Storie da Idomeni, in Europa

di Filippomaria Pontani

La "Dachau dei vivi", l'impegno enorme dei volontari, il ruolo di Salonicco e quello della Grecia, raccontati da lì, dal posto così vicino e così lontano

Tende nel campo di Idomeni all'alba del 19 marzo (Matt Cardy/Getty Images)

“Syrup! Syrup!”. Avrà settant’anni la donna curva e minuta che si para dinanzi alla portiera appena Dimitris accosta la macchina sul ciglio della strada, sotto un vecchissimo (e tragicamente profetico) segnale stradale bilingue greco-inglese che indica in direzione del campo: “Station of sanitary veterinary inspection Idomeni”; come a chiarire subito che questo è un posto per le bestie, non per gli esseri umani. Con gesti sobri e discreti, senza insistere, la signora indica le mani butterate, i piedi avvolti in scarpe rotte, e dà segno, in un silenzioso esperanto, di aver bisogno di medicine. Quando Dimitris le fa cenno che il dottore – il “free doctor” di cui al cartello rosso e bilingue (inglese-arabo) – riceve in una tenda laggiù, dall’altra parte del campo, il suo rammarico è lampante negli occhi; ma piena di dignità si volta, e a passi lentissimi riprende il cammino della speranza.

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Non è di marzo questa impura aria, che impregna i vestiti e non trova catarsi: le fumarole mefitiche spuntano da fornelletti improvvisati, da arrugginiti bidoni d’idrocarburi, da catastine di legna, da plastica bruciacchiata sparsa qua e là sopra il campo ancora fradicio da giorni e giorni di pioggia – oggi è uscita una lisca di sole, e i vestiti zuppi vengono finalmente stesi ad asciugare. Nel campo nato tre chilometri prima di Idomeni attorno alle strutture di un’area di servizio della EKO, sui tetti delle tende delle Nazioni Unite è tutto un fiorire di calzini, di magliette sdrucite, di pantaloni logori o seminuovi; e poi la fantasia al potere, mutande su un ramo d’albero, maglioni su una staccionata, pedalini su una sedia di plastica; e le reti basse, fatte per separare, sono in realtà degli stendini fatti e compiuti. È uscito il sole, oggi, ma potrebbe non durare; o – a leggere i giornali di ieri – potrebbe non durare il campo intero, chi può dirlo. Nell’attesa, dal benzinaio, la coda dietro a un camioncino di targa tedesca è chilometrica e lentissima: si distribuiscono scarpe, ma sono poche le possibilità d’intendersi al volo sulla taglia nel volteggio di arabo, farsi, inglese, curdo. Così, in fin dei conti, il solo modo di capire a quale piede vada bene quale calzatura è la sensata esperienza – e ridono e frignano e sghignazzano i tantissimi bambini che fanno i capricci, come qualunque loro coetaneo europeo in un negozio alla moda: sulla campana disegnata coi gessi colorati tra la pompa di benzina e la fila di bagni chimici, vogliono saltare con scarpette resistenti.

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Idomeni è una città senza governo, nel senso più letterale. Nel punto in cui convergono le tre direttrici sterrate o d’asfalto, subito a fianco dei binari della linea interrotta, stamani la polizia ha ricavato con fatica, in mezzo al flusso continuo e dantesco di anime in pena, un piccolo spazio per l’auto blu della viceministra degli Interni, Maria Kollia-Tsaruchà, che è nata a Serres, non lontano da qui. Piccola e sgomenta sul sedile anteriore, mi invita a documentare con precisione cosa accade, perché si sappia; e aggiunge in un sussurro che la situazione dhen elènchete, non si controlla più. Il suo ministro, il coraggioso non-vedente Panayotis Kurublìs, dichiara che questa è una nuova Dachau (una Dachau, ribatte Dimitris, da cui però usciranno quasi tutti vivi, e segnati per sempre, a migliaia, nei polmoni, nelle giunture, nell’anima); il vagare affranto del ministro stamattina per il campo, al braccio di gendarmi muti e forse ancora non abituati, pare più una prova d’impotenza che il preludio a una nuova azione politica, per la quale non s’intravvede lo spazio. La polizia sta ai margini, presidia con quattro aitanti giovanotti una linea immaginaria che corre perpendicolare ai binari e parallela al muro di filo spinato 100 metri più in là: i ragazzi col casco e lo scudo osservano e sorridono distesi, forse più partecipi del dramma in corso che solleciti di possibili problemi. Né incutono timore le pettorine fosforescenti delle ONG, anche perché non mancano i “bianchi” (quelli di MSF, di Praksis, di Orient) che tra una distribuzione e l’altra si appartano un momento in lacrime, per dare sfogo non visti al sentimento umano (li riconosci subito, gli Europei, dallo stato della loro pelle, e quando senti qualcuno che parla italiano ti senti all’improvviso più fiero che durante l’inno della finale di Madrid).

