La questione Banca d’Italia, spiegata bene

Il decreto approvato mercoledì è davvero "un regalo alle banche", come dice il M5S?

La sera di mercoledì 29 gennaio, dopo una movimentata giornata alla Camera – il giorno dell’ormai famosa “tagliola” o “ghigliottina” – il Parlamento ha convertito in legge un decreto che riguardava temi diversi: i principali erano la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia e l’abolizione della seconda rata dell’IMU.

La minoranza parlamentare, e in particolare il Movimento 5 Stelle, si è opposta molto duramente alle novità sulla Banca d’Italia. Secondo alcuni si tratta del regalo di un sacco di soldi per le banche private; secondo altri si apre alla possibilità che la Banca d’Italia venga comprata da qualche società straniera: come vedremo al momento non è possibile dire quanto e se ci guadagneranno le banche, mentre la seconda paura è del tutto ingiustificata. Secondo molti commentatori, comunque, la rivalutazione delle quote è stata in effetti quantomeno avventata, se non proprio sbagliata: compiuta solamente per trovare in fretta i soldi per abolire l’IMU e con possibili conseguenze difficili da gestire. Il blog noiseFromAmerika, curato da economisti italiani che vivono soprattutto negli Stati Uniti, l’ha definita “una porcata”. Per capire bene cosa è cambiato e quali sono le incognite, bisogna cercare di capire come funzionava fino a ieri la Banca d’Italia e cosa modifica il decreto.

Com’era ieri
Dell’ipotesi di rivalutare le quote della Banca d’Italia si è parlato con una certa insistenza a partire dai primi di novembre 2013, quando è cominciato a diventare pressante il problema di trovare i soldi per l’abolizione della seconda rata dell’IMU.

Alla base di tutto c’è il fatto che il capitale nominale della Banca d’Italia era fino a ieri di soli 156 mila euro: 300 milioni delle vecchie lire che furono versati nel 1936 dagli istituti di credito italiani, allora pubblici. Quegli istituti di credito sono oggi le banche private italiane e una sessantina di loro, insieme a qualche assicurazione e a INAIL e INPS, sono ancora oggi formalmente i proprietari della banca (l’elenco completo e la distribuzione delle quote è qui). A causa di una serie di acquisizioni e cessioni, oltre il 50 per cento delle quote è in mano ai grandi gruppi Intesa e Unicredit.

Nonostante la proprietà formale da parte di banche e assicurazioni – che periodicamente genera diverse teorie complottiste – più il 5,66 per cento ciascuno per INAIL e INPS, la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico, in cui le banche private non hanno alcun controllo di gestione, che rimane interamente al Tesoro e al Parlamento. Non possono neppure vendere le proprie quote. Le banche private hanno, in concreto, solo qualche carica di controllo in organismi di vigilanza come il Consiglio superiore. Anche se la formazione storica delle banche centrali da parte di diverse banche private è comune ad altri paesi del mondo, la situazione è comunque anomala e nel 2005 si stabilì che, entro tre anni, le quote sarebbero dovute essere trasferite allo Stato (scadenza che poi, in concreto, venne ignorata).

La Banca d’Italia guadagna?
Sì, la Banca d’Italia ogni anno ha dei guadagni, che in parte gira al Ministero del Tesoro e in parte accantona nelle riserve. Una delle fonti di guadagno – anche se non l’unica – è un aspetto tecnico dell’emissione della moneta che si chiama “signoraggio” ed è al centro di una delle più famose teorie del complotto mondiali. Anche se sarà difficile convincervi del contrario, il signoraggio non è alla base di tutti i mali del mondo, ma ugualmente porta dei soldi alle banche centrali (i meccanismi precisi del suo funzionamento sono un’altra storia, che trovate per esempio qui).

Per dare una cifra, la media dei trasferimenti di Bankitalia al Tesoro negli anni 2001-2011 – che comprende i proventi da signoraggio, ma anche molto altro – è stata di 370 milioni di euro l’anno, mentre cifre ancora superiori sono state accantonate. L’euro non ha modificato molto queste quantità, anche se c’è stata una riduzione.

Qualcuno potrebbe pensare – e c’è chi lo ha fatto – che, dato che la proprietà formale della Banca d’Italia è degli istituti privati, questi traggano da decenni grandi guadagni dal signoraggio e dalle altre attività economiche della banca centrale. Non è così, al momento, ed è un punto molto importante: secondo lo statuto della Banca d’Italia i guadagni sono ripartiti tra i proprietari fino a un massimo del 10 per cento circa del capitale nominale, che, lo ricordiamo, è di soli 156.000 euro.

