Il giornalismo “divertente”

Di cosa parla il nuovo libro del peraltro direttore del Post, "Notizie che non lo erano"

È uscito il libro di Luca Sofri, peraltro direttore del Post, dedicato alle storie e ai meccanismi con cui le testate giornalistiche pubblicano notizie false, inventate, non verificate, e che raccontano una specie di realtà parallela fatta di allarmi incoscienti e pericolosi – come le “morti sospette per i vaccini” -, bizzarrie ridicole come “la donna con tre seni” o false notizie rituali, come la morte di Fidel Castro. Il libro si chiama Notizie che non lo erano e sarà presentato venerdì 15 maggio al Salone del Libro di Torino da Gianluigi Ricuperati e Concita De Gregorio, e dal peraltro.
Questa è l’introduzione del libro.

Uno degli ultimi giorni del 2014 mi telefonò uno dei responsabili del sito di un grande quotidiano. Voleva dirmi che mi vedeva spesso arrabbiato con le cose che pubblicavano e chiedermi come mai ce l’avessi con loro. Gli spiegai che non ero arrabbiato e che volendola proprio vedere sul piano dei miei piccoli sentimenti, fino a che scrivevano cose sbagliate o inventate, io avevo da lavorare e raccogliere attenzioni e consensi: scrivendole giuste e correggendo. Gli dissi anche che mi sembrava da parte sua un po’ fuorviante e autoassolutorio rispondere ai miei frequenti appunti – sulle inaccuratezze ed errori del suo e di altri giornali, di cui mi capitava spesso di scrivere – attribuendoli a miei personali capricci e risentimenti nei confronti di qualcuno («Ho molti amici nel tuo giornale» mi venne da dirgli, come quelli che dicono di avere molti amici gay): è uno dei più comuni inganni dialettici attaccare il messaggero invece del messaggio, e se mi aveva chiamato per raccontarsela, tanti saluti. Il mio collega spostò allora rapidamente la questione sulla «mancanza di rispetto» da parte mia e sull’«assenza di dolo» da parte del suo giornale, nelle precedenti occasioni in cui avevo segnalato la falsità di titoli e notizie che quel sito e altri avevano pubblicato: «Tutti possono sbagliare, tu non sbagli mai?».

«Eccome» risposi, trattenendo quanto potevo un tono irritante, «ma cerco di stare attento.» Il punto non sono gli errori, che capitano: è che se non ci stai attento capitano più spesso. E se invece di correggerli, capire dove hai sbagliato, imparare, ed evitare di rifarlo, chiami chi te lo ha segnalato, per lamentarti, è difficile che tu poi ne faccia meno, di errori.

Non si convinse granché, e mi propose di segnarmi il suo numero di telefono per chiamarlo se avessero pubblicato altre cose che ritenevo inesatte, piuttosto che scriverne in giro. Io gli spiegai che no, non pensavo che lo avrei chiamato per avvisarli io degli sbagli che facevano, e dopo diversi minuti di reciproche obiezioni anche piuttosto animate ci lasciammo augurandoci buon anno, dopo che mi ebbe accusato diverse volte di voler essere «migliore di tutti».

La telefonata fu per me molto interessante perché mi fece riflettere sul diverso approccio che si può avere nei confronti di questa attività di diffondere delle informazioni che chiamiamo giornalismo. Non la chiamo neanche professione perché sono molto d’accordo con Jeff Jarvis – giornalista americano ed esperto di comunicazione contemporanea – quando spiega che il giornalismo è un servizio e i giornalisti non esistono: «Qualunque cosa svolga efficacemente il compito di creare comunità più informate – e quindi meglio organizzate – è giornalismo». E oggi più che mai – attraverso la redistribuzione e condivisione online di contenuti e informazioni – questo compito è svolto in misure e modi diversi da tantissimi di noi. Ma nell’insistere tanto sul «rispetto per il lavoro» e sull’«assenza di dolo», il mio telefonatore aveva mostrato di ritenere che qualunque lavoro meriti «rispetto» a prescindere: nel senso che non vada criticato o non ne vada valutata la qualità. E anche ammettendo fosse vera la pretesa «assenza di dolo» – dolo che è difficile distinguere dalla deliberata e ripetuta trascuratezza – riteneva evidentemente che in un lavoro conti di più l’impegno che gli è stato dedicato della bontà del risultato. Se facessimo entrambi un’altra professione – che so, il pescivendolo – immagino che mi venderebbe un branzino spacciandolo per salmone e riterrebbe scorretto che io glielo facessi notare perché «tutti possono sbagliare».

