Dentro alla fondazione Feltrinelli

di Luca Misculin – @LMisculinfoto di Giulia Ticozzi - @giutico

Le foto di un posto pieno di vecchi libri importanti e bellissimi, e la storia di come si stia faticosamente cercando di digitalizzarli e restaurarli

La fondazione Feltrinelli si trova a Milano in via Romagnosi, a circa duecento metri dal Teatro alla Scala, in pieno centro. Da fuori, è un grosso palazzone giallo con una piccola porta in legno pesante. È stata fondata da Giangiacomo Feltrinelli nel 1949, cinque anni prima della famosa e omonima casa editrice. Negli anni, la fondazione ha messo insieme circa 250mila libri di saggistica e narrativa: fra questi, moltissime prime edizioni di libri pubblicati fra la metà del Cinquecento e l’Ottocento, oltre a circa un milione e mezzo di carte d’archivio (cioè lettere, schizzi e disegni) e altre cose più recenti come riviste e quotidiani. Fanno parte dell’archivio, per esempio, libri molto rari come una copia della prima tiratura della prima edizione del Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, o la prima edizione delle opere complete di Nicolò Machiavelli. Sfortunatamente, però, gran parte dei libri dell’archivio non sono stati restaurati o digitalizzati: cosa che rende piuttosto complicato – per chi se ne occupa o ha curiosità – anche solo prenderli in mano.

La fondazione occupa grossomodo quattro ambienti, all’interno del palazzo: appena entrati, a sinistra e a destra, ci sono gli uffici del personale e del direttore; davanti, una estesa e ottagonale sala di lettura aperta al pubblico, un soppalco pieno di libri, e un archivio sotterraneo soprannominato compactus. Il Post ci ha fatto un giro, qualche giorno fa, a pochi giorni dalla presentazione del nuovo progetto “Save the book” (ma ne parleremo più avanti).

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Quando, chi
Giangiacomo Feltrinelli morì nei pressi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, in provincia di Milano, il 14 marzo 1972 (ci arriviamo). Era nato 46 anni prima, e nella sua vita era stato molte cose: a 18 anni fu partigiano, e tre anni dopo entrò nel Partito Comunista Italiano. Nel 1948, a ventidue anni, cominciò a raccogliere libri antichi. Nel 2012 Enrico Deaglio lo aveva descritto così sul Secolo XIX.

Era nato da una famiglia immensamente ricca, e da adolescente aveva fatto in tempo a vivere un pezzo della resistenza contro il fascismo. Era stato un ragazzo pieno di ideali; con i soldi di famiglia aveva fondato una casa editrice che stampava libri progressisti e aveva messo le basi per costruire una catena di librerie popolari in tutta Italia. Era un generoso finanziatore del partito comunista italiano, che all’epoca veniva votato da un quarto degli elettori. Era un marxista, e si dedicava a raccogliere e preservare documenti di quel filosofo e della storia del movimento operaio che a lui si ispirava. […] Il giovane editore viaggiava per il mondo, pubblicava i libri della protesta, incontrava i protagonisti del cambiamento. Era stato in Bolivia, dove il famoso Che Guevara aveva cercato di fomentare una rivoluzione. Quando questi era stato ucciso dalla Cia, aveva raccolto a Cuba i suoi scritti e li aveva pubblicati in tutto il mondo.

Feltrinelli fu anche un grande appassionato di storia della filosofia, dell’economia e del pensiero politico, oltre che di narrativa: nel 1949 aprì la Biblioteca Feltrinelli, che presto diventò un istituto, una specie di centro studi con annessa una biblioteca pubblica: fra il 1951 e il 1954 mise assieme numerose prime edizioni e altri libri pregiati a tema storico e filosofico, che secondo il direttore della biblioteca della fondazione David Bidussa intendeva condividere interamente con altri studiosi, dato che non vennero messi da parte per la sua biblioteca privata. Nel 1955 fondò la casa editrice Feltrinelli.

La nuova casa editrice subentrò nella pubblicazione di una importante collana economica pubblicata dalla Cooperativa del libro popolare (COLIP), un’associazione messa in piedi nel 1949 di cui Feltrinelli dopo poco entrò nel consiglio di amministrazione. Nei primi quattro anni, dal 1955 al 1958, la casa editrice Feltrinelli pubblicò circa 160 libri, fra cui due gran colpi dal punto di vista editoriale: nel 1957 pubblicò per primo al mondo Il dottor Živago dello scrittore russo Boris Pasternak, che l’anno dopo vinse il premio Nobel per la letteratura; l’anno successivo, nel 1958, pubblicò Il Gattopardo a un anno dalla morte del suo autore, lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa; il libro ebbe grandissimo successo e l’anno successivo vinse il Premio Strega.

