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«Il desiderio di essere come tutti»

Il racconto del funerale di Berlinguer dall'ultimo romanzo di Francesco Piccolo, da oggi in libreria

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Esce oggi per Einaudi Il desiderio di essere come tutti, il nuovo libro di Francesco Piccolo, sceneggiatore, autore televisivo e autore fra l’altro di Momenti di trascurabile felicità e di Allegro occidentale. Nel libro Piccolo racconta la sua formazione personale e politica, e ripercorre in modo personale la storia italiana degli ultimi quarant’anni, dal rapimento di Aldo Moro, ai funerali di Enrico Berlinguer all’entrata in politica di Silvio Berlusconi. Il libro si compone di due parti, La vita pura: io e Berlinguer e La vita impura: io e Berlusconi.
In questo estratto Piccolo racconta gli ultimi giorni di Berlinguer, dalla sua partecipazione al congresso del Partito Socialista a Verona fino al suo funerale.

***

L’11 maggio 1984, nel momento in cui è entrato nel palazzetto dello sport di Verona, e tutto il pubblico ha cominciato a fischiare, io sono diventato Enrico Berlinguer. È stato il momento esatto in cui il mio sentimento pubblico e il mio sentimento privato, che in quei mesi di scontro avevano aderito ogni giorno, sono balzati via da me per infilarsi dentro lo sguardo perduto del segretario del mio partito – che stava davanti a quella gente con la stessa incapacità di organizzare un’espressione che avevo avuto io davanti a Elena che strappava la carta da regalo; ho sentito che mi riguardava così tanto, mi faceva soffrire così tanto, richiamava così precisamente il dolore mio personale, che non ci poteva essere più nessuna distanza tra me e lui; guardavo il suo viso teso, sperduto, e sentivo che con lui c’ero anch’io, anche se non ero lì.
Ho fatto come Mario (Vittorio Gassman) ne La terrazza: guardando giù verso il congresso, ho subito immaginato di essere al posto di – insieme a – Berlinguer; solo che invece di essere applaudito, mi fischiavano.
Non ci hanno fischiato soltanto, hanno cominciato a scandire «scee­mooo, scee­mooo», mentre braccia si levavano per mostrare garofani rossi e il segno delle corna. Noi avanzavamo seguendo le indicazioni di una signora, avevamo tanta gente intorno che faceva in modo di proteggerci, ma in realtà nessuno stava tentando di aggredirci. Ero Berlinguer per la tristezza e la rabbia che provavo, per l’impotenza identica che sentivamo, là in mezzo a un palazzetto gremito di gente. Non trovavamo la strada, come inebetiti, mentre uno speaker urlava che eravamo loro ospiti e bisognava accoglierci come degli ospiti. Ma i fischi diventavano più forti, anche per coprire la voce dello speaker, e si sentiva anche, insieme, altrettanto limpido, il suono ritmato di sceeemoooo urlato da una specie di coro. Noi eravamo il segretario del Partito comunista, eravamo la persona più amata da tutti, anche dagli avversari, e ci dicevano sceemooo e ci fischiavano in modo assordante. I fotografi intorno scattavano foto per cogliere un’incrinatura del nostro sguardo, ma c’era solo un’aria persa, non del tutto visibile, e poi sembrava che l’unica domanda che arrivasse dai nostri movimenti e occhi interrogativi, fosse: dove ci dobbiamo sedere.
Finalmente arriviamo in una specie di lungo banco – ci hanno indicato il posto, ci siamo diretti lì. Alziamo lo sguardo solo un attimo, in modo quasi distratto, perché a quel punto abbiamo tutta la gente di fronte, un semicerchio tonante, ma è sufficiente per vedere garofani e corna agitarsi di più. Per sentire anche «venduto», «buffone». Poi ci sediamo. Senza aver fatto un solo gesto di insofferenza, di sfida, di accusa. Siamo stati impassibili, anche se scioccati. Perduti.

Craxi parlò tre giorni dopo, nel discorso di chiusura dei lavori. «Mi dispiace che il congresso del partito sia venuto meno ad un dovere di ospitalità nei confronti del segretario del Partito comunista compagno Berlinguer e della delegazione comunista». E qui l’assemblea applaude convinta, come se il segretario la stesse spingendo a delle scuse. Lui se ne rende conto e allora va subito con voce serena contro gli applausi, li copre con uno scandito però – che zittisce tutti.
«Però quando una norma così ben conosciuta anche da noi viene violata, il che è un fatto grave, vuol dire che avviene per una ragione grave». La posizione di Craxi sta deviando verso un’altra conclusione, ma continuando a simulare la denuncia dell’accaduto. Dice: «So bene» – e qui fa una di quelle pause sue, famose, molto lunghe, che sembrano (o vogliono realmente) riacchiappare la chiarezza del pensiero per esporlo in modo ordinato, in quel modo – bisogna ammetterlo – inimitabile, in cui la complessità del giro di frase e la chiarezza del significato, sono inequivocabili. C’è silenzio totale dopo quel «So bene» detto indicando tutti e poi guardandosi intorno come per godersi il conforto della sua gente e fermandosi con lo sguardo fisso in un punto, nel vuoto, come se non dovesse continuare più – poi riprende all’improvviso, rivolgendosi a tutta la platea, di nuovo con il braccio sinistro steso verso l’alto, il dito indice puntato verso qualcuno…
«… che non ci si indirizzava ad una persona» – e qui un’altra pausa, guardando dritto negli occhi tutti, davanti a lui; e poi il braccio e il dito fanno un giro largo, inclusivo: «ma ad una politica che questa persona forse interpreta con maggiore tenacia di altri e non sappiamo fino a che punto convincente anche per tutto il suo stesso partito, una politica che noi giudichiamo profondamente sbagliata». Qui nessuno applaude, perché la virata è forte, violenta. Sorprendente, nonostante l’inimicizia. Ma manca ancora l’affondo teatrale, plateale: ruotando sul posto lentamente, tenendo il braccio largo a includere non più tutti, ma ognuno, per spingerli all’attenzione per ciò che sta per dire, che sembra voglia dire da tre giorni, Craxi conclude:
«E se i fischi erano un segnale politico che manifestava contro questa politica, io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare».
Mentre la sua gente scoppia in un boato entusiasta, lui incurante non la guarda, come se non avesse detto quello che ha detto, con tanta sfrontatezza, ma con altrettanta sfrontatezza abbassa lo sguardo verso il bicchiere d’acqua, lo prende, e beve. Come se la pausa non fosse per il boato di approvazione, ma solo perché aveva sete.

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