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L’Italia raccontata dai postini

Quelli di Mirafiori a Torino, Pietralata a Roma e piccole località come Chamois e Ventotene, che Angelo Ferracuti ha incontrato per il suo nuovo libro, "Andare. Camminare. Lavorare"

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Feltrinelli ha pubblicato il libro Andare. Camminare. Lavorare. L’Italia raccontata dai portalettere di Angelo Ferracuti, autore di racconti, romanzi e reportage narrativi fra i quali Le risorse umane e Il costo della vita. Il libro, che prende il titolo da una canzone di Piero Ciampi, raccoglie i racconti degli incontri, avvenuti fra marzo e settembre del 2015, fra Ferracuti e i postini di diverse località in Italia, da quartieri di grandi città come Mirafiori a Torino, Bicocca a Milano, o Pietralata a Roma a piccole località sperdute, come Chamois in Valle d’Aosta, Castelluccio di Norcia, o Ventotene. Ferracuti vuole raccontare cosa è l’Italia oggi, e per farlo ha deciso di sentire i portalettere, che attraverso il loro lavoro hanno un contatto quotidiano con i diversi luoghi e i loro abitanti.

Questo è il capitolo dedicato alle isole di San Domino e San Nicola, alle Tremiti.

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L’ossessione di Mauro è che il portalettere di queste isole venga cancellato, e lui trasferito di nuovo a Foggia, dove fu assunto nel 1985. Perché la sua fisicità è incarnata in modo sanguigno in queste terre in mezzo a un mare azzurrissimo e a una natura primordiale e incontaminata, non riuscirebbe a vivere da un’altra parte. Prima di fare il postino nelle isole di San Domino e San Nicola, è stato pescatore, poi per un periodo ha guidato i motoscafi facendo la guida turistica, anche se, stranezza del destino, soffre di mal di mare. Non accade sempre, ma se si allontana troppo dalla costa fa viaggi lunghi in mare aperto, il problema si ripresenta. Nonostante questo non riuscirebbe a vivere in terraferma, sarebbe costretto a licenziarsi dopo trentuno anni di onesto lavoro: “Tornerei a fare il barcaiolo pur di non andarmene,” dice convinto, “certo da qui non me ne vado di sicuro, non posso vivere in terraferma e neanche dentro,” si riferisce all’ufficio postale. Anzi, già una volta ha rischiato di far saltare per aria il matrimonio. I suoi figli sono andati a studiare a Termoli e sua moglie s’è trasferita con loro, si vedevano solo durante i fine settimana. Ottenuto il trasferimento, che aveva persino chiesto mettendolo nero su bianco, alla fine è stato più forte di lui, non ha accettato, è rimasto a vivere sull’isola dove c’è tutto il suo piccolo, grande mondo. “Pensa che a Foggia, quando presi servizio, era uno strazio. Trovarsi a maggio in una città terrigna lontano dal mare con 40 gradi era terrificante. Andavo alla stazione e m’infilavo con tutto il corpo nelle fontane.” I colleghi di lavoro gli davano del matto, lui rispondeva: “Sono abituato a stare in mare, non posso vivere senz’acqua”.

Adesso sta nel piccolo ufficio a sistemare la corrispondenza arrivata con il traghetto della Tirrenia Isola di Capraia, mentre l’impiegata mora, sorridente e graziosa, gli porta un caffè.

Anche lei vive qui, i suoi genitori sono all’isola di San Nicola, dove d’inverno, oltre ai due carabinieri, i residenti sono cinque o sei, adesso che perderanno anche i quattordici finanzieri, perché a ottobre chiuderanno la caserma. Mauro è abbronzatissimo, un corpo compatto e un viso solare, il pizzetto bianco, e insieme la discreta riservatezza dell’isolano, uno che è abituato a convivere con il silenzio e la cattiva stagione, quando il mare urla e scarica i suoi flutti contro la costa. Perché già da novembre restano a vivere qui non più di una settantina di persone, “fai l’eremita se non sei abituato,” dice mentre incasella una per una le missive arrivate dalla terraferma. D’inverno non arrivano neanche i giornali, la gente va a pesca o fa l’orto, o se ne sta murata viva nelle case.

Per me le isole Tremiti invece sono le gite dopolavoristiche in corriera alla fine degli anni sessanta, quando anche la classe lavoratrice cominciava a fare qualche breve vacanza, io e mia sorella con la pelle bianca da far paura, una madre apprensiva che pattugliava come una sentinella la riva, anni di profumi e sogni struggenti, e vecchie fotografie dai colori pallidi, o troppo netti, stampate su carta lucidissima. Si arrivava già distrutti, gli stomaci in subbuglio, poi il tempo di un bagno e un pic-nic fatto di panini imbottiti seduti sulla coperta nella pineta, ed era già quasi ora di ripartire.

Mauro, una volta abbandonata la bolgetta, se ne va tutti i santi giorni in barca a pescare. “A prendere i dentici, toh, guarda qua se non ci credi,” dice mostrandomi una foto sul display del telefonino con il grande pesce in mezzo a lui e suo nipote, più grande del bambino, “pesava otto chili questo qua, vedi che grosso?” Per prenderli usa solo una lenza lunghissima con quaranta ami, poi, quando abboccano, li tira su con entrambe le braccia. Prosegue entusiasta: “Tu non ci crederai, ma qui ogni giorno vivi delle esperienze che è come se fosse la prima volta, hai sempre qualcosa da scoprire”. Racconta con rapimento che se in primavera passeggi nel bosco, essendo una zona migratoria ti imbatti in molte specie di uccelli, arrivano qui da tutte le parti dell’Italia, vanno verso la Croazia, e a fine agosto tornano indietro. “Devi vedere quante, anitre, colombacce, beccacce, tordi, anche i fenicotteri si vedono passare,” continua a dire pieno d’entusiasmo. “La stessa cosa vale per il mare, c’è il periodo che passano i tonni, si vedono i delfini, le tartarughe.”

Si parte dal villaggio San Domino, il centro del paese, dove ci sono gli alberghi e anche il villaggio del Touring club, ma subito prendiamo una strada sterrata nell’immensa pineta, dove Mauro taglia per accorciare. In via Murat, lungo una strada stretta e pavimentata, c’è un pacco da consegnare nella villetta di due coniugi novantenni. Ferma lo scooter, poi s’incammina sulla scalinata esterna. La strada continua, e scendendo a poco meno di un chilometro si arriva a uno sbocco sul mare, un piccolo molo dove attraccano le navi, e c’è una scogliera di rocce bianchissime. Mauro è orgoglioso di mostrarmi questo mare azzurrissimo e limpido, e dalla parte opposta a dove stiamo ci sono la Grotta del bue marino e la Ripa dei falconi. Si chiama così perché i monaci venivano già nell’antichità dalla Francia a prendere da queste parti i falchi pellegrini. “Vivono qui tutto l’anno, ma ci nidificano anche le diomedee, un uccello tipico delle Tremiti, fanno un lamento simile a quello dei neonati, la femmina ha una voce più chiara, il maschio più rauca, più dura, c’è una leggenda che dice che sono quelle dei soldati di Diomede,” continua a raccontare il portalettere corpulento, prima di riprendere la guida dello scooter e risalire verso il paese. “Piangono la scomparsa del loro comandante, l’eroe della guerra di Troia che dopo aver vagabondato per tanti anni in mare trovò la morte su queste spiagge.”

In via Cantina Sperimentale, villette e piccoli alberghetti, una quiete invidiabile, intorno pini d’Aleppo alti e rigogliosi e il tipico cespuglio mediterraneo, quasi nessuno transita o si vede dalle case. La via si chiama così perché quando l’isola non era abitata, sempre i monaci facevano qui degli innesti nei vigneti. Più avanti c’è la casa del suo amico Nick, morto di cancro giovanissimo. Era una persona molto benvoluta e conosciuta nell’isola. La cassetta dove Mauro infila la posta è un parabordo che pende da un albero, si mette tra la barca e la banchina, reca un taglio in mezzo che ha creato una tasca interna. “Era una persona molto generosa,” mi dice commuovendosi, gli occhi lucidi, restando per un tratto senza voce. “Pensa che al funerale c’era anche De Cecco, il proprietario dell’azienda che produce la pasta, che era suo grande amico. Dopo la cerimonia funebre, prima di ripartire, è rimasto fermo mezz’ora con l’elicottero sopra il cimitero in suo onore. È stata una cosa molto toccante.”

Sulla stessa strada un signore anziano sta transitando a bordo di un scooter elettrico per disabili. Ha un’aria da guardia dell’esercito asburgico, calvo ma con due grandi baffoni bianchi e folti, l’aria molto distinta. È il vecchio fanalista, il guardiano del faro. Si ferma a salutarci, e quando gli chiedo cosa fa un fanalista, lui mi risponde: “Non c’è mestiere più bello al mondo”. È stato anche all’isola di Capraia, e mi spiega che controllava il funzionamento delle apparecchiature, solo che “adesso è tutto informatizzato, prima si illuminava ad acetilene, la facevamo sul luogo”. A Capraia quando venivano le mareggiate erano dolori, bisognava sprangare le porte all’ingresso. “Quando arriva l’onda non ha sfogo, va sulla parete e sale.” Immagino le notti burrascose e insonni, i marinai che tentano di domare la furia degli abissi, questa terra della solitudine dove lui stava a spiare i movimenti segreti del mare.

In via Matteotti, lì dove una volta c’erano i casermoni dei confinati, vivevano quelli che gli abitanti del luogo chiamavano “le signorine”, cioè gli omosessuali considerati “degenerati” dal fascismo, perché sfidavano con il loro comportamento la retorica del maschio eroico e virile del regime. È una pagina della storia italiana poco raccontata, ma essere “pederasti” allora era un reato punito con cinque anni di prigione.

Mauro mi racconta che quando ha cominciato, nel 1985, “d’estate partivano da qui almeno sessanta chili di cartoline al giorno, tutte timbrate a mano. Adesso se ne spediscono quindici è tanto”. Riparte e con lo scooter taglia ancora nella pineta, fin quando non arriva all’hotel Kyrie, con la piscina all’aperto, il ristorante e la spiaggia privata. “Hanno la piscina e la usano pure,” dice caustico il portalettere quando torna dalla consegna, “noi che qui abbiamo una piscina naturale in mare, roba da matti!” Invece dal camping Villaggio internazionale Punta del Diamante, emerse da un mare azzurro e profondissimo con le loro scogliere, si scorgono anche le isole disabitate di Capraia e Cretaccio, lunga appena quattrocento metri, e all’estremità nordest la minuscola Punta Secca.

L’isola una volta era abitata solo da poche famiglie: i Cafiero, i De Martino, gli Attanasio, i Santoro, i Greco, gli Amato, molti sono imparentati tra di loro, “poi con l’arrivo del turismo,” mi spiega Mauro, “si sono sposati con i milanesi, i romani, e dopo ancora con i brasiliani, gli australiani, così adesso è diventata una comunità multietnica”.

Tornati al porticciolo di San Domino, lì sul molo dove c’è l’attracco delle imbarcazioni, Emilio, l’uomo pagato da Poste italiane per svolgere questo servizio, ci sta aspettando sopra il suo piccolo motoscafo grigio. È un uomo riccioluto dalla faccia larga, sul viso un paio di occhiali da sole colorati. Il viaggio verso San Nicola è molto breve, ma in certe stagioni può diventare persino pericoloso. “Adesso col mare calmo si va benissimo,” m’avverte Mauro, “ma quando ci sono le mareggiate è un’avventura.” Il barcaiolo conferma: “Ci andiamo tutti i giorni con qualsiasi vento, e quando sono in difficoltà certe volte mi aiuta lui a guidare”. L’approdo accoglie poche barche e qualche gommone, pochi villeggianti sono a bagnarsi nell’acqua cristallina adiacente alla spiaggetta.

Sopra il porticciolo c’è il santuario di Santa Maria a Mare, un convento-castello risalente al IX secolo, abitato prima dai monaci benedettini, poi dai cistercensi, fino a diventare colonia penale nel 1783. Mentre camminiamo arrancando verso la fortezza su una strada ripidissima e assolata, la Salita delle Mura, questo portalettere che è una delle anime del luogo, mi racconta che tra poco, finite le consegne, come tutti i giorni buoni salirà sulla sua barca e navigherà finalmente in mare aperto. Pescherà fino alle otto, poi farà rientro a casa, infine, allargando le braccia mi dice sorridente e gioioso: “Questa è la mia vita, questo è il mio lavoro”.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

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