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Molti, dalle file dell’opposizione greca, criticano questo modo di procedere, denunciano il sostanziale abbandono dei campi profughi e soffiano sul fuoco delle scaramucce fra gruppi etnici, come quelle avvenute ieri al Pireo, e pure qui stesso – un Afghano, un Siriano e un Tedesco ricoverati in ospedale per ferite d’arma da taglio. Tutti aspettano risse e disordini per poter meglio additare la faciloneria del governo, la sua mancanza di strategia. I grandi giornali, dal Vima alla Kathimerinì, sono zeppi di editoriali aggressivi contro il premier Tsipras e la sua politica di frontiere aperte senza distinzione di provenienza e di status. Così, si insiste sulla presunta mancanza di ordine pubblico, invece che sulla mancanza politica di un governo che esita, forse comprensibilmente forse no, pressato com’è fra la povertà di mezzi, l’indecisione e l’atavico timore dei Turchi; un governo che preferisce dedicare sforzi e polemiche all’uscita estemporanea di un sottosegretario (Panayotis Muzalas) che ha chiamato “Macedonia” quella che per il diritto internazionale è “Fyrom” e per i Greci è semplicemente “ta Skopia” (da pronunciare con una lieve aspirazione di disprezzo fra la “p” e la “i”). Da giorni, mentre qui prosegue l’inferno, sui media si discute se la maestà del nazionalismo ellenico – lesa da quel nome proprio, soprattutto nell’opima figura dell’alleato destrorso di Tsipras, il ministro della Difesa Panos Kammenos – debba o meno costare a Muzalas la poltrona.

Così, mentre ad Atene si litiga sulle parole, i poliziotti di Skopje rispediscono indietro a suon di legnate i profughi che nottetempo riescono a passare sfidando le gelide correnti dell’Axiòs, il fiume che passa accanto a Idomeni e che appena varcato il confine impossibile inizia a chiamarsi Vardar – come se il muro di filo spinato fosse così stretto e potente da risucchiare un nome assieme alle vite dei migranti (tre, cinque, o chissà quanti) che l’altro giorno sono scomparse nei flutti. Intanto il numero dei profughi è quadruplicato, l’ospedale più vicino (quello di Kilkìs) non è stato potenziato e va in tilt con 20 pazienti (e qui sono accampati in 16mila); e come se non bastasse nella provincia di Kilkìs Alba Dorata ha il 10 per cento, a testimonio di un pericolo di xenofobia che spesso si sottovaluta: un documentario della giornalista Anghelikì Kuruni, Alba dorata: un fatto personale, presentato proprio ieri al Festival del documentario di Salonicco, denuncia la permeabilità dei Greci più insospettabili al fascino delle svastiche. Né manca, nella Macedonia travolta dall’onda, chi teme l’invasione, il fattore demografico a tutto vantaggio degli “altri”, e l’inettitudine di uno Stato debole e incerottato.

