Philippe Petit e la traversata delle Torri Gemelle – foto e video

Il 7 agosto 1974 il famoso funambolo francese compì un'impresa che passò alla storia a New York, a 400 metri di altezza

Il 7 agosto di quarant’anni fa, il funambolo francese Philippe Petit compì la sua impresa più famosa e spettacolare: la traversata a più di 400 metri di altezza delle Torri Gemelle al World Trade Center di New York (poi distrutte negli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001). Ci mise quarantacinque minuti camminando avanti e indietro su un cavo di acciaio spesso poco meno di 3 centimetri mentre la polizia gli ordinava di fermarsi. E ci scrisse un libro (“Toccare le nuvole“, edito da Ponte alle Grazie) da cui nel 2008 fu tratto un documentario (“Man on Wire“) che vinse moltissimi premi, tra cui un Oscar.

Philippe Petit è nato in una famiglia piccolo borghese di Nemours, il 13 agosto del 1949 (compirà 65 anni tra pochi giorni). Fin da bambino si è dedicato a diverse attività: pittura, scultura, scherma, teatro, equitazione. Soprattutto studiava e si esercitava come autodidatta per diventare giocoliere e funambolo («Nel giro di un anno ho imparato a fare tutte le cose che si potevano fare su un filo»). Lo cacciarono da molte scuole perché derubava gli insegnanti, giocava a carte o si rifiutava di sostenere gli esami. Fino a quando, decise di girare il mondo e sopravvivere come artista di strada o commettendo piccoli furti («fuggivo dalla polizia col monociclo» e «spesso restituivo la refurtiva: mi interessava rubare per la bellezza di farlo», ha raccontato).

La prima impresa che lo portò a essere conosciuto (e riconosciuto come un interprete tutto speciale dell’arte del funambolismo, fuori da circhi e teatri) è stata a Parigi, quando nel 1971 tese una corda tra i due campanili di Notre Dame e camminò mentre dal basso lo osservavano stupite centinaia di persone. Una volta sceso, lo arrestarono: non era la prima volta, ma non fu nemmeno l’ultima visto che gli capitò in altre cinquecento occasioni. Nel 1973 a Sydney attraversò i piloni dell’Harbour Bridge, e poi ancora le cascate di Peterson e del Niagara, il Superdome di New Orleans e le guglie della cattedrale francese di Laon. Famosa fu anche la “passeggiata” di 800 metri su una corda tesa in diagonale fino al secondo piano della Tour Eiffel, ma l’impresa che lo rese famoso in tutto il mondo fu quella delle Torri Gemelle.

Come per ogni altra impresa, anche in quel caso vi fu una lunga e dettagliata preparazione: ogni traversata era preceduta da uno speciale allenamento e da diversi sopralluoghi, per ogni traversata veniva poi studiato un cavo che tenesse conto di altitudine, venti e pendenza. Inoltre, come ha più volte spiegato lo stesso Petit, per le Torri Gemelle progettò personalmente qualsiasi passaggio, compresa l’attrezzatura di cui aveva bisogno, affittò un elicottero per scattare fotografie aeree delle Torri e ne costruì un modello in scala. Come per quasi tutti i suoi “spettacoli”, tutto avvenne senza permessi, annunci e in completa clandestinità.

Petit cominciò a pensare alla traversata delle Torri Gemelle quando le vide solo in forma di progetto su una rivista (aveva 17 anni). Quando si trovavano in fase di costruzione, iniziò – con l’aiuto dei suoi collaboratori – a trasportare in cima alle Torri tutta la complessa attrezzatura tecnica che gli serviva: lo fece riuscendo a ottenere dei permessi di accesso e ingannando la sicurezza con falsi documenti e travestimenti. Alle 7 e 15 del 7 agosto 1974 salì sul tetto di una delle torri e fece avanti e indietro per otto volte sul cavo di acciaio lungo più di 60 metri, vestito di nero e con un’asta per tenersi in equilibrio: camminò, si sdraiò sul filo, si inginocchiò e salutò gli spettatori-osservatori che nel frattempo lo applaudivano. La polizia gli ordinò di fermarsi e quando decise di farlo, fu arrestato. Visto il successo dell’impresa – che nel frattempo aveva ottenuto grande copertura mediatica – il procuratore distrettuale fece cadere le accuse formali a suo carico e lo condannò ad esibirsi per i bambini a Central Park.

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