Io invece penso che – specularmente a quello che dice Jarvis – esista un’attività che rende le comunità meno informate e peggio organizzate, le fa funzionare male e le peggiora: non so se questa attività possa avere un nome, ma di certo quel nome non è giornalismo eppure riempie le pagine dei nostri giornali e dei nostri siti di news, e i minuti dei telegiornali. E descrive una realtà – dell’Italia, del mondo, di questo tempo – che è in cospicua misura falsa e distante da quello che sono davvero l’Italia, il mondo, questo tempo, e che però diventa la nostra idea della realtà: assorbiamo ogni giorno una dieta caotica di informazioni in cui falso e vero sono confusi e indistinguibili, e poco sforzo è impiegato nel farceli distinguere. E siamo terribilmente vulnerabili a questa disinformazione, persino i più scettici e diffidenti. Perché le cose dette e scritte hanno sempre una forza, come spiegò bene il filologo e studioso del linguaggio tedesco Victor Klemperer nel suo La lingua del Terzo Reich.

Quando ero assistente a Napoli ho sentito dire innumerevoli volte che questo o quel giornale «è pagato», che mente per i suoi clienti; e il giorno dopo le stesse persone che lo avevano sostenuto si facevano completamente convincere da qualche notizia palesemente falsa sugli stessi giornali. Perché era stampata, e perché ci credevano anche gli altri […]. E so anche che c’è qualcosa della gente comune nell’anima di qualunque intellettuale e che tutta la mia consapevolezza sul fatto che mi stanno mentendo, e la mia attenzione critica, non servono a niente quando si arriva al dunque: a un dato momento la bugia stampata avrà la meglio su di me, quando arriverà da ogni lato e sarà messa in discussione sempre meno, e infine da nessuno.

La bugia stampata ha la meglio su di noi tutti i giorni, e nessuno ha gli strumenti per respingerla tutti i giorni: individuiamo le bugie quando riguardano cose che conosciamo o di cui abbiamo esperienza, e questo ci fa venire dei dubbi su tutto il resto, ma va’ a sapere. Spesso, nei convegni sul futuro del giornalismo e simili, qualcuno chiede come orientarsi nell’affollamento quotidiano di informazioni che riceviamo, come distinguere il falso dal vero. Io non credo che ci si possa riuscire in maniera soddisfacente: veniamo da epoche in cui eravamo abituati a pensare che quello che i media ci raccontavano fosse la realtà. Non è mai stato proprio vero, ma gli spazi più limitati che aveva l’informazione permettevano di illudersi che lo fosse: senza internet erano più rari gli sbugiardamenti e le contraddizioni, meno frequenti le ricostruzioni alternative, tanti gli spazi di ignoranza a cui eravamo abituati e disposti.

Molti anni fa, nel 1989, ci fu un caso diplomatico-giornalistico internazionale che coinvolse un grande quotidiano italiano e fu illuminante per descrivere un’idea e una pratica di giornalismo. L’articolo di un inviato italiano a Washington descrisse una visita americana di Boris Eltsin – allora oppositore politico del presidente sovietico Mikhail Gorbaciov – consegnando ai lettori l’immagine di uno Eltsin eccitato ubriacone che arriva in America e passa tutto il tempo a spendere soldi e bere, con estesa descrizione di dettagli e aneddoti ma pochissime fonti indicate. Il quotidiano russo governativo «Pravda» riprodusse tal quale l’articolo, che fu letto e commentato moltissimo in Russia: eravamo alla vigilia della caduta del Muro di Berlino e le perseguitate opposizioni russe stavano finalmente guadagnando piccoli spazi di libertà e democrazia.

Ci furono tantissime proteste, quindi, per una narrazione di quella che invece a molti era sembrata un’importante occasione di comunicazione degli Stati Uniti e dell’Occidente con quelle minoranze politiche: e soprattutto, alle verifiche nei fatti, diverse cose dette in quell’articolo furono smentite e contraddette. Sia il quotidiano italiano sia quello russo furono costretti a reticenti spiegazioni e scuse, molto poco convincenti e dandosi la colpa l’un l’altro.

Ma la parte interessante è la valutazione di quello che era successo che fu data da parte del giornalismo americano e dei suoi standard di accuratezza e verifica con le fonti. Il «Chicago Tribune» fu tra gli altri giornali che intervennero a criticare l’articolo e a smentirne gli elementi – l’autore, venne fuori, non aveva personalmente visto le cose che raccontava, né Eltsin – e definì così l’impostazione e la scrittura di quel pezzo, che negli ultimi vent’anni sono stati l’impostazione e la scrittura di gran parte del giornalismo italiano: «Era un gran pezzo, divertente da leggere. Aveva solo un inconveniente. Non era del tutto vero».