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Eppure la realtà profonda non è questa. Se Idomeni rimane in piedi, se questa città fantasma, nonostante tutto, funziona da mesi nel fluire ininterrotto di centinaia di migliaia di persone, vuol dire che la realtà è soprattutto un’altra. Qui è tutto merito di quella parola greca che, come tante altre, da sola fa miracoli: allilenghìi. Di norma tradotta con “solidarietà”, essa reca al proprio interno la radice del “reciproco” e la radice antichissima della “garanzia”, del “pegno”: indica insomma un atto di fiducia reciproca, di consapevolezza e riconoscimento della comunanza di un destino. Nessuno, sotto questo cielo, può saperlo meglio dei Greci, che hanno inventato il concetto stesso di xenìa e che nell’ultimo secolo hanno assistito a innumerevoli e tragici spostamenti di masse umane. Non è un caso che oltre i due terzi di loro – dicono i sondaggi – non abbiano paura dei profughi (attualmente 45mila sul suolo del Paese, il 60% dei quali stipati nella sola Macedonia), e si dichiarino pronti ad ospitarli in tutti i modi (molte decine ormai anche nelle proprie case), anche se meno del 50% sarebbe contento se si stabilissero tutti in Grecia – cosa che nessuno di quelli beninteso vuol fare, forse nemmeno la stanchissima signora con le mani butterate che cercava lo sciroppo, e non è arrivata intanto nemmeno a metà strada.

Alto e robusto, il mio amico Dimitris sembra un eroe di Nikos Kazantzakis, con il suo parlare semplice e la riserva di umanità che tiene in sé: un Ulisse più altruista, uno Zorba più dolente. Mi racconta di quando venne qui la prima volta, a giugno 2015, e non c’era praticamente nessuno: non le televisioni che ora trasmettono da ogni angolo, non le padelle paraboliche che sfiorano le tende (qualche bambino cede alla tentazione di metterci sopra i calzini ad asciugare), non le ONG che con rare eccezioni sono qui da 2-3 mesi, non le Nazioni Unite che giunsero a fine agosto coi primi accampamenti. All’epoca, tutto era in mano a una mafia internazionale (turca, greca, macedone) che approfittava dei confini aperti per spillare somme ingenti ai profughi (talora portati perfino dalla Libia e dal Marocco, probabilmente attraverso la Turchia…) e per infliggere loro (compresi donne e bambini) marce infinite attraverso la spina dorsale dei Balcani. Dopo la crisi di agosto ci furono l’Orban cattivo, la Merkel buona e l’Austria silenziosa, e Idomeni diventò per altre settimane solo un punto di transito per quelli che il governo Tsipras – unico forse tra quelli europei – definiva a priori mai “clandestini” ma sempre “rifugiati”, indipendentemente dalla loro provenienza e dalla loro motivazione, rinunciando così a quell’intollerabile discriminazione fra esule per fame ed esule di guerra che tutte le sinistre europee (a tacer delle altre parti politiche) hanno comodamente sposata ed eretta a fondamento delle loro politiche. Poi vennero novembre, la limitazione del passaggio ai soli Siriani, Iracheni e Afghani (questi ultimi esclusi poi a partire da gennaio, in una sorta di macabro gioco a eliminazione), e così la metamorfosi di Idomeni in un campo vero e proprio, in concomitanza con l’inizio dell’inverno. L’inverno freddo dei film di Theo Anghelòpulos; l’inverno in cui piove, “perché questo non è il Libano”. E la tolleranza di chi, forse per soldi forse per buona intenzione, ha portato fin qui tanta gente che non aveva alcuna speranza di passare.

