Il Post
I vini sono tutti uguali?

I vini sono tutti uguali?

Tutti no, ma distinguere "migliori" e "peggiori" è difficile quando non impossibile, spiegano nuovi test (in cui il New Jersey batte la Francia)

19 giugno 2012

Il commerciante di vini britannico Steven Spurrier era convinto, come gran parte degli intenditori, che i vini americani non potessero competere con quelli francesi, considerati da sempre tra i più pregiati al mondo. Per dimostrarlo invitò undici esperti ad assaggiare al buio Bordeaux francesi e Cabernet della California e a giudicarne la bontà in una scala da zero a venti punti. La prova si svolse il 24 maggio del 1976 e il risultato fu sorprendente. I giudici infatti stabilirono che il vino dal sapore migliore era quello di una bottiglia del 1973 proveniente dal vigneto Stag’s Leap di Napa Valley, in California. Alcuni giudici chiesero di ripetere l’assaggio a distanza di qualche tempo sostenendo che i vini francesi non fossero invecchiati al punto giusto, ma i risultati furono gli stessi: dopo lo Stag’s Leap si posizionarono altri tre Cabernet californiani. L’esperimento divenne famoso come il giudizio di Paride – richiamandosi al mito greco in cui il principe troiano Paride dovette scegliere chi fosse la dea più bella tra Atena, Era e Afrodite – e legittimò i vini americani e contribuì alla loro diffusione.

Jonah Lehrer racconta sul New Yorker che l’8 giugno scorso l’Università di Princeton ha realizzato un esperimento simile. Questa volta i giudici erano nove, americani e francesi, e i vini francesi sono stati confrontati con quelli del New Jersey, considerati ordinari e non di grande qualità. Pur non venendo dichiarati i migliori in assoluto, i vini americani – che costano circa il cinque per cento dei loro omologhi francesi – ottennero ottimi punteggi dai giudici e si piazzarono ai primi posti della classifica. Secondo Richard Quandt, uno dei giudici dell’assaggio, il sapore dei vini era “statisticamente indistinguibile”. A partire da questi esperimenti Leherer spiega che definire la bontà di un vino è davvero difficile, anche per gli esperti. Le differenze sensoriali tra diverse bottiglie di vino sono molto lievi e diminuiscono dopo numerosi assaggi, tanto che ci sono pareri spesso discordanti su quale sia il vino con il miglior sapore. Per esempio sia il vino bianco che quello rosso risultati vincitori nel giudizio di Princeton sono stati valutati i peggiori da almeno uno dei giudici.

Secondo Lehrer il contesto – come per esempio l’alto costo di una bottiglia o un’etichetta che ne indica la provenienza da un vigneto prestigioso - gioca un ruolo fondamentale  e ingannevole nella percezione del gusto di un vino. La sua tesi è dimostrata da diversi studi. Nel 2001 Frédéric Brochet dell’Università di Bordeaux invitò 57 intenditori ad assaggiare e descrivere un bicchiere di vino bianco e uno rosso. In realtà si trattava dello stesso vino bianco che in un caso era stato dipinto di rosso con un colorante alimentare. Gli esperti però descrissero il vino apparentemente rosso con termini solitamente usati per quel genere di vino. In un altro esperimento Brochet invitò i giudici ad assaggiare un pregiato Bordeaux e un vino da tavola. Si trattava dello stesso vino proveniente da bottiglie diverse ma gli esperti descrissero quello spacciato per pregiato come “amabile”, “legnoso”, “equilibrato” e “rotondo” e  l’altro come “debole”, “leggero”, “piatto” e “difettoso”.

Se gli esperti non sono in grado di distinguere i vini pregiati le persone comuni lo sono ancora meno. Lo scorso anno lo psicologo Richard Wiseman chiese a un gruppo di volontari di assaggiare diverse varietà di vino – da quello in cartone allo champagne – e stabilire quella più costosa. I volontari non furono in grado di indovinarlo e il 61 per cento di loro indicò il vino economico come il più caro e di maggior qualità. Lehrer conclude che la maggior parte degli intenditori e delle persone comuni non è in grado di stabilire con accettabile correttezza la bontà del vino e che la nostra percezione è fortemente influenzata dalle nostre aspettative mentali: «Quindi continuate pure a comprare vino del New Jersey – consiglia – Ma se volete garantire ai vostri ospiti il massimo piacere, appiccicate sulla bottiglia un’etichetta francese. Il vino avrà un sapore ancora migliore».

TAG: , , , , , , ,    
  • randolphcarter

    vero che spesso si gioca alle differenze inesistenti, ma tutti uguali no!

  • zuckerman

    Fantastico! Avete tradotto un articolo uscito sette giorni fa sul New Yorker! Grazie, sarà stato un lavoraccio! Immagino evitiate di postare “l’angolo dei link interessanti” perche l’inglese dei vostri lettori potrebbe non essere sufficiente.

  • adamski

    Veramente il link all’articolo del new yorker c’è, all’inizio del secondo paragrafo.

  • brad

    Se ora anche il New Jersey batte la Francia, presto mi aspetto il Tavernello sgominare lo Chateau Lafitte …

  • lucac

    Il re è nudo!
    Adoro queste cose.

  • zuckerman

    @adamski: lo so e ammetto un certo inacidimento pomeridiano. Però sul Post mi imbatto spesso in queste traduzioni di articoli di testate straniere. Mi chiedo se non sia meglio postare il solo link.

  • sire

    vista la quantità di italoamericani presenti, non mi meraviglio se il new jersey batte la francia! eh eh

  • p!

    Alla faccia dei mille corsi da sommelier nati come funghi negli ultimi anni (che non ho mai sopportato).
    Concedetemi quest’esultanza, sono figlio di un produttore di vino contadino che lo fa da cinquantanni (per autoconsumo e per regalarlo ad amici), ancora oggi superbamente.

  • sire

    @p!: io sono tuo amico, vero? :)

  • adamski

    E pur vero che la stragrande maggioranza degli appassionati di vino è contraria alle degustazioni alla cieca. Questo può significare tante cose ma val la pena di ragionarci.

  • atraum

    beh insomma io conosco bene lo spagnolo, il tedesco e il latino. me la cavo con il greco e il portoghese. l’inglese lo macino ma mi annoia…perché non si dovrebbero tradurre articoli esteri?ha già per la dittatura dell’inglese?rilassiamoci!. comunque riguardo all’articolo il sottotitolo nella traduzione italiana poteva anche essere “ragazzi il vino è tutto uguale,comperate allora il mio”. forse la differenza tra vini di qualità non è grande ma io continuo a pensare che ci sono vini che ti lasciano il mal di testa ed altri meno. alcuni che ne berresti una bottiglia e altri fatichi a finire il calice. poi è assodato che in california si facciano buoni vini. come in baja california (mexico) o in cile,argentina e brasile.nuova zelanda ecc ecc…però con una bottiglia compri anche un’aspetto romantico. dall’italia compri il paesaggio e la storia di viticoltori che amano la loro terra. dalla francia compri anche la classe e i castelli. dal messico compri un vino importato dai frati missionari dell’epoca della conquista. da altri paesi latinoamericani comperi la “revancha” dell’immigrato che torna al lavoro dei propri avi dall’altra parte del mondo.e così via. l’aspetto emozionale rimane sempre e comunque importante.io penso che se alcuni test riportati fossero stati fatti in italia o francia per strada con i passanti le cose sarebbero andate diversamente. cosa volete che ne sappia un statunitense di vino?non è per cattiveria ma il palato viene “educato”ogni giorno e su prodotti della propria cultura o origine. vorrei vedere gli italiani a disquisire delle sottilissime differenze di sapore che riconoscono o amano i giapponesi nella loro cucina.

  • paolo192

    Adoro il Post!

  • sartana

    bah, bisogna vedere che esperti, se mando mia zia non distingue il tavernello dal barbera.

  • idonthavetimeforthiscrap

    @Adamski
    Sono un sommelier con tanto di diploma ed esperienza pluriennale. Concordo al 100% con l’articolo, infatti a me pure l’umore e quanta fame ho fanno cambiare la valutazione del medesimo vino. Ma che “la stragrande maggioranza degli appassionati di vino è contraria alle degustazioni alla cieca” è una vaccata che ti sei appena inventato. Gli esami da sommelier SI FANNO con degustazioni alla cieca, e le degustazioni alla cieca sono l’evento più “rinomato” quando c’è qualche adunanza di sommelier per un qualunque motivo. Anzi, si può dire che, anche a livello informale, la degustazione alla cieca sia il passatempo preferito fra gli appassionati di vino.

  • rodo

    effetto placebo all’ennesima potenza.

  • http://sfigatindie.blogspot.com/ frankie89

    Proporrei questo interessante compendio http://www.vice.com/it/read/la-guida-di-vice-al-tavernello

  • lara8

    ahhahahhahah….adoro questi sputtanamenti dei sedicenti esperti!!Io sono astemia e ho sempre detto agli amici/parenti che non noterei alcuna differenza tra il Tavernello e un vino pregiatissimo aggiungendo che secondo me spesso quelli che fanno le degustazioni sparano boiate solo per far scena ma ora che soddisfazione sapere che con tutta probabilità avevo ragione io!!!

  • idonthavetimeforthiscrap

    @Lara8
    Attenta, che sennò sembra che parli di cose di cui non sai niente. Un tavernello non ha il rango di aromi di un “vino pregiato”.
    Che la percezione venga alterata dalle aspettative (effetto placebo) è cosa arcinota e ovviamente valida anche nel campo della degustazione del vino. Che è il motivo per cui si sta cercando di prenderla in considerazione anche in questo campo. Questo non vuol dire che un Borgogna abbia caratteristiche aromatiche uguali a un vino di Baja California. Nello stesso modo, un famoso dipinto e un falso non avranno lo stesso valore, pur essendo identici fin nei minimi particolari. Una borsa o un paio di scarpe della rinomatissima marca X costano 20 volte lo stesso identico modello prodotto nella stessa fabbrica cinese con gli stessi identici materiali, solo per portare il nome X. Uno non compra solo il vino, ne compra la storia e la “marca”. Poi che la pinot noir dia buoni risultati in Borgogna e in Oregon ma magari anche in Australia, solo che nessuno si fila quella australiana, è più una questione di marketing.

  • wiz.loz

    @LARA8: permettimi di riassumere il tuo commento: “io sono astemia, ammetto che non noterei nessuna differenza tra due vini, ma sono così arrogante e piena di me da permettermi di esprimere giudizi tranchant su chi il vino lo ama e lo degusta, e siccome mi sento migliore di questa gente li derido pure”.

  • dakris

    ATRAUM

    Non commento neanche sulla logica che usi nel tuo commento, ma se avessi almeno letto le ricerche di cui parla l’articolo, forse non avresti commentato.

    Comunque, la ricerca fatta da Steve Spurrier (Judgment of Paris) utilizzo’ 11 esperti. 1 era americano, 1 inglese (Steve Spurrier stesso) gli altri TUTTI francesi.

    La seconda ricerca (Judgment of Princeton) utilizzo’ 2 francesi, 6 americani, 1 un eperto dal Belgio, e arrivo’ a risultati simili alla prima ricerca fatta da Steve Spurrier. E come precisazione, i 6 esperi americani bevono vini francesi dal prezzo che con molta probabilita’ tu non ti puoi neanche permettere. Ultimo commeno fatto come risposta alla retorica (povera) che hai presentato in quello che spero sia il to unico commento.

  • oblomov

    tra l’altro l’autore dell’articolo originale è finito nei guai per questo articolo… http://gawker.com/5919601/the-new-yorkers-newest-writer-is-a-big-self+plagiarist

  • lara8

    @IDONTHAVETIMEFORTHISCRAP concordo con te,il tuo ragionamento non fa una piega (e da storica dell’arte ti do doppiamente ragione)ma secondo me hai capito che io ironizzavo sull’atteggiamento di certi sommelier e ancor peggio su quelli che si atteggiano ad esperti senza esserlo!Il mio era un commento sulle persone e NON sui vini!

    @WIZ.LOZ il tuo riassunto del mio concetto è TOTALMENTE errato e anzi se caso mai leggessi bene prima sarebbe una gran cosa!Non capisco dove hai letto che io deriderei chi ama il vino ad esempio?quello che ho detto è che a mio parere (e questo non significa che io derida chi ama il vino)spesso i sommelier o quelli che credono di esserlo perchè hanno fatto un corso di 6 lezioni si atteggiano a grandi fighi sparando frasi prosopopeiche solo per far scena(un po’come i critici d’arte contemporanea che parlano parlano senza dir nulla ma solo per auto-esaltarsi!)…questo è quanto!Ho specificato di essere astemia per sottolineare (più di così)il fatto che io di vino non capisco nulla e quindi il mio sarcasmo era diretto alle persone prese di mira dall’articolo!

  • lucagras

    Gente del Post, continuate pure a tradurre dall’inglese, vi prego! I link all’originale li apro una volta su cinquanta.

    Nel merito, questo è il classico articolo che una settimana dopo ne esce uno che dice l’esatto contrario. Quindi boh. Anch’io vedo una soggettività enorme nei giudizi, forse un’influenzabilità enorme. Però ci sono dei limiti. Poi bisognerebbe ragionare anche su una certa omologazione dei vini – o quantomeno del gusto per i vini, e quindi dei vini che di fatto circolano, specie internazionalmente. Per questo mi piacerebbe assaggiare il vino contadino del papà del commentatore più sopra.

  • sombrero

    Facemmo qualcosa del genere (stesso vino in bottiglie diverse) molto tempo fa a un amico che si considerava un esperto. Il risultato è facilmente desumibile dall’articolo. Non ci perdonò per anni.

  • sombrero

    P.S. – Detto questo, conservo intatto qualche dubbio sul fatto che finirei col preferire un vino in cartone a un ottimo Chardonnay, anche al buio, legato mani e piedi e col sommelier che fa l’accento svedese come Fantozzi.

  • http://www.matteonobili.com teo76
  • http://www.avvinare.it/ maxcochetti

    Penso di aver organizzato almeno una ventina di corsi base di degustazione. Vini sempre degustati alla cieca. Quasi in tutti i corsi mettevamo uno dei vini in cartone più venduti(ovviamente versato in una bottiglia di vetro e coperto come gli altri) ed anche i più neofiti lo massacravano rispetto agli altri vini.
    Discorso diverso quando metti insieme vini “buoni” con grande variabilità di prezzo. Non sempre quello giudicato migliore è considerato il più buono. Il bello del vino.

  • wildtype

    che due vini buoni con prezzi molto differenti non si riescano a distinguere mi pare normalissimo. leggerlo mi fa piacere… alla faccia di chi spende cifre spropositate per certe bottiglie.
    però non esageriamo, una persona un po’ appassionata non ha alcuna difficoltà a distinguere un vino buono da uno cattivo o due tipologie differenti di vini. e seriamente, se qualcuno con un minimo di allenamento ha difficoltà a distinguere un buon sangiovese da 8-15 euro da un tavernello è meglio che faccia un salto dall’otorino.

  • atraum

    @dakris
    dai su non ti sembra di esagerare? prima di tutto non mi conosci quindi che ne sai che non posso permettermi certi vini ecc ecc? non sai nulla di me.nulla. ho letto l’articolo…non mi interessa molto il mondo dei sommelier ma mi interessa la mia esperienza. non sono un cultore ma bevo vino e francamente di differenze se ne sentono molte. il fatto poi che l’equazione prezzo alto- qualità oppure origine-qualità non funzioni sempre sono d’accordo.il mio era un commento leggero,non ho nessuna pretesa. in più non ho offeso nessuno. magari quando hai scritto eri in una classica giornata no.
    mi permetto di darti un paio di consigli: prendi la vita con meno livore e con più leggerezza. (evita anche magari di offendere quando scrivi un commento…non ha senso espellere le proprie frustrazioni in rete.in fondo non lo faresti con uno sconosciuto per strada..perché farlo qui con tanta veemenza?). ti auguro ogni bene.

  • atraum

    @dakris.
    ha dimenticavo, se vuoi ti do il mio indirizzo così mi mandi un paio di bottiglie “vini francesi dal prezzo che con molta probabilita’ tu non ti puoi neanche permettere”.
    alla salute!

  • donde

    Quelo che si legge in questo articolo non è niente di nuovo, e deve far riflettere sull’omologazione dei vini, ma anche sull’aumento della qualità nella produzione (soprattutto americana).
    I sommelier non sono tizi che se la menano (a volte si, ma è una questione personale, potrebbe farlo anche il tuo idraulico parlando di lavandini), ma persone che promuovono la cultura del vino.
    Detto questo anch’io provo fastidio per chi si riempe la bocca di mirabolanti aggettivi mentre si è a tavola. zitto, apprezza e bevi.

  • filoteo

    Bello! Ho già in mente un paio di persone a cui vorrei fare questo giochetto!

  • gednet

    dopo aver letto questo, trovandovi peraltro conferma di cose che già pensavo, amo ancora di più il personaggio di Albanese: “…Rosso!!” http://youtu.be/0VxHR6vgOVw

  • psylo

    non saltiamo a conclusioni ridicole please. Ci son vari fattori di cui tener conto. Soprattutto il fatto che c’è una tendenza, specie nel vino destinato ad un mercato globale, a far vino in un modo standardizzato – ad esempio, molto legno, molta maturazione, molta estrazione, utilizzo di lieviti industriali, controllo errato della temperatura di fermentazione, chaptalizazione (o come diavolo si scrive) ecc. ecc.
    Una serie di metodi che creano prodotti sempre più simili, che perdono la loro tipicità, che risultano sempre più indistinguibili. Movimenti come quello dei vini ‘naturali’, a parte le (giuste) critiche sul nome in se, son nati proprio per contrastare questa evoluzione.
    Secondo, il vino non si riduce al gusto estetico. Ciò sarebbe risibile. Il vino è espressione di un terroir (inteso come complesso rapporto tra uomo-tecnologia-uva-terreno-clima-annata)e in quanto tale esso è un prodotto eccezionale. Poi certi Arbois delle montagne di Jura possono anche far schifