo 965 milioni di euro, somma che la stessa Protezione Civile dice rappresentare «solo una minima percentuale, forse inferiore all’1%, del fabbisogno necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni, pubbliche e private, e delle opere infrastrutturali strategiche». Per questa stessa ragione Mauro Grassi, capo dell’Unità di missione sul dissesto idrogeologico, ha detto al Sole 24 Ore che servirebbe avviare un piano nazionale di prevenzione dei danni da terremoti da almeno quattro miliardi di euro all’anno.

Le spese per le ricostruzioni

Secondo un rapporto fatto dal Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri, Costi dei terremoti in Italia, in totale dal 1968 al 2014 si sono spesi 121,6 miliardi di euro per le ricostruzioni. Considerando l’intervallo temporale, è come se si fossero spesi 2,6 miliardi di tasse all’anno per riparare i danni causati dai terremoti. Secondo l’ANCE il costo della mancata prevenzione è più alto, e ammonta a 3,5 miliardi di euro all’anno; Mauro Grassi ha parlato di 5 miliardi all’anno al Sole 24 Ore, includendo i danni causati dalle alluvioni e dalle frane.

I fondi destinati all’Irpinia, colpita da un terremoto di magnitudo 6.5 nel 1980, saranno erogati fino al 2023, quelli alla Valle del Belice fino al 2028. Per i terremoti più recenti si prevede che la ricostruzione totale finisca in meno tempo: nel 2023 nelle zone del Molise e della Puglia colpite dal terremoto del 2002; nel 2024 nelle zone di Marche e Umbria colpite dal terremoto del 1997; nel 2029 in Abruzzo, colpito dal sisma del 2009. Per i comuni dell’Emilia colpiti dal terremoto del 2012 non c’è una previsione sulla fine dei lavori, ma lo stato di emergenza durerà fino alla fine del 2018. In ogni caso le stime fatte dal Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri non possono tenere conto del costo di danni difficili da quantificare, quelli che inevitabilmente sono fatti all’economia da una lunga interruzione delle attività produttive e commerciali, quelli alle persone e alla loro vita sociale, e anche quelli al patrimonio artistico, spesso danneggiato in modo irreparabile.

I 121,6 miliardi di euro spesi in Italia per la ricostruzione dal 1968 al 2014 sono una somma superiore ai 50 miliardi che servirebbero a mettere in sicurezza gli edifici pubblici, ed è anche superiore alle stime riguardanti la messa in sicurezza di quelli privati. Rimane però inferiore, sempre tenendo conto che si parla di stime, alla spesa per la messa in sicurezza di tutti gli edifici, pubblici e privati.

La situazione nel Centro Italia, prima e dopo il terremoto

Sul New York Times le giornaliste Gaia Pianigiani ed Elisabetta Povoledo hanno spiegato perché i danni nella provincia di Rieti colpita dal terremoto del 24 agosto sono stati così grandi – al momento il bilancio è di 290 morti, ma i vigili del fuoco non hanno ancora finito di scavare sotto le macerie. Secondo il sismologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) Romano Camassi, gli effetti del sisma nel Centro Italia sono stati amplificati dalla debolezza della maggior parte degli edifici della zona. Molte costruzioni erano antiche, molto più vecchie della prima normativa antisismica del 1974, ed erano realizzate usando sassi e sabbia per fare i muri. Un rapporto dell’ANCE realizzato nel 2012 con il Centro ricerche economiche, sociologiche e di mercato (CRESME) dice che più del 60 per cento degli edifici è stato costruito prima del ’74. Molti hanno più di 100 anni.

Inoltre, come ha spiegato al New York Times Gianpaolo Rosati, professore di ingegneria del Politecnico di Milano, molte vecchie abitazioni dell’Italia centrale sono state ristrutturate in modo sbagliato nel corso degli anni: essendo antiche avevano spesso tetti originali in legno, che negli anni sono stati sostituiti con strutture più pesanti che poi hanno contribuito a rendere più fragili gli edifici.

Gli standard antisismici italiani sono molto avanzati, in teoria, ma il problema è che raramente sono stati applicati. Mettere in sicurezza edifici come quelli di Amatrice è molto costoso. Anche solo far valutare la propria casa da un esperto può costare fino a 10mila euro; mettere in sicurezza una casa abbastanza grande può costare 300mila euro. Poi c’è da considerare che anche se una casa è sicura di per sé potrebbe non esserlo per davvero se gli edifici vicini non lo sono. Un caso simile è stato quello del campanile di Accumoli, in provincia di Rieti, che è crollato su una casa dove si trovavano una coppia e i loro due figli, tutti morti nel crollo. Il campanile era stato restaurato da poco secondo criteri antisismici con i fondi del terremoto del 1997 e anche la casa della coppia era antisismica.

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