Il nuovo libro di Enrico Deaglio - “Il vile agguato“ (Feltrinelli) – è dedicato alle indagini sulla strage di via D’Amelio a Palermo in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino assieme a cinque agenti della sua scorta, il 19 luglio 1992. Il libro si conclude con una “succinta cronologia degli ultimi cinquantasei giorni di vita di Paolo Borsellino, compresi avvenimenti che avevano a che fare con lui, ma di cui non era a conoscenza”. Il Post pubblicherà in sequenza, assieme al secondo capitolo del libro, la successione di quegli eventi, a vent’anni di distanza.
Roma, 16 luglio
Borsellino è di nuovo a Roma, per il terzo interrogatorio a Gaspare Mutolo. Finiti gli impegni, con il collega Natoli cenano al ristorante Il moccoletto, insieme a Carlo Vizzini, presidente del Psdi, uno dei politici minacciati di morte da Cosa nostra. Vizzini propone loro di affrontare il grande tema di “mafia e appalti”.
Milano, 16 luglio
Il Ros incontra alla procura di Milano Antonio Di Pietro. I carabinieri lo informano che sarà oggetto di un attentato di Cosa nostra insieme a Paolo Borsellino. Gli viene fornita un’auto blindata, il magistrato non dorme a casa.
Due appunti: il primo è che Di Pietro ebbe sicuramente più attenzione di Borsellino, in merito alla sua vita. Il secondo è che queste notizie sono state rese note dall’ex magistrato solo diciotto anni dopo, durante una trasmissione televisiva. Il leader dell’Idv aggiunse che il 4 agosto 1992 gli venne consegnato, alla questura di Bergamo, un passaporto falso con il nome di “Mario Canale” e che con questo lui e la moglie andarono per qualche tempo in Costarica.
Di Pietro, si è poi venuti a sapere diciotto anni dopo con la pubblicazione di “imbarazzanti fotografie di una cena”, era stato almeno una volta, nel dicembre 1992, commensale di Bruno Contrada.




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