Avevamo molta strada dinanzi a noi / ed ettari di terra da sanare / il punto era che non sapevamo / se ci trovavamo nella notte dell’Europa / o sul finto tappeto persiano del soggiorno (G. Alisanoglou, Sentieri delle analogie, in Parco giochi, 2016)

Dimitris, che vive e lavora come fisioterapista alternativo a Salonicco, ricorda perfettamente quando, di ritorno da quel suo primo viaggio al confine, con un pugno di amici decise che era ora di far qualcosa: “io ho dei figli, e mi sono semplicemente vergognato”. Così, di punto in bianco, senza nessun sostegno e nel disinteresse totale tanto dei media, impegnati a deplorare i morti annegati dinanzi alle isole, quanto delle autorità che non giudicavano quel fronte un pericolo attuale, dettero vita attraverso un blog Volontari di Salonicco – amore senza frontiere e una pagina Facebook a una raccolta di cibo e vestiti tra i cittadini del quartiere, poi dell’intera città. E, nel silenzio, senza alcuna visibilità, cominciarono ad arrivare generi di ogni tipo da parte di perfetti sconosciuti, spesso casalinghe o modesti impiegati che durante la pausa pranzo passavano dal deposito (una casa privata adibita all’uopo) a lasciare 10 uova, una cassetta di mele, o una scatola di pannolini; o, meglio ancora, cibo cucinato alla vigilia delle spedizioni che due volte a settimana raggiungevano e raggiungono tuttora Idomeni – prima camioncini, poi interi camion pieni di generi di prima necessità, “ma non, tiene a ribadire Dimitris, i toast freddi delle Nazioni Unite o di MSF, bensì razioni di cibo vero, o per lo meno un uovo con un po’ di formaggio, di pane, e un frutto, insomma qualcosa che sazi”. Ogni viaggio costa una fortuna; uno non ci penserebbe, ma solo in buste e contenitori se ne vanno almeno tremila euro al mese, e se qualche imprenditore generoso (e anonimo) non ne regalasse un po’ forse i volontari non ce la farebbero. Ma le bollette del gas di chi cucina, quelle se le paga ciascun volontario coi propri soldi, proprio come la benzina dei camion (35-40 euro ciascuno per ogni viaggio), per non parlare delle cose che si distribuiscono – “ho visto amici tornare a casa scalzi per aver visto vecchi con le scarpe rotte, ed essersi vergognati di averne di sane”.

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A Idomeni le file sono infinite, e quelle per il cibo non vanno molto più veloci di quelle per le calzature; sopra la passerella che ripara i primi 50 (gli altri sono esposti alle intemperie per centinaia di metri ancora) campeggia l’orologio con un beffardo “Welcome to Idomeni” che lampeggia anche in arabo. Ogni camion che arriva è assediato dai bambini, onnipresenti, mentre alle 11 già la gente inizia a prender posto dinanzi alle cucine improvvisate nei container dall’associazione Ikòpolis: Babis, uno dei cuochi, col mestolo in mano dinanzi a tre enormi pentoloni in cui andrà un riso con il tonno, mi dice che a fine giornata avranno sfornato 2000-2500 razioni. Dimitris mi conferma che il suo proprio gruppo, quando va su, riesce a distribuire a volte più di 4 o 5000 razioni (250 sono i volontari che preparano e cucinano); su un campo di 16000 persone non è poco, ma non è mai abbastanza. Ma non è poco soprattutto perché denota un’adesione spontanea della popolazione greca al volontariato che non passa né per la Chiesa (quella cattolica e quella evangelica sono ora ben presenti entrambe), né per le organizzazioni non governative (per quanto lodevoli) né tanto meno per il governo, de facto spettacolarmente assente, e incapace forse di cogliere tramite i suoi semplici impiegati la dimensione umana della catastrofe. Si parla tanto di terrorismo “molecolare”; ecco, questa è a suo modo una solidarietà molecolare.