Ogni anno quindi la sessantina di banche che possiede la Banca d’Italia si deve spartire poche decine di migliaia di euro in base al capitale che detengono (15.600 euro nel 2006, per esempio). A questo si aggiunge però un altro 4 per cento massimo, calcolato però sul totale delle riserve. Questa aggiunta fa arrivare i trasferimenti dalla Banca d’Italia alle banche private a cifre molto più consistenti, anche se quasi irrilevanti per il bilancio di un istituto di credito: negli ultimi tempi è stato intorno ai 67 milioni l’anno, di fronte però a un utile netto della banca centrale di 1,1 miliardi di euro. Con un esempio concreto: Intesa possiede il 30 per cento delle quote della Banca d’Italia e ha ricevuto nel 2012 circa 20 milioni di euro. Nello stesso anno il suo bilancio dichiarava utili per 1,6 miliardi. Maggiori informazioni sui guadagni della Banca d’Italia e su come vengono distribuiti si trovano in questo post di Mario Seminerio.

Che cosa cambia con il decreto contestato
E veniamo al decreto convertito in legge dalla Camera nella famosa seduta della “tagliola”, mercoledì 29 gennaio. Si parlava almeno dal 2007 – governo Berlusconi, tra i più grandi sostenitori Renato Brunetta – di rivalutare le quote della Banca d’Italia. Secondo una stima della stessa Banca d’Italia, che ha fatto studi per diverso tempo su questa possibilità, il valore poteva essere alzato da 156 mila euro a 5-7 miliardi. Il decreto lo fissa a 7,5 miliardi di euro (nota a margine: Renato Brunetta è contrario, perché da tempo sostiene che il valore debba essere più alto).

Quei 7,5 miliardi di euro non dovranno essere versati concretamente alle banche, e per questo il Ministero dell’Economia ha potuto scrivere questa nota negando che sia stato un “regalo”: la sessantina di banche e assicurazioni se li scriveranno nel bilancio, ciascuna secondo la propria quota, e ci avranno guadagnato in solidità patrimoniale davanti alla Banca Centrale Europea. Un guadagno “astratto” che, in questo momento di crisi per il settore bancario, è comunque molto conveniente.

Perché fare tutto questo, e proprio ora? Nonostante l’operazione sia contabile, senza trasferimenti di liquidità o di altre attività alle banche, queste devono pagare tasse sulle cosiddette plusvalenze di questa operazione. Lo Stato ne riceverà quindi un gettito fiscale una tantum di oltre un miliardo di euro: e questi soldi serviranno a pagare parte della seconda rata IMU.

Tutto qui?
Cambiano altre due cose di un certo rilievo. La prima è che le quote diventano trasferibili, cioè teoricamente comprabili e vendibili in base al valore stabilito dal mercato. Per questo motivo alcuni hanno sostenuto che sia possibile dare la proprietà della Banca d’Italia a enti stranieri. In realtà questa possibilità è esplicitamente esclusa dal decreto, che stabilisce la necessità per i proprietari della banca di avere “sede legale e amministrazione centrale in Italia”.

La seconda è che viene fissato un limite del 3 per cento per la partecipazione al capitale. Le banche o le assicurazioni che hanno più del tre per cento dovranno vendere la parte eccedente. Non è ancora del tutto chiaro come verrà venduta questa parte eccedente, ma il decreto stabilisce un periodo di tre anni in cui le quote potranno essere ricomprate dalla Banca d’Italia. Quanto care non si sa, perché la cifra dipenderà dai dividendi che la Banca d’Italia deciderà di pagare: in questa eventualità, che rimane un’eventualità, ci sarebbe un effettivo trasferimento di denaro dalla Banca d’Italia ai proprietari delle quote.

Il tetto massimo dei dividendi, che si ottengono dagli utili netti, è comunque stabilito al 6 per cento del valore del capitale. Dato che questo è diventato di 7,5 miliardi di euro, il massimo teorico che la Banca d’Italia pagherà in dividendi è 450 milioni di euro l’anno, ma anche in questo caso non è chiaro quanti soldi andranno concretamente, in futuro, a banche e azionisti privati.

Quali sono i problemi
Le motivazioni che sono alla base del decreto sembrano in primo luogo legate a migliorare i bilanci delle banche italiane e a ricevere subito i soldi per abolire la seconda rata dell’IMU, senza tenere troppo in conto i problemi che potrebbero venire in futuro dall’operazione, per esempio per quanto riguarda i dividendi. Lo spiega un post di noiseFromAmerika:

Il provvedimento prende almeno tre piccioni con una fava: le banche si ricapitalizzano semplicemente con un tratto di penna; riceveranno trasferimenti monetari, almeno potenzialmente tramite maggiori dividendi oltretutto immediatamente liquidabili; per un anno il governo riceve in cambio un introito tramite la tassazione delle plusvalenze.

Foto: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

Nota del 2 febbraio: una precedente versione di questo articolo dava l’impressione erronea che le banche che detengono il capitale della Banca d’Italia abbiano ricevuto poche migliaia di euro dagli utili della banca centrale, invece di alcuni milioni. Ce ne scusiamo con i lettori.

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