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  • Italia
  • lunedì 3 febbraio 2014

Altro che Riina: il segreto di Spatuzza

di Enrico Deaglio

Raccontò tutto a due importanti magistrati già nove anni prima del suo pentimento ufficiale che smontò il depistaggio sulla morte di Borsellino. Enrico Deaglio si chiede come mai non successe niente

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Davvero nelle carceri italiane succedono cose molto strane, da sempre. E più che mai quando si tratta di carceri con detenuti di mafia. Il grottesco episodio della “cantata” di Riina nel cortile di Opera (ne ha parlato qui, dando una serie di nuovi particolari, Filippo Facci) è solo l’ultimo di una lunga serie. Le prigioni di Cutolo furono il grande albergo dei suoi killer e dei servizi segreti, come l’Ucciardone era, ai bei tempi, il regno di Cosa Nostra. Delle celle di Pisciotta e Sindona, tutti sanno. Nino Gioè, autore materiale della strage di Capaci, venne trovato impiccato ai lacci delle scarpe. (Era ventuno anni fa, nel 1993. Giusto adesso ci si accorge che fu un suicidio molto strano). Provenzano vi è detenuto demente. Berlusconi sostiene che il suo stalliere Mangano gravemente malato in carcere nel 2000 venne sottoposto a torture psicologiche. Quello che succedeva con Scarantino, Candura e Andriotta (i tre falsi pentiti della strage Borsellino) lentamente si comincia a percepire.

Ma vorrei raccontare qui una storia, a mio parere, molto più grave sulla quale grava un compatto silenzio.
Sottolineo: è grave davvero.

Dunque, come tutti sanno, nel 2008, a termine di un “lungo percorso religioso” (certificato dal vescovo dell’Aquila), il killer Gaspare Spatuzza si pente e confessa di essere l’autore dell’omicidio Borsellino. Messo a confronto con Scarantino, Spatuzza conferma e Scarantino conferma quanto aveva sempre cercato di dire: hai pienamente ragione, non sono stato io. (Tra l’altro, curioso: si viene a sapere oggi che i due si conoscevano e avevano fatto affari insieme). Vengono così annullati tre gradi di giudizio (ci fosse uno che ha chiesto scusa…) e vengono sospese le pene a 11 poveracci di Palermo condannati all’ergastolo che avevano passato in carcere – completamente innocenti – quindici anni della loro vita. Ma Spatuzza è diventano famoso anche per aver raccontato il “perché” delle stragi. Disse Spatuzza che le stragi furono ordite (Borsellino, Costanzo, Firenze, Milano e Napoli, più stadio Olimpico due volte annullato) dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, boss-industriali-politici del quartiere Brancaccio, per assecondare i voleri di Berlusconi e di Dell’Utri. I due Graviano (in carcere dal 1994), chiamati a confermare, però non lo fecero. Uno, smentendo Spatuzzza. L’altro, dandosi malato. Al processo contro Dell’Utri la testimonianza di Spatuzza non venne quindi considerata (il senatore è stato condannato per mafia, ma solo fino al 1992). Spatuzza e i Graviano non compaiono più neppure nell’attuale processo sulla “trattativa”, dove evidentemente la teoria spatuzziana che spiega le stragi non è apprezzata (la procura di Palermo preferisce far credere che quella stagione è una storia di democristiani impauriti e che dietro ci sia la lunga mano del presidente Napolitano). Nell’indifferenza generale, si sta ora svolgendo a Caltanissetta un processo, detto Borsellino Quater, per stabilire chi uccise Borsellino (e possibilmente anche il perché).

Nel 2012, ho scritto un libretto (Il vile agguato, Feltrinelli) in cui raccontavo lo scandalo inaudito del depistaggio su Borsellino. Ovvero, il nostro eroe popolare ucciso per altre infinite volte dalle losche mene della polizia e del suo capo Arnaldo La Barbera, e dall’inettitudine, se non complicità, di qualcosa come trenta magistrati (suoi colleghi) che sapevano dell’inganno, ma lo hanno avallato per diciassette anni.
Perché successe tutto ciò?
Come mai, a pochi giorni dalla strage, la polizia e i servizi avevano già pronto il loro finto colpevole Scarantino? La cosa era talmente enorme che ricordava la “madre di tutti i depistaggi”, l’inchiesta sulla bomba di piazza Fontana nel 1969, per cui gli anarchici erano le vittime designate e sui quali era stata cucita addosso.

L’anno scorso mi sono però imbattuto in qualcosa di più grave. Spatuzza era sotto interrogatorio al Borsellino Quater, quando l’avvocato Flavio Sinatra (difensore di uno degli imputati, Salvino Madonia) gli chiese quando aveva parlato per la prima volta con i magistrati di via D’Amelio.
E Spatuzza disse: 2008. Pentito, ma bugiardo. Perché l’avvocato Sinatra produsse un verbale del 1998 – 82 pagine di “colloquio investigativo” condotto addirittura dal procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna e dal suo vice Pietro Grasso, attuale presidente del Senato. Dove lo aveva trovato? Nei faldoni del materiale del PM. Apparentemente in quindici anni nessuno se ne era mai accorto! (La procura di Caltanissetta, interpellata, ha detto di non sapere proprio come mai quei fogli siano finiti lì, e quando).

Chi vuole può leggere il verbale integralmente qui. Spatuzza aveva già detto tutto – ma proprio tutto – nel 1998. Anzi, a leggere il verbale si capisce che quello con i due alti magistrati non è il primo abboccamento (il tono è molto rilassato e disteso), ma la continuazione di un rapporto. Tutto lascia pensare che Spatuzza abbia cominciato a parlare appena arrestato. Viene interrogato e parla della Fininvest, di Costanzo, di Milano, del depistaggio di La Barbera, indica una serie impressionante di dettagli, scagiona gli arrestati e, fornisce una serie notevole di “spunti investigativi”. Non firma il verbale perché vuole altre garanzie prima di pentirsi ufficialmente, cosa che farà solo nove anni dopo.
E cosa succede in quei nove anni? Nulla.

La procura nazionale antimafia convoca, per caso, La Barbera? Non risulta. Fa sapere a Caltanissetta che il loro pentito è falso e che i suoi arrestati sono innocenti? Non risulta. Fa sapere ai magistrati che indagano su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi che ci sono novità per loro? Loro le avrebbero gradite, ma non risulta proprio. Indaga, in proprio, sui Graviano (i quali vennero arrestati a Milano nel gennaio 1994 mentre aspettavano un appuntamento con Dell’Utri)? Non risulta. O forse hanno fatto tutto ciò e noi non lo sappiamo. Forse indagarono davvero e non trovarono niente. Forse non faceva parte dei loro compiti. E, allora chi ce lo ha messo il verbale, nel faldone?

Quel lungo (ed esauriente) colloquio investigativo tra Vigna, Grasso e Spatuzza credo che necessiti di qualche spiegazione e che dia un qualche happy end alla storia.
Tanto per cominciare, si potrebbe chiedere di allegarlo al processo in corso sulla trattativa. È pertinente, si parla delle stesse cose. Cose che al pm Di Matteo, che è stato un pilastro dell’operazione Scarantino a Caltanissetta, dovrebbero stare a cuore come e quanto le cantate di Riina in carcere. Cose che dovrebbero stare a cuore a Pietro Grasso, che nel giorno del suo insediamento alla presidenza del Senato, ha proposto una commissione d’inchiesta su quella stagione. E che fu il primo (Vigna è morto) a raccogliere la verità sulla morte di Borsellino.
Ma non succederà niente, così almeno penso. Se non è successo niente finora, perché dovrebbe succedere proprio ora?

Mi sono occupato di questa storia fin troppo a lungo, quindi è probabile che abbia perso il senso delle proporzioni. Se qualcuno mi può rassicurare che tutto ciò che ho scritto ha una spiegazione o non ha il minimo interesse, lo ringrazio.

(nella foto, Gaspare Spatuzza protetto da un paravento depone al maxiprocesso di mafia a Torino il 4 dicembre 2009, Fabio Bucciarelli/LaPresse)

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