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Rifarsi una vita dopo un tweet razzista

La storia di Justine Sacco, che circa un anno fa ha perso il lavoro e molte altre cose per un tweet scritto senza pensare e che poi è diventato virale

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Lo scrittore gallese Jon Ronson ha pubblicato sul New York Times Magazine un capitolo del suo libro intitolato “So You’ve Been Publicly Shamed, che verrà pubblicato a marzo. Il libro, e questo capitolo in particolare, è incentrato sulla vicenda di Justine Sacco, una donna che nel dicembre del 2013 è stata criticata moltissimo sui social network per avere twittato una frase razzista poco prima di imbarcarsi per un volo diretto in Sudafrica. La cosa notevole è che il tweet di Sacco – grazie al retweet di un giornalista di Gawker – è diventato virale mentre Sacco era ancora in volo, quindi senza che lei si rendesse conto di quello che stava succedendo.

Sacco fu presa in giro e insultata per giorni. A causa di quel tweet perse il suo lavoro da capo delle pubbliche relazioni della IAC, una grande società con sede a New York che possiede più di una trentina di società web molto conosciute tra cui Vimeo, Match.com, Daily Beast e Ask.com. Nei mesi successivi all’incidente, Ronson ha mantenuto i contatti con Sacco, facendosi raccontare la sua reazione all’episodio e mettendo insieme altre storie simili alla sua. L’obiettivo del libro “So You’ve Been Publicly Shamed”, in pratica, è quello di raccontare come funzionano i meccanismi della presa in giro collettiva sui social network, e cosa succede alle persone che ne restano coinvolte. Lo stesso Ronson ha scritto che un tempo credeva che campagne del genere fossero giuste, e che era come se «il processo di riconoscimento della giustizia fosse stato democratizzato».

La storia
Il 20 dicembre 2013 Justine Sacco aveva preso un aereo a New York per raggiungere Città del Capo, in Sudafrica, dove aveva in programma di visitare la sua famiglia. Sacco aveva fatto scalo a Londra. Poco prima di imbarcarsi su un altro aereo a Heathrow, aveva twittato ai suoi 170 follower: “Going to Africa. Hope I don’t get Aids. Just kidding. I’m white!” (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’AIDS. Sto scherzando. Sono bianca!”).

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Il tweet è passato sotto gli occhi di Sam Biddle, che gestisce Valleymag, un blog che si occupa di tecnologia per il gruppo editoriale Gawker: Biddle ci ha scritto un post su Valleymag e ha retwittato il tweet di Sacco ai suoi 15mila follower, rendendolo virale. Negli Stati Uniti era venerdì sera e il tweet è stato ripreso e commentato moltissime volte. Poche ore dopo, gli hashtag più popolari su Twitter erano “#HasJustineLandedYet” (“è già atterrata Justine?”) “AIDS” e “IAC”, tutti più popolari di “Christmas”. Uno delle decine di tweet critici nei confronti di Sacco diceva: «tutto ciò che voglio per Natale è vedere la faccia di @JustineSacco una volta atterrata, nel momento in cui controllerà la sua segreteria telefonica». Un utente di Twitter ha preso sul serio messaggi di questo tipo e si è presentato all’aeroporto di Città del Capo per fotografare Sacco: anche la foto è finita su Twitter.

Sacco ha raccontato che il primo messaggio che ha ricevuto, una volta acceso il telefono dopo l’atterraggio, è stato quello di un amico che non sentiva dal liceo. Diceva: «mi spiace per quello che ti sta succedendo». Il secondo è stato quello della sua migliore amica Hannah, che le suggeriva di chiamarla immediatamente. Sacco si è rifiutata di guardare le decine di critiche e insulti che aveva ricevuto e Hannah le ha cancellato l’account Twitter.

Nei giorni successivi la storia ha continuato a circolare: Buzzfeed per esempio aveva pubblicato un popolare articolo intitolato “I 16 tweet di cui Justine Sacco si è pentita”, che includeva altri tweet sgradevoli o poco opportuni scritti da Sacco nei mesi precedenti al 20 dicembre (in un tweet del 2012, per esempio, Sacco aveva raccontato di un sogno durante il quale aveva fatto sesso con un ragazzo autistico).

Ronson ha incontrato Sacco già nei giorni successivi al tweet del 20 dicembre: Sacco gli ha raccontato di aver pensato che «nessuno avrebbe potuto credere che il tweet potesse essere preso alla lettera», e che per via di quello che ne era seguito aveva perso il lavoro. Sacco ha detto a Ronson: «nelle 24 successive alla vicenda ho pianto tutto il mio peso corporeo. È stato incredibilmente traumatico. Non riesci a dormire, ti svegli nel mezzo della notte non capendo dove ti trovi». Sacco ha anche raccontato a Ronson che i suoi parenti in Sudafrica – di cui facevano parte diversi attivisti per i diritti umani – erano venuti subito a sapere di tutta la vicenda, e che una sua zia le aveva detto: «questi non sono i valori in cui crede la nostra famiglia. Hai quasi macchiato la storia della nostra famiglia».

Altre storie
Un’altra persona incontrata da Ronson, Lindsey Stone, tempo fa aveva pubblicato su Facebook una sua foto mentre faceva finta di urlare e mostrava il dito medio davanti a un cartello con scritto “Silenzio e rispetto” al cimitero nazionale dei caduti in guerra di Arlington, in Virginia. Stone e una sua amica avevano l’abitudine di fotografarsi davanti ai cartelli pubblici, ritraendosi in posa “da ribelli”. Fuori da quel contesto, però, la foto di Stone poteva sembrare irrispettosa nei confronti dei morti di guerra. La foto di Stone è diventata virale, e lei ha perso il lavoro. La stessa Stone ha raccontato a Ronson che nell’anno successivo all’incidente usciva poco di casa: aveva sofferto di depressione, insonnia e di un disturbo post traumatico da stress.

Un uomo che ha parlato con Ronson chiedendo di restare anonimo, gli ha invece raccontato che nel 2013 stava partecipando a una conferenza per informatici a Santa Clara, in California, quando a bassa voce ha fatto una battuta a un suo amico incentrata sul doppio senso di dongle (una parola che inglese indica un piccolo dispositivo da inserire in un computer, ma che è anche sinonimo di “pene”). Poco dopo aveva visto alzarsi una donna dal pubblico, che aveva scattato una foto nella sua direzione. Pensando volesse fotografare la platea dei partecipanti alla conferenza, non se ne era preoccupato. La donna, invece, aveva poi twittato la foto ai suoi 9mila follower, scrivendo: «Brutta roba. Dietro di me si fanno battute sui big dongles». Due giorni dopo l’uomo era stato licenziato (e anche la donna era stata minacciata ripetutamente da altri utenti maschi. Anche lei fu licenziata).

Justine Sacco, dopo
Ronson ha raccontato nel suo libro di avere incontrato di nuovo Sacco quattro mesi dopo il loro primo incontro. Sacco gli ha raccontato che non si sentiva ancora a posto, e che aveva perso un lavoro che amava. Sacco ha anche detto: «sono single, me non posso incontrare nuove persone: oramai siamo abituati a cercare su Google la persona con cui abbiamo un appuntamento. Mi è stato tolto anche quello». Ronson ha scritto però che in quell’occasione aveva notato un «cambiamento positivo»: Sacco non era più in pena per quello che le aveva detto la sua famiglia, ma aveva cominciato a considerare la cosa a livello personale. Aveva anche trovato un nuovo lavoro: era stata assunta da un vecchio sito americano, Hot or Not, che prima dell’esistenza dei social network consentiva di “dare un voto” all’aspetto di alcuni sconosciuti le cui foto erano contenute sul proprio sito.

Due mesi dopo, saputo del nuovo lavoro di Sacco, Biddle l’ha presa nuovamente in giro scrivendo che l’accoppiata fra Sacco e Hot or Not era «perfetta» perché si trattava di «due fastidiosi ex-qualcosa che sperano di tornare a combinare qualcosa assieme». Dopo il nuovo articolo, Sacco ha però invitato Biddle fuori a cena: ha poi raccontato a Ronson di credere che Biddle avesse dei «seri rimorsi» sulla sua vicenda. Un anno dopo il tweet di Sacco, Biddle ha scritto un articolo su Gawker per scusarsi con lei.

Conclude Ronson:

Quando ho incontrato per la prima volta Justine Sacco, mi era sembrata una persona che desiderava solo far capire a tutti quelli che l’avevano fatta a pezzi che si erano sbagliati. Ora, forse, ha capito che la collettiva presa di posizione nei suoi confronti non riguardava lei in particolare.

I social network sono stati creati per manipolare il nostro desiderio di approvazione, ed è questo che l’aveva portata a sbagliare in prima istanza. I suoi critici erano stati molto apprezzati dagli altri utenti, e quindi nel tempo hanno continuato a criticarla. Ciò che li spingeva a farlo era la stessa cosa che aveva fatto sbagliare Sacco: volere attirare l’attenzione di persone sconosciute.

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