Negli anni successivi Feltrinelli – oltre a diversi saggi di intellettuali italiani – pubblicò anche alcuni degli scrittori contemporanei stranieri più noti: fra questi, Henry Miller, Günter Grass, Harper Lee, Jorge Luis Borges, Saul Bellow e Isaac Asimov. Nel 1967 Giangiacomo Feltrinelli si fece dare da Fidel Castro – a cui fece firmare un’esclusiva per un’autobiografia che però Castro non scrisse mai – alcuni scritti di Ernesto Che Guevara che diventarono il Diario in Bolivia, di cui pubblicò la prima edizione tradotta.

Parallelamente, l’istituto Feltrinelli – il braccio dedito alla ricerca e alla conservazione dell’archivio messo insieme da Feltrinelli – si spostò nella sede di via Romagnosi e pubblicò negli anni numerosi studi riguardo i testi del proprio archivio, oltre a varie riviste di saggistica di filosofia, storia ed economia storica. Feltrinelli morì il 14 marzo 1972: negli ultimi anni si era avvicinato molto a varie associazioni di estrema sinistra; secondo gli atti del processo relativi alla sua morte, la sera del 14 marzo stava piazzando delle cariche di dinamite per causare un black-out in una zona di Milano, per una specie di azione dimostrativa. Un anno dopo la sua morte, l’Istituto Feltrinelli cambiò status giuridico e diventò una fondazione. La casa editrice Feltrinelli è ancora oggi una delle più autorevoli e note in Italia.

La fondazione, oggi
La fondazione Feltrinelli si occupa fondamentalmente di gestire i circa 250mila libri del proprio archivio, oltre a organizzare studi e progetti culturali. Ci si può anche andare a studiare, nella sala di lettura larga e vagamente ottagonale nella sede in via Romagnosi: è aperta tutto il giorno il lunedì, il martedì e il giovedì, mentre solo la mattina di mercoledì e venerdì. Ci sono una trentina di posti a sedere, molto silenzio e una buona connessione a internet. Per consultare i libri della biblioteca ci si iscrive a una sorta di registro (non si possono chiedere i libri in prestito né portarli fuori dalla sede).

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La fondazione ha un sacco di progetti in ballo fra cui molti riguardanti Expo, ha raccontato al Post il suo segretario generale Massimiliano Tarantino, che è nato nel 1975 e fra le altre cose, in passato, è stato capo dell’ufficio stampa della Scuola Normale Superiore di Pisa. Per esempio, è attualmente in corso un progetto che coinvolge circa 60 università internazionali per produrre alcuni saggi che spieghino a che punto è arrivato il dibattito scientifico attorno ai vari temi di cui si occuperà Expo (il tema della manifestazione è “Nutrire il pianeta, energia per la vita”), scritti da studenti cui è stato dato un assegno di ricerca. Da qui al 2015, inoltre, la fondazione organizzerà a Milano circa una cinquantina fra eventi e conferenze riguardo Expo.

A lungo termine, però, spiega Tarantino, uno dei progetti della fondazione rimane la restaurazione e digitalizzazione del proprio archivio, in particolare dei suoi libri più preziosi. David Bidussa, il direttore della biblioteca della fondazione, spiega infatti che nel caso un libro molto antico non venga restaurato – cosa parecchio costosa: in alcuni casi servono anche migliaia di euro – non può essere dato in prestito agli studiosi né digitalizzato, a rischio che si danneggi del tutto. In questo modo, non può quindi essere studiato praticamente da nessuno, a discapito sia delle ricerche in quel dato campo sia dell’associazione che lo possiede, che di conseguenza non ottiene riconoscimento. Feltrinelli ha stimato che solo il 5 per cento degli scritti del proprio archivio è stato digitalizzato.

Tarantino spiega che «le istituzioni culturali come le nostre vivono sia di sovvenzionamenti pubblici sia di privati per conservare il patrimonio. Noi lo vogliamo aprire. Stiamo cercando tutte le chiavi possibili e immaginabili per raccontarlo, metterlo a disposizione, farlo girare nei circuiti mondiali di studio. Per digitalizzare un archivio, però, servono soldi: noi, come principio, cerchiamo di far conoscere il nostro ruolo in tutto questo, e tentiamo di incoraggiare le persone a partecipare al processo».

