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Le bufale sono un business

E anche un problema per la democrazia, scrive Francesco Costa su IL: leggerle e diffonderle fa guadagnare soldi a chi le scrive, e ormai parecchi lo fanno per mestiere

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Francesco Costa ha raccolto sull’ultimo numero di IL alcune notizie false uscite negli ultimi mesi sui giornali italiani, spiegando in che modo riescano ad alterare e indebolire la percezione delle cose che accadono attorno a noi. Costa ha spiegato in particolare il circolo vizioso per cui più sono «assurde, morbose o in grado di suscitare reazioni emotive» e più risultano attraenti per i giornali tradizionali: che da alcuni anni si trovano «con l’acqua alla gola per tentare di tenere il passo» di siti che diffondono notizie false unicamente per fare soldi, a loro volta alimentati da una richiesta sempre più crescente di informazione non tradizionale, causata proprio dalla scarsa credibilità dei giornali. Costa ha anche contattato il gestore di Catena Umana, il sito che ha diffuso la bufala che le due cooperanti italiane rapite in Siria avessero avuto rapporti sessuali coi propri rapitori, il quale ha parlato dei notevoli ricavi pubblicitari del proprio sito in relazione a quell’articolo.

Se avete letto i giornali negli ultimi mesi, sapete probabilmente che a febbraio l’Egitto ha invaso la Libia, che il governo Renzi vuole depenalizzare il maltrattamento degli animali e che la corruzione costa all’Italia ben sessanta miliardi di euro ogni anno. Peccato che niente di tutto questo sia vero.

Così come non è vero che i tifosi del Feyenoord abbiano stampato delle magliette con scritto “Vi accoltelliamo” rivolto ai romanisti, che nel video di un’ecografia pubblicato online si veda un feto battere le mani a tempo di musica, che secondo un’equazione matematica il 19 gennaio sia il giorno più triste dell’anno e che François Hollande abbia operato in Francia un gigantesco taglio ai costi della politica. Gli errori capitano a tutti, ma la diffusione di notizie imprecise o apertamente false sui media ormai è un fenomeno quotidiano: la più grande patologia del nostro tempo tra quelle di cui i giornali non parlano mai. Le ragioni di questo fenomeno si possono intuire con facilità, e sono discusse quotidianamente anche tra gli addetti ai lavori a mensa o durante i vari festival del giornalismo: la verifica delle fonti superficiale se non inesistente, la ricerca di visibilità e lettori sparandola grossa, l’interesse smodato del pubblico per notizie assurde, morbose o in grado di suscitare reazioni emotive, la necessità di fare i conti con sempre maggiori richieste e minori risorse in tempi di tagli e crisi del settore.

Le smentite di queste bufale, quando e se ci sono, non trovano mai la stessa enfatica pubblicazione e virale diffusione della balla originaria, che intanto è tracimata e continua a vivere di vita propria: diventa un argomento di discussione nei talk show e davanti alla macchinetta del caffè, mentre sui giornali magari è stata a malapena derubricata a “giallo”. La prima conseguenza è la perdita di credibilità dei giornali e di chi li fa: secondo un recente studio Edelman – che non ha sorpreso nessuno – la maggioranza assoluta degli italiani dichiara di non fidarsi dei media (un paradosso interessante, visto che la pubblicazione di queste “notizie” è spesso giustificata con l’aria che tira e con la necessità di attrarre lettori anche a costo di usare qualche trucco del mestiere).

(Continua a leggere sul sito del Sole 24 Ore)

Troppo belle per essere vere, il libro di Luca Sofri sulle notizie che non lo erano

(foto: una combattente curda che da alcuni giornali italiani venne spacciata per una delle due cooperanti italiane rapita in Siria)

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