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  • martedì 19 novembre 2013

Perché il “Gettysburg Address” è importante

di Francesco Costa – @francescocosta

La storia di uno dei discorsi politici più famosi e brevi di sempre, pronunciato 150 anni fa da Abraham Lincoln

Il 19 novembre del 1863, 150 anni fa, fu pronunciato uno dei discorsi politici più importanti e famosi della storia. Lo fece Abraham Lincoln, allora presidente degli Stati Uniti, durante una guerra civile – e fu fondamentale perché spostò l’obiettivo di quella guerra, superandone uno che a quel punto era concreto e raggiungibile a vantaggio di uno ben più complicato e ambizioso.

Lincoln era un repubblicano, ma non pensate ai repubblicani dei nostri giorni. All’epoca il partito repubblicano era nato da pochissimo, fondato da un gruppo di attivisti contro la schiavitù: era liberale – uno dei suoi primi slogan fu “free labor, free land, free men” – ed era unionista, cioè interessato a mantenere l’unità degli Stati Uniti d’America a fronte delle aspirazioni più marcatamente autonomiste e solitarie di diversi stati. Era popolare quasi esclusivamente nel nord, al contrario del partito democratico la cui identità era speculare. Sulla schiavitù ogni stato americano poteva regolarsi come credeva: all’epoca era ancora in vigore solo negli stati del sud.

Quando Lincoln si candidò alla presidenza, era considerato un moderato: era contrario alla schiavitù e alla sua legalizzazione nel nord, ma non era ancora un abolizionista, non credeva che la schiavitù si dovesse rendere incostituzionale nel sud. La sua elezione – ottenuta quasi solo con i voti del nord – fu vista comunque dagli stati del sud come una grande minaccia. Dopo il suo insediamento, sette stati schiavisti del sud dichiararono secessione: poi diventarono undici e cominciò la guerra civile. Mentre i sudisti combattevano soprattutto per preservare la schiavitù, i nordisti combattevano per preservare l’Unione ed evitare la secessione. Lo stesso Lincoln in varie occasioni fece capire che quella era la sua priorità.

La guerra in un certo senso si risolse due anni e mezzo dopo a Gettysburg, una piccola città della Pennsylvania, con una delle battaglie più sanguinose della guerra civile americana. Durò tre giorni, morirono 8 mila persone, vinse l’esercito del nord. Da allora il sud non riuscì più ad attaccare il nord, trovandosi costretto a subirne le iniziative: di fatto Gettysburg mise la guerra su un piano inclinato a favore di Lincoln. I suoi consiglieri gli dissero di approfittare della posizione di forza per trovare un accordo favorevole con gli stati del sud e interrompere i combattimenti. Lincoln, però, decise di alzare l’asticella: andò a Gettysburg, quattro mesi e mezzo dopo la battaglia, e allontanò la linea dell’arrivo con questo discorso. Il-discorso-di-Gettysburg o, in inglese, the Gettysburg Address.

Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono stati creati uguali. Oggi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione così concepita e così votata, possa perdurare a lungo. Oggi siamo raccolti su un grande campo di battaglia di quella guerra. Siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato. Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo. Lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché, gli uomini coraggiosi, vivi e morti, che qui combatterono. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà, ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono. Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.

Il discorso di Gettysburg è innanzitutto molto breve. Nella versione originale in inglese sono 1450 battute: se avete familiarità con la lunghezza dei testi espressa in battute, sapete quanto è poco. La brevità è una delle prime cose che colpisce, del discorso di Gettysburg, a fronte della sua importanza storica: siamo da tempo abituati a eloqui politici lunghi, ampollosi, fatti di storie, preamboli, metafore, parentesi, digressioni, incisi. Il discorso di Gettysburg no: vuole dire una cosa e la dice. Per quanto molto coinciso, allo stesso tempo non è un discorso povero stilisticamente: ha dentro tutti gli strumenti retorici dei grandi discorsi, è emozionante, ha ritmo, è solenne, funziona. La ragione fondamentale della sua importanza naturalmente fu politica, ma anche questa non fu usuale: l’inaugurazione di un cimitero di guerra, con un “normale” discorso in ricordo dei caduti, non è un’occasione canonica da grande discorso, come l’insediamento o lo stato dell’Unione.

(il discorso di Gettysburg recitato da Jeff Daniels)

Il discorso di Gettysburg comincia così: “Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono stati creati uguali”. Sedici lustri e sette anni sono ottantasette anni: Lincoln fa riferimento alla Dichiarazione d’Indipendenza, atto fondativo degli Stati Uniti siglato il 4 luglio del 1776. Anche questo non era scontato: il testo che custodiva e ratificava l’Unione tra gli stati americani – il motivo iniziale della guerra, in fin dei conti – non era la Dichiarazione d’Indipendenza bensì la Costituzione, la legge suprema del paese, che istituiva il Congresso e regolava i rapporti tra i singoli stati e tra questi e lo stato federale.

Nella prossima pagina: perché proprio la Dichiarazione d’Indipendenza? E cosa successe dopo?

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