Dallas, oggi

Cinquant'anni dopo l'assassinio di Kennedy, Dealey Plaza è cambiata poco ma la città intorno è molto diversa

L’assassinio di Kennedy del novembre 1963 è forse l’unico evento accaduto a Dallas che venga ricordato in tutto il mondo. Il New York Times ha dedicato un articolo ai cambiamenti avvenuti nella città in questi cinquant’anni, tra il 1963 e il 2013. Dallas appare oggi “un posto tipicamente americano, che è in parte Dallas Cowboys [la squadra di football americano della città], in parte il Texas degli eccessi e in parte un melting pot urbano”, dove si parlano 70 lingue differenti. L’anniversario dell’omicidio di Kennedy è l’occasione per un ripensamento collettivo di quello che la città ha rappresentato e di quello che invece è diventata oggi, a cinquant’anni di distanza.

Dealey Plaza — in cui si svolse il giorno più nero nella storia di Dallas, 40 minuti dopo l’inizio del corteo di automobili — appare stranamente simile a quello che era allora, con la finestra d’angolo al sesto piano dell’ex deposito scolastico del Texas ancora leggermente aperta.

Ma fuori dalla piazza la città è cambiata profondamente. Nel 1963 Dallas era la quattordicesima città degli Stati Uniti, con meno di 700 mila abitanti e una popolazione in maggioranza bianca. E sicuramente bianco era il ristretto numero di persone che comandavano nella città. Cinquant’anni dopo la popolazione è quasi raddoppiata e supera gli 1,2 milioni di abitanti, al nono posto tra le città americane. A Dallas è stato eletto il primo giudice distrettuale nero e il primo sindaco nero, Ron Kirk, in carica dal 1995 al 2002.

Il cambiamento più grande, e più importante per l’anniversario di quest’anno, è avvenuto a livello politico. I sobborghi nella regione di Dallas-Fort Worth, l’area metropolitana di oltre 6 milioni di abitanti chiamata informalmente Metroplex, sono ad ampia maggioranza repubblicana e pullulano di aderenti ai tea party, la sua ala più estrema, ma la città è tendenzialmente democratica. Nel 2012 Obama ha perso in Texas di quasi 1,3 milioni di voti ma nella contea di Dallas ha vinto con oltre il 57 per cento, lo stesso risultato del 2008: un quadrato blu nella marea rossa dei repubblicani del nord Texas.

Ai primi degli anni Sessanta, invece, l’atmosfera a Dallas era profondamente ostile nei confronti non solo dei democratici, ma anche di tutti i rappresentanti di Washington e dello stato federale. La cosa si tradusse anche in una serie di attacchi a figure pubbliche in visita nella città, strattonate o fatte bersaglio di sputi: Bill Minutaglio e Steven L. Davis, autori di un libro recente intitolato Dallas, 1963 descrivono una città in preda a “un’isteria civica”, un luogo pieno di rabbia e in cui erano diffuse paranoie anticomuniste, razzismo e antisemitismo. La cosa accadeva anche ai massimi livelli delle élite cittadine: Minutaglio parla di “persone molto potenti che si coalizzarono intorno alla nozione che Kennedy fosse un traditore e fosse realmente colpevole di tradimento”.

Tra i bersagli degli attacchi nei mesi precedenti all’uccisione di Kennedy ci furono l’allora vicepresidente Lyndon B. Johnson e la moglie, quattro giorni prima delle presidenziali del 1960, oltre all’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Adlai E. Stevenson. Il discorso pubblico – attraverso i sermoni di alcuni seguiti pastori battisti, i discorsi di un deputato del Congresso, i programmi radiofonici sponsorizzati dal petroliere H. L. Hunt – era influenzato da una retorica intollerante.

Le idee intransigenti e intolleranti fanno oggi parte del bagaglio della destra americana, con toni non troppo diversi da quelli che dominavano la Dallas degli anni Sessanta, ma la città è cambiata. Cinquant’anni fa la maggioranza dei residenti odierni di Dallas non erano ancora nati oppure vivevano altrove: l’articolo del New York Times dice che questa distanza temporale e demografica aiuta probabilmente a fare i conti con il passato e ad avviare una grande riflessione collettiva cittadina che è in corso in questi giorni. Venerdì 22 novembre si terrà in città la più grande cerimonia di sempre per commemorare l’omicidio, dopo che una raccolta fondi guidata dal sindaco Michael S. Rawlings ha ottenuto circa 3 milioni di dollari in donazioni private. Poco lontano da Dealey Plaza, le finestre dei locali sono addobbati con scritte che dicono Love, disegnate dai bambini delle scuole, per cercare di cancellare il soprannome di City of Hate – “città dell’odio” – dato a Dallas dopo l’omicidio.

Negli anni Settanta l’allora sindaco Wes Wise fu a capo del movimento che si oppose alla demolizione del Texas School Book Depository, l’edificio di mattoni rossi ormai fatiscente da cui partirono gli spari che uccisero Kennedy. La contea lo aveva comprato nel 1977 e molti chiedevano che venisse abbattuto. La battaglia di Wise ebbe successo e gli ultimi due piani vennero trasformati in un museo, che ogni anno viene visitato da oltre 320 mila persone, mentre i primi cinque piani sono occupati da uffici della contea.

“Quando si pensa agli sforzi per abbattere l’edificio negli anni Settanta, ci si può veramente fare un’idea di quanto lontano è andata Dallas nell’accettare e interiorizzare questa profonda tragedia” ha detto al New York Times Stephen Fagin, tra i curatori del Museo del Sesto Piano di Dealey Plaza, aperto nel 1989. “È il viaggio che Dallas ha intrapreso, dall’assassinio alla commemorazione, muovendosi dalla memoria alla storia.”

Foto: Adam/Flickr Commons

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