In queste pochissime parole venne allora spiegato un approccio che orienta tuttora – e oggi più che mai – tantissime scelte delle redazioni italiane: la verità non è una priorità, quello che conta è «la storia», il racconto, il «gran pezzo», divertente da leggere. Dove divertente è diventato più in generale attraente, inquietante, allarmante, emozionante: ciò che «diverte» letteralmente dalle nostre emozioni normali. Giornalismo wow, che emozioni. Il «Chicago Tribune» lo aveva capito e spiegato nel 1989, a proposito di quell’articolo («L’autore non si aspettava che l’articolo fosse giudicato come un articolo da prima pagina del “New York Times”, in cui ci si aspetta che ogni fatto sia un fatto.» E in effetti il «New York Times» pubblicò un suo articolo che consultando varie fonti contraddisse punto su punto la ricostruzione «italiana»).

Ma soprattutto, il «Chicago Tribune» aveva spiegato come questo giornalismo fatto di «stare in albergo davanti ai telegiornali e ritagliare gli articoli dei quotidiani» stesse entrando in crisi per via delle innovazioni tecnologiche (che allora erano ancora timidissime, peraltro).

L’autore dell’articolo è stato fregato dalla rivoluzione tecnologica. Anni fa, la regola era che l’autorevolezza di un giornalista diminuisse per ogni miglio che era costretto a fare fuori dall’ufficio. Se una citazione è troppo grigia, rendila più piccante: chi vuoi che se ne accorga? Se solo poche persone sono morte in un massacro nella giungla, chi protesterà se le fai diventare decine? Ma fai centinaia. Adesso invece tantissime persone sanno. Se un inviato europeo copia un paragrafo dal «Washington Post», i lettori che vedono l’originale sull’edizione europea dello «Herald Tribune» se ne accorgono. Politici e amministratori intervistati negli Stati Uniti dal «Times» di Londra si fanno mandare l’articolo per fax attraverso l’oceano, pochi minuti dopo che è uscito. I satelliti trasmettono gli articoli in un nanosecondo. Il digitale ci mette un minuto per giornali interi.
Il mondo si è rimpicciolito, e qualcuno ci è rimasto in trappola.

Il mondo si è rimpicciolito, e va smentita la leggenda autoassolutoria fatta circolare da molti giornalisti delle testate tradizionali per cui internet sarebbe responsabile di un peggioramento dell’accuratezza dell’informazione: internet ha distrutto l’oligopolio dell’informazione e ci ha permesso di accorgerci che in tanti casi sotto il racconto del mondo che riceviamo non c’è niente. Prima vedevamo l’articolo e il suo contenuto, ora siamo in grado di vedere rapidamente come è stato scritto, quali sono le sue fonti e quali altre cose si dicono e scrivono sullo stesso fatto. L’informazione probabilmente non è diventata meno accurata, è solo che prima non ce ne accorgevamo: perché nel 1989 ci volevano gli articoli di altri giornalisti e inviati a Washington per far sapere che una ricostruzione era infondata.

Ma certo, internet ha moltiplicato per cento o per mille le informazioni che riceviamo ogni giorno, e di conseguenza anche le informazioni false, le bufale, le sciocchezze. E abituati come eravamo all’ingannevole ma confortevole idea che prima non ci fossero, fatichiamo ad adattarci alla nuova consapevolezza e ci chiediamo come sarà possibile orientarsi e distinguere il falso dal vero.

Io penso che in buona misura non sarà possibile, salvo farla diventare per ognuno un’attività quasi professionale e impensabile. Ritengo che dovremo abituarci all’idea che la buona informazione sia un servizio carente e parziale. Noi viviamo in società in cui, per nostra fortuna, siamo stati viziati a pensare che l’esistenza e qualità di alcuni servizi sia garantita, con diversi gradi di soddisfazione. Dove se stai male ci sono medici e ospedali a cui puoi accedere, se sei vittima di un’ingiustizia ci sono polizie e leggi e tribunali che ti tutelano, dove i tuoi figli hanno scuole che li preparano al resto della loro vita, eccetera. E dove ci sono mezzi di informazione che ci fanno capire le cose, e rendono le nostre società migliori perché meglio informate.

Ma ci sono luoghi del mondo in cui questi servizi sono invece carenti o assenti, estranei alla vita quotidiana delle persone. Dove se ti ammali anche di una cosa curabile, nessuno ti cura e muori. Dove un sopruso vince e non puoi chiedere giustizia a nessuno. Dove nasci analfabeta e cresci analfabeta. E le persone sono avvezze a queste carenze e vivono prendendone le misure. Evitando i posti in cui ti possono picchiare e derubare, imparando soluzioni dilettantesche per curarsi, condividendo con i vicini insegnamenti e lezioni utili. Arrangiandosi.

Io credo che – fatte le ovvie e dovute proporzioni – questo sia lo scenario in cui dobbiamo disporci a vivere rispetto al servizio dell’informazione: imparare a cavarcela, muovendoci con diffidenza e sapendo che dovremo arrangiarci, se vogliamo capire cosa sia vero e cosa sia falso in un mondo in cui c’è un sacco di falso, ben stampato. Divertente.

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