E questo, si badi, in un Paese dove negli ultimi 7 anni i salari e le pensioni sono calati della metà, e l’economia è praticamente in coma. Ogni mese, il sospirato e promesso recupero del livello pre-2008 si allontana nel tempo: ci vorranno altri vent’anni, strilla in copertina il giornale di oggi, che registra gli ultimi diktat della trojka, su cui il governo Tsipras è accusato di aver ceduto a indicibili mercanteggiamenti. Di fatto, le “linee rosse” poste a suo tempo dalla “rivoluzione Syriza” sono miseramente cadute una dopo l’altra, proprio come non cadono i muri dell’Europa: salario minimo decurtato, pensioni sottoposte a nuovi tagli (per molti è la terza o quarta volta), limite di esenzione dalle tasse abbassato di altri 200 euro, confisca dei beni mobili e immobili automatica e immediata per i debitori insolventi. Su tutto, un sistema bancario fragilissimo strozzato da un debito pubblico e privato capillare, la cui perversa dinamica nel corso degli anni ha messo in ginocchio il Paese sul piano economico ma anzitutto umanitario – lo illustra splendidamente il rapporto della commissione d’inchiesta sul debito voluta nel Parlamento greco dall’ex presidente Zoì Konstandopulu, figura competente e intransigente, sottoposta forse per questo al ludibrio mediatico e misogino perfino dai propri stessi compagni di partito, e prontamente rimossa nel nuovo corso del Syriza di governo (il rapporto è ora comodamente leggibile anche in francese. Anche se forse non è un caso che proprio per questo Tsipras abbia perduto per strada l’appoggio di molti antichi alleati in Europa, da Mélenchon a Corbyn a pezzi interi di Podemos, i quali parteggiano ormai apertamente per la nuova formazione politica internazionale dell’ex ministro Varufakis e della stessa Zoì. Sarà un caso che Tsipras abbia partecipato la settimana scorsa al vertice dei socialdemocratici europei di Parigi, scambiandosi amichevoli battute con Hollande e Renzi?

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A Dimitris la politica non interessa se non per gli effetti che produce sulla pelle degli ultimi; e però sa bene che se la popolazione non vedrà uno sforzo concreto da parte delle autorità, anche il volontariato spontaneo per i rifugiati si estinguerà per sfinimento, sfociando nella più classica delle guerre fra poveri: prima o poi sottentrerà il pensiero “se il governo ci lascia soli, ci taglia i soldi e ci ruba il futuro, perché dovremmo noi aiutarlo a gestire questa tragedia a spese nostre”? Mentre noi parliamo quassù, nella piazza centrale di Salonicco, sotto lo sguardo pensoso della statua di Aristotele (che era Macedone anche lui, essendo nato a Stagira), si svolge la rappresentazione plastica di questa contraddizione: fino al lungomare, troneggiano infatti gli stands della multinazionale Unilever, la quale ostenta con sfarzo i propri programmi di solidarietà nei confronti dei Greci disagiati. Tuttavia, dinanzi al padiglione dove si offre una minestra calda, o a quello dove si distribuiscono medicinali, i poveri che si addensano non hanno più lingua né colore, sono indistintamente Afgani, Greci, Iracheni, Bengalesi, Siriani. Pochi passi più in là, in un magazzino del porto, si svolge una mostra di geniali fotografie (“Images of our other self“) scattate tra Atene e Salonicco dai venditori ambulanti del giornale di strada Schedìa (“La zattera”), che sono spesso essi stessi senzatetto: immagini anonime di una Grecia “dal basso” che è fatta di taniche e bambole rotte, di asfalto e cartone, di barboni e teste di medusa, di murales perfetti come quello in cui un palloncino sale verso l’alto squarciando pian piano un muro di mattoni: e il muro di Idomeni, che palloncino lo squarcerà? Appena fuori dal magazzino, sulla banchina del porto di Salonicco, gli attivisti del “Caravan project” hanno piantato due tende mongole (o yurt) sotto le quali danno conto di un tour di mesi e mesi nella Grecia profonda, dai campi bruciati di Chio alle sofferenze dei Rom di Patrasso, dall’ambiente in pericolo nel sito macedone di Skuriès ai villaggi dell’interno in cui vivono ormai solo i vecchi sdentati e silenti. Anche qui, si parla dei Greci disagiati che vivono per strada? dei migranti che li affiancano nelle stesse strade? delle strade di un Paese senza speranza? di un mondo composito, quel mondo che si vede ormai ad ogni angolo, e che le strade dei Balcani le percorre fino a sbattere contro muri di indifferenza?