“Save the book” e la COLIP
Uno degli ultimi progetti relativi alla prograssiva «apertura» di cui parla Tarantino si chiama “Save the book”, e riguarda in particolare circa 100 titoli della collana pubblicati da COLIP, la cooperativa di cui faceva parte Feltrinelli che stampava libri a basso prezzo destinati a persone che non disponevano di molti soldi (e che molto probabilmente non avevano un alto livello di istruzione). Nella collana, che in seguito è confluita nella Universale Economica Feltrinelli (pubblicata in seguito più o meno nello stesso formato grafico dal 1954 a oggi), vennero pubblicati 199 libri considerati classici della narrativa e saggistica occidentale in volumi piccoli e dalla copertina molto riconoscibile, a larghe bande orizzontali colorate, con il cognome dell’autore al centro della fascia bianca in alto (e un canguro come logo della collana).

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Poiché la collana era stata pensata per essere venduta a basso prezzo, i materiali con cui venivano prodotti i libri era di qualità inferiore rispetto alle edizioni più costose: i titoli pubblicati, però, erano fra quelli che nei decenni precedenti erano stati pubblicati quasi esclusivamente in edizioni costose o difficilmente reperibili.

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(sopra e sotto: la differenza esteriore fra un libro economico e contemporaneo e uno antico e pregiato. Carta scadente e copertina poco pregiata per il primo; carta spessa, copertina e rilegatura rigide per il secondo)

Fondazione Feltrinelli, Milano (Giulia Ticozzi/ilPost)

Il prezzo di ogni volume COLIP, inoltre, veniva stabilito a prescindere dal numero di pagine contenute dal libro – che comunque molto raramente superava le 200 pagine – pratica che all’epoca era piuttosto diffusa; era praticata, per esempio, dalla casa editrice Rizzoli per la sua collana popolare, la Biblioteca Universale Rizzoli (BUR).

Ad ogni modo, anche i libri più lunghi venivano “spezzati” in più uscite settimanali, oppure ne uscivano solo alcuni “estratti”. Qualche esempio: I Miserabili di Victor Hugo uscì in cinque volumetti nel corso del 1949; nel 1950 uscirono cinque delle dieci novelle dell’Orlando Furioso, che Ludovico Ariosto inserì nel poema come storie autonome; il Decamerone di Giovanni Boccaccio uscì in dieci volumi nell’arco di cinque anni, fra il 1949 e il 1954, mentre dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni fu pubblicato il solo celebre episodio della monaca di Monza, nel 1950.

Le collane economiche sono state a lungo considerate piuttosto marginali da studiosi e filologi, poiché stampate su materiali poco pregiati e spesso pubblicate in edizioni prive di note, oppure contenenti versioni del testo molto imprecise dal punto di vista filologico: secondo Bidussa, però, a distanza di più di sessant’anni dalla pubblicazione, raccontano qualcosa riguardo la nascita e la costruzione delle basi culturali di persone che fino a pochi anni prima non avrebbero potuto avere accesso a libri del genere. L’Universale Economica edita da COLIP ebbe infatti il merito di pubblicare sia testi unanimemente considerati dei “classici” sia autori contemporanei poco frequentati dai programmi scolastici o dalle abitudini di lettura del tempo: in mezzo ad autori considerati “classici” di narrativa e saggistica italiana (come ad esempio Giovanni Verga, Francesco De Sanctis e Lorenzo Valla) furono pubblicati moltissimi autori russi, francesi, inglesi e americani (fra cui Nikolaj Gogol’, Aleksandr Puškin, Voltaire, Honoré de Balzac, Charles Dickens e Jack London).

La fondazione Feltrinelli possiede nel proprio archivio la collezione completa della collana COLIP: la maggior parte di questi libri, però, sono parecchio malconci e non possono essere prestati agli iscritti della biblioteca. Dal 10 aprile al 10 giugno quindi la fondazione terrà aperto un sito, inaugurato ieri, che permetterà a chiunque di fare una donazione online per restaurare e digitalizzare uno o più fra 100 titoli COLIP, che una volta “aggiustati” verranno resi disponibili per il prestito al pubblico da parte della fondazione. Nella seconda di copertina, inoltre, sarà contenuto il nome delle persone che avranno contribuito al restauro del volume.

Come si “aggiusta” un libro del genere
Bidussa spiega che nel processo di restauro di un libro di questo tipo – cioè senza problemi storici o filologici: sono libri stampati in gran numero, e quindi non ricopiati o prodotti “artigianalmente” – si seguono generalmente tre passaggi: per prima cosa viene tolta la copertina e vengono tutte staccate le pagine dalla rilegatura. Dopo anni di conservazione in pessime condizioni ambientali oppure di utilizzo poco accurato, infatti, la carta è spesso parecchio deteriorata: questo perché la particolare mistura utilizzata per le COLIP «si acidifica molto più velocemente di altre carte: questo vuol dire che se ora come ora prendo uno di questi libri in mano il rischio è che la pagina si spacchi oppure che venga piegata in maniera permanente». Ogni pagina, quindi, viene “deacidificata”, cioè passata in un macchinario che toglie muffe e batteri e le tratta con sostanze che le ridanno resistenza ed elasticità.

A questo punto, viene prodotta una nuova rilegatura. La copertina, anch’essa passata nel macchinario, non verrà gettata come spesso succedeva fino a pochi decenni fa nei processi di restauro, poiché considerata marginale e quasi “esterna” al contenuto del libro: verrà aggiunta una sovracopertina a protezione di quella originale, in linea con sua veste grafica, di cui manterrà quelli che secondo Bidussa sono i tre «elementi costanti dei volumi: il logo [il canguro], le strisce e il numero» di uscita. Secondo Bidussa, è molto importante che la copertina originale sia mantenuta anche nel nuovo restauro, nonostante non sia particolarmente elaborata né prodotta per quell’unico esemplare di libro: contiene, infatti, elementi come «una quarta di copertina scritta da qualcuno, che ci racconta come sessant’anni veniva comunicato un dato testo a una persona che probabilmente era a malapena alfabetizzata». L’intero processo di restauro di un libro COLIP costa circa 25 euro.

Dopo “Save the book”
Raccontando il progetto “Save the book”, Tarantino spiega l’importanza di tenere assieme nell’archivio della fondazione sia i libri della collana COLIP in questione, sia le prime, preziosissime edizioni di Montesquieu, Thomas More, Adam Smith e Jean-Jacques Rousseau, che non sono ancora state restaurate. Tarantino ha detto al Post che «”Save the book” è un inizio. Se non coinvolgessimo persone nell’adottare anche questi libri una fondazione rimarrebbe chiusa. Non possiamo andare dallo Stato e dire “vogliamo restaurare e digitalizzare tutto il nostro patrimonio. Ci date cinque milioni di euro?”. Non ce li danno. Se invece ci mettiamo in un’ottica di servizio e oltre a darlo a disposizione degli studiosi intercettiamo l’interesse del singolo cittadino, che ha il suo nome sul volume e può venire qui a consultarlo quando vuole, si crea un legame duraturo. Anche la stessa regione o la grande industria possono aiutarci a farlo studiare e preservarlo, e ricavarne vantaggi in termini di comunicazione e identità del marchio».

Secondo Tarantino nessuna donazione oltre a quelli necessaria per restaurare i libri COLIP, in questi due mesi, verrà sprecata: i soldi che avanzeranno verrano utilizzati per restaurare e digitalizzare i libri più antichi e preziosi, che solitamente sono anche i più specialistici e quindi meno conosciuti. Tarantino spera che in futuro la fondazione riuscirà a realizzare un progetto simile a “Save the book” che riguardi proprio i libri più specialistici.

Altri progetti
Nell’ufficio del segretario generale della fondazione, dietro la sua scrivania, in basso a destra dell’unica finestra, c’è appesa la foto di un posto che non esiste ancora. È un rendering – cioè una rappresentazione verosimile di come sarà un edificio ancora da costruire – della nuova sede della fondazione, che verrà inaugurata nel 2016 a nord del centro della città in zona Porta Volta, su un terreno che apparteneva alla famiglia Feltrinelli.

Fondazione Feltrinelli, Milano (Giulia Ticozzi/ilPost)

Il progetto è realizzato dallo studio svizzero Herzog & De Meuron, è stato approvato dal Comune nel 2010 e prevede due grandi edifici la cui superficie esterna sarà composta prevalentemente da lastre di vetro: uno dei due edifici sarà occupato interamente da Feltrinelli, mentre l’altro dal Comune, che lo metterà a bando. Il cantiere è già stato avviato: qui si possono vedere le foto e ottenere notizie sullo stato dei lavori, qui c’è un video di come apparirà l’edificio sulla base dei rendering.

Spiega Tarantino: «nell’edificio saranno presenti una caffetteria, una estesa libreria Feltrinelli,una sala per cineforum, mostre e conferenze da circa 300 posti, due piani di uffici per il personale della fondazione, diverse aule per i ricercatori e una sala di lettura all’ultimo piano; tutto l’archivio sarà spostato lì».

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(l’immagine si ingrandisce con un clic)

Tarantino spiega che il trasloco comporterà un grosso cambiamento nella fondazione, e una sorta di allargamento delle proprie attività: «produrremo cultura, faremo divulgazione e didattica. Se tu fai solo ricerca e conservazione è un conto, ma se vuoi aprire un centro culturale devi fare molto di più. Devi accogliere gli altri, creare iniziative 360 giorni all’anno. Il nostro budget è molto ridotto, ma operazioni come “Save the book” ci permettono anche di farci conoscere e far capire che il nostro patrimonio non è di proprietà dello Stato o in mano a una fondazione che lo tiene chiuso».

L’archivio, sopra
Alle pareti della sala di lettura della fondazione, e in un soppalco in legno appeso ad alcune delle sue pareti, sono infisse delle librerie che contengono parte dell’archivio della biblioteca.

Fondazione Feltrinelli, Milano (Giulia Ticozzi/ilPost)

Una seconda parte dell’archivio è contenuta nel cosiddetto compactus, cioè l’archivio sotterraneo, mentre una terza parte in un magazzino a Sesto San Giovanni. Secondo David Bidussa, il direttore della biblioteca, la parte più importante della collezione è composta da circa 50mila libri, molti dei quali sono stati raccolti da Feltrinelli fra il 1949 e il 1955 quando all’epoca, in Italia, c’erano in circolazione solo tre collezionisti di libri che avevano molti soldi da spendere. Uno dei tre era Feltrinelli, mentre gli altri erano l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi e il banchiere Raffaele Mattioli. Per chi aveva grande disponibilità di soldi, in Europa, erano gran tempi per comprare libri: in seguito alla Seconda guerra mondiale molti proprietari di librerie e archivi privati vendevano i propri volumi per ottenere soldi, spesso anche “all’ingrosso”, pur di disfarsene in fretta. Secondo Bidussa, Feltrinelli – che si occupò in gran parte di storia del pensiero politico ed economico – fu però l’unico compratore italiano che acquistò i volumi per metterli a disposizione del suo istituto, che in seguito diventò l’odierna fondazione.

Molti libri presenti nell’archivio della fondazione Feltrinelli valgono diverse migliaia di euro, mentre altri non sono nemmeno stati valutati: si tratta spesso di prime edizioni di saggi politici o filosofici, oppure scritti di autori che oggi consideriamo “classici” del genere. In uno scaffale in alto della sala di lettura, ad esempio, ci sono la prima edizione completa dell’Encyclopédie curata dagli studiosi illuministri Denis Diderot e Jean Baptiste d’Alembert, considerata la prima enciclopedia della storia.

(nella didascalia delle immagini qui sotto, la storia di ciascun volume)

L’archivio, sotto
Scendendo alcune scale dalla sala di lettura e aprendo una pesante porta di metallo, si entra nell’archivio sotterraneo della fondazione, detto compactus. C’è ancora più silenzio che al piano di sopra e una lunga fila di armadi grigi di metallo, pigiati l’un l’altro. Funzionano con un sistema di binari per cui è necessario “aprirsi” uno spazio fra due di essi, per poter prendere un libro: gli armadi ai lati di quelli aperti, per effetto domino, scivolano lateralmente sui binari.

(Giulia Ticozzi/Il Post)Qui sotto vengono tenuti alcuni dei volumi più fragili o meno consultati. C’è la prima edizione degli scritti completi di Machiavelli, uscita nel 1550; c’è un’edizione pirata – cioè uscita senza l’autorizzazione dell’autore o di chi ne possedeva i diritti – della Città del sole del filosofo italiano dei Seicento Tommaso Campanella, un dialogo filosofico utopistico basato sulla Repubblica di Platone: è grande poco meno di una mano.

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Uno dei libri più strani dell’intero archivio, spiega Bidussa, è la prima edizione dei Pensées sur la comète (“Pensieri sulla cometa”), un trattato sull’ateismo del filosofo francese Pierre Bayle, morto nel 1706. Bayle venne contrastato molto dalla chiesa cattolica francese dell’epoca perché calvinista: nel 1682 stampò i “Pensieri” in Olanda, dove si era rifugiato in esilio e c’era la libertà di stampa, con un altro nome e con titolo falso, Lettera a M.L.A.D.C., sperando che il libro non fosse censurato. Bayle venne scoperto e l’anno successivo stampò il libro con il titolo “vero”.

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Secondo Bidussa, l’intero archivio sotterraneo verrà trasferito nella nuova sede assieme al resto dei libri della fondazione. Per fare questo, sarà riprodotto in un locale della nuova sede un compactus molto simile a quello attuale in cui i libri verranno trasferiti. Non verranno però spostati uno ad uno: un macchinario comprato da Feltrinelli applicherà un tag a ciascuno scaffale di ciascuno armadio e lo “inscatolerà”, per poi ricollocarlo nel nuovo compactus nella stessa collocazione che aveva nel precedente.

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