La questione degli 80 euro da restituire

Perché il 12,5 per cento di quelli che hanno ricevuto il bonus del governo ha perso i requisiti e ora deve ridare i soldi indietro allo Stato

Circa 1,4 milioni di persone che negli scorsi mesi hanno ricevuto il bonus di 80 euro deciso dal governo, dovranno restituirlo. La gran parte dovrà restituire tutta o parte della cifra ricevuta perché ha superato la soglia dei 24 mila euro di reddito, oltre la quale il bonus si riduce rapidamente fino a scomparire per i redditi superiori ai 26 mila euro. Ma circa 341 mila contribuenti lo dovranno restituire perché sono risultati “incapienti”, cioè hanno guadagnato meno di 8.000 euro, la soglia sotto la quale si perde il diritto al bonus. Beppe Grillo ha criticato il governo con un post sul suo blog, mentre Renzi ha risposto con un video su Facebook.

Il bonus da 80 euro mensili – tecnicamente un credito di imposta sull’IRPEF riservato ai lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi – è stato approvato nell’aprile del 2014, poche settimane prima delle elezioni europee. Il bonus spetta a tutti i lavoratori dipendenti che guadagnano meno di 26 mila euro, ma – dato di fatto è una detrazione fiscale – non tocca a quei contribuenti che guadagnano meno di 8.000, per i quali è già prevista una riduzione totale dell’IRPEF. È noto dall’inizio che se nel corso dell’anno un contribuente fosse uscito da questi due limiti, superare i 26 mila euro o scendere sotto gli 8.000, sarebbe stato costretto a restituire tutta o parte della cifra che aveva ricevuto.

Lunedì il ministero delle Finanze ha pubblicato i dati sulle dichiarazioni dei redditi del 2015, nei quali era presenta anche una tabella riassuntiva sulla distribuzione e sulla restituzione degli 80 euro (i primi giornali a parlarne sono stati Quotidiano Nazionale e il Fatto). Da questi dati risulta che 11,2 milioni di italiani hanno ricevuto il bonus e 1,4 milioni lo dovranno restituire. Di questi, 651 mila contribuenti hanno dovuto restituire parte del bonus, perché sono passati dalla fascia sotto i 24.000 euro di reddito a quella sotto i 26 mila. Altri 798 mila circa hanno invece dovuto restituirlo interamente. Di questi, circa 341 mila hanno dovuto restituire il bonus perché sono scesi sotto gli 8.000 euro di reddito annuo e sono diventati “incapienti”.

Occhio però: chi è diventato incapiente ha diritto comunque a un rimborso delle imposte pagate. Queste persone si trovano quindi nella situazione paradossale di dover restituire gli 80 euro ricevuti ma essere diventati nel contempo creditori nei confronti dello stato di un’altra somma. Facciamo un esempio pratico: un lavoratore con un contratto che gli garantisce un reddito di 10 mila euro nel corso dell’anno. Dopo sei mesi in cui ha percepito regolarmente gli 80 euro in busta paga, e in cui ha pagato l’IRPEF sul suo reddito, il lavoratore riceve una riduzione di ore e quindi di stipendio, oppure perde il lavoro: di fatto il suo reddito a fine anno non arriva a 8.000 euro. Il contribuente dovrà restituire il bonus, ma nel contempo, essendo diventato incapiente, ha diritto alla restituzione di tutta l’IRPEF versata nel corso dell’anno, o che avrebbe dovuto versare in sede di dichiarazione.

Si trova in questa situazione il 12,5 per cento di chi ha ricevuto il bonus, un contribuente su otto. La causa del problema è che il governo ha introdotto gli 80 euro sotto forma di bonus mensile e non come conguaglio a fine anno, cosa che avrebbe permesso di evitare gran parte dei casi di restituzioni. Secondo il responsabile economico del PD, Filippo Taddei, il governo ha fatto questa scelta per ragioni di “trasparenza” e “correttezza” nei confronti dei contribuenti. Altri hanno sottolineato anche la maggior “visibilità” del bonus mensile in busta paga, rispetto a un conguaglio a fine anno (inizialmente il presidente del Consiglio aveva presentato il bonus da 80 euro mensili come uno da “mille euro l’anno”).

I critici hanno anche indicato un’altra possibile causa del problema, ossia la fretta con cui è stato preparato il provvedimento, approvato poche settimane prima delle elezioni europee. Un effetto di questa rapidità di scrittura è stato che il bonus è classificato nella contabilità nazionale come aumento di spese e quindi non figura come riduzione della pressione fiscale.

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