“Come un migrante nella tua stessa terra / giorno e notte sciogli e leghi la ferita / e tutto attorno a te è straniero, tutto è fatto pietra / e non fa giorno né viene l’aurora… / Filo spinato e ancora filo e vetro grosso / il sole ha insanguinato l’oriente, / piangi e sospiri e gridi “ah, l’esilio”, / ma la speranza è un imprendibile uccello nero”.

Così canterà stasera Àlkistis Protopsalti all’auditorium di Salonicco, riprendendo la versione greca del testo scritto da un Turco tanti anni fa, che canta l’epoca dello “scambio di popolazioni” conseguente alla catastrofe micrasiatica del 1922. E viene da chiedersi a cosa penseranno, ascoltando commossi questi versi, le migliaia di spettatori di ogni età accorsi ad acclamare la più popolare cantante del Paese, già ministro della cultura nel gabinetto provvisorio del settembre scorso.

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Migranti e indigeni si confondono, e chissà a chi finiranno i 1000 pasti caldi quotidiani supplementari che il Comune di Salonicco ha varati l’altroieri per tutelare le fasce bisognose. Proprio ieri mattina, quasi alla chetichella, sono arrivati al porto i primi 260 profughi provenienti dalle isole. Scesi da pullman gran turismo partiti da Kavala e requisiti all’uopo (sulle fiancate, scritte incongrue o beffarde come “Crazy Holidays”), sono stati accomodati in due dei molti ampi magazzini inutilizzati dell’area portuale, quelli più lontani dal centro. La progressione che si squaderna sotto gli occhi del camminatore che arrivi fin laggiù è quasi simbolica: nelle strutture limitrofe a piazza Aristotele, il porto appare come un modello di riuso dell’archeologia industriale, con spazi espositivi caldi e accoglienti, dal Museo della Fotografia a quello del Cinema, e almeno 5 vaste sale di proiezione che in questi giorni ospitano il Festival Internazionale del Documentario; poco più in là, entro un vasto edificio un po’ délabré che avrà oltre un secolo, c’è il molo passeggeri che in questo marzo ventoso, fuori stagione, rimane ancora poco frequentato; quindi, una serie di hangar dai vetri rotti e dagli intonaci scrostati, sfasciumi abbandonati di un glorioso passato marinaro, tra i quali compare una croce rossa sul magazzino 9, che deborda di 150 scatoloni di generi di prima necessità raccolti negli ultimissimi giorni; infine, in fondo a tutto, poco oltre il monumento ai marinai e la chiesa, una recinzione dietro la quale all’improvviso tutto si anima: ambulanze, tende, uomini del genio e pulitori. La capacità del magazzino 18 è di oltre 700 persone, e sicuramente verrà riempito (precedenza a donne, vecchi e bambini), così come poi il magazzino 21: e naturalmente, anche a non voler considerare il loro odore insalubre, il freddo che vi regna e le difficoltà di approvvigionamento (per ora 450 pasti li offrirà la mensa studentesca, più in là si vedrà), questi enormi capannoni non basteranno per l’obiettivo ambizioso che si propongono le autorità, ovvero svuotare in poche settimane i campi di Lesbo, di Chio, e – se tutto andrà bene – della stessa Idomeni, sfruttando non più le strutture di Atene (dove i profughi erano stati massicciamente ammassati a dicembre), ma quelle, ancora tutte da inventare, della Macedonia centromeridionale: caserme, officine dismesse, hangar appunto.

In questo disegno ancora tutto da inventare Salonicco ha un ruolo centrale: nella caserma di Diavatà sono ospitati da settimane oltre 2000 migranti, e molti altri, appunto, arriveranno. La città, previdente, ha affinato gli strumenti culturali per affrontare il problema: basta vedere tutti i manifesti sui muri della via Egnazia (tradizionale patrimonio dei contestatori), che solo qualche mese fa davano battaglia sull’economia, e ora sono tutti dedicati alla questione dei profughi; o basta fare un salto al Museo delle Tradizioni Popolari, dove da anni si è insediata una piccola e orgogliosa mostra sulla philoxenìa di una città abituata da sempre alle ondate migratorie – lo ricorda anche il sindaco Butaris, parlando in tv della comunità sefardita, la più cospicua d’Europa sin dal xvi secolo, e la più decimata dalla Shoah.

Da Crotone o Palmi saliranno / a Napoli, e da lì a Barcellona, / a Salonicco e a Marsiglia, / nelle Città della Malavita. / Anime e angeli, topi e pidocchi, / col germe della Storia Antica, / voleranno davanti alle willaye. (P.P. Pasolini, Profezia)

Ma al porto permangono le contraddizioni: se due chilometri più in qua i magazzini dove si svolge il Festival sono pieni di spettatori al punto che certe proiezioni registrano il “sold-out”, due chilometri più in là, lontano dagli occhi delle folle, sono in via di esaurimento i posti-letto per gente che non ha più nulla, e che si candida a diventare protagonista degli stessi documentari che verranno proiettati l’anno prossimo. Come quello di Marianna Ikonomu, La strada più lunga, un capolavoro di efficacia e di schiettezza nel descrivere, dall’interno del carcere minorile di Volos, la storia personale e giudiziaria di due diciottenni, l’uno curdo siriano di Kobane l’altro iracheno di Mosul, implausibilmente accusati di fare i passeurs alle frontiere, e detenuti per mesi per essere poi liberati con l’obbligo di residenza in un Paese, la Grecia, che doveva essere un mero transito, e di cui ignoravano financo l’esistenza. “This plane nach Yunan?” mi chiedeva, sull’aereo che da Istanbul mi portava giorni fa a Salonicco, il mio vicino di posto ventenne, inventando un mirabile pidgin inglese-tedesco-arabo uscito in parte dalle lezioni che da 8 mesi a questa parte gli somministra in Germania l’apposito servizio di Frau Merkel – perché lui, fortunato, era venuto via da Aleppo nella tarda estate del 2015, all’epoca delle frontiere aperte, e ora probabilmente torna quaggiù, forte ormai del suo documento di Germania, per aiutare la madre e la sorella rimaste imbottigliate. Forse – ma non te lo dirà mai – esse sono adesso proprio nel fango di Idomeni.

Dimitris aveva capito un anno fa, inascoltato, che a Idomeni si sarebbe scritta la storia, e quando ora dice con l’aria compresa che questo momento storico assomiglia agli anni attorno alla nascita di Cristo (movimenti di popolazioni, contaminazioni e concorrenze religiose, società globalizzata che non trova un bandolo), forse non va trattato con la sufficienza dei professori. Visto da qui, il termine “biblico” è tutto fuorché un’esagerazione. E quindi le attenzioni e soprattutto gli entusiasmi per l’esito del minuscolo vertice europeo (in cui l’Italia, accodandosi agli altri “grandi Stati”, ha apertamente rinunciato a portare avanti una linea comune con la Grecia) oscillano fra il ridicolo e il tragico, dando la misura del colpevole delirio che ha corroso il continente: si esulta per il (secondo molti peraltro impraticabile) rinvio di 70000 Siriani in Turchia, senza specificare né cosa sarà dei 45000 disperati che sono ora imbottigliati qui a Idomeni, né a quali condizioni di vita i “rispediti” vadano incontro nel Paese di Erdogan, dove li aspettano nella migliore delle ipotesi campi freddi e ostili tra le piantagioni di cotone, o nella peggiore (penso in particolare ai moltissimi Curdi) centri di smistamento che – stando a quanto ne mostra la ZDF – hanno poco da invidiare a quelli della Libia. Soprattutto, come ricordano Amnesty International, l’Unicef e Save the Children, si fa carta straccia del diritto d’asilo e si sancisce di fatto la fine dei principî su cui l’Europa si è fondata, e per i quali basterebbe leggere il lenzuolo sui binari di Idomeni: “Humans are more than passports”. Le ceneri dell’Europa, in questa impura aria di marzo attoscata dalle fumarole alla diossina.

Mentre torniamo verso la macchina, Babis sta ancora cucinando, un calzino è caduto dal ramo di un albero, e la donna con le mani butterate è quasi arrivata dal medico, dove dovrà aspettare in fila un bel po'; nel frattempo, si è chinata a raccogliere un foglio in inglese e in arabo con cui la polizia informa i rifugiati che la frontiera è chiusa, e li dissuade dal farsi abbindolare da chi promette facili passaggi oltreconfine; chissà se la signora, stanchissima, capirà. Ai lati della strada, un anziano sbuccia un’arancia, chino su un tappeto nella sua tenda aperta; un adulto sposta un cassonetto colmo, un altro sorseggia il tè che un Egiziano distribuisce gratis nel capanno laggiù; un altro ancora va, armato di pennarello, a perfezionare la scritta sgrammaticata sul capannone di MSF che ospita gente da ogni dove (“Iran+Pakistan+Somalia+Lobnane+Ghana+Bangladesh+Daghestan – The are starving Let them cross the border”); le donne si affrettano, come avessero una casa da accudire; dei ragazzi, dietro a un banchetto, fanno mercato di generi di prima necessità che avranno raccattato chissà dove. Visti nella loro nuda vita, senza pensare alle carte che hanno in tasca, gli uomini sono per un momento tutti uguali e nulla si nasconde, né le cataste di uova né i pantaloni macchiati né i segni del martirio sulla pelle.

IMG_0228 (1)(Filippomaria Pontani)

Così, può capitare che per un attimo s’incrocino e si guardino un uomo e una donna che mai altrimenti ne avrebbero avuto l’occasione, benché in fondo siano colleghi. Lui è un pingue signore con la barba, che pare venire dall’Estremo Oriente e incede con passo deciso in mezzo a due giovani dall’aspetto occidentale; lei è una bambina di nove anni che vaga con la birichina ritrosia di chi ha qualcosa da farti vedere. Lui è Ai Weiwei, il più famoso artista vivente, ed è qui per attirare l’attenzione su Idomeni tramite apposite performances seguite dai media di mezzo mondo. Lei (ce lo spiega a gesti il padre Mehmet Hussein, profugo di Aleppo), si chiama Sahinas, e il suo piccolo tesoro è un album in cui ha disegnato a pennarello la sua vita: mentre lo sfoglia con la manina, scorrono il minareto di Aleppo, le gigantografie di Assad, i caccia che sganciano le bombe, il gommone sotto la nave con le scalette, il muro con la bandiera greca sopra, perfino il barbiere barbuto del campo di qui, che assomiglia un po’ al Cinese che ha appena incrociato. Sono disegni bellissimi, a prescindere dal loro significato storico. Dinanzi al nostro interesse, il padre è pronto a regalarci l’album senza chiedere un euro; Dimitris, ovviamente, rifiuta e dice che tornerà domenica e lo ricontatterà. Si scambiano numeri di telefono (ma a Babele la linea prenderà?), e Mehmet aggiunge pensoso – ci sembra di capire – che non sa se domenica saranno ancora lì. Ai Weiwei, intanto, è già lontano, sparito in mezzo alle padelle paraboliche.

Quando torniamo a Salonicco, Dimitris scappa al magazzino: ha ricevuto in poche ore una dozzina di telefonate di volontari, e c’è moltissimo da fare. Nella piazza principale, intanto, Unilever sta sbaraccando; domani Aristotele, forse, tornerà a vedere l’Olimpo.

Il mondo che sta in un testo, gli Stati // racchiusi in un muro di cinta – le vene / dei fiumi che sono poco più che rogge, / specchianti tra gaggìe supreme // – i ruderi, consumati da rustiche piogge / e liturgici soli, alla cui luce / l’Europa è così piccola, non poggia // che sulla ragione dell’uomo, e conduce / una vita fatta per sé, per l’abitudine, / per le sue classicità sparute.
(P.P. Pasolini, La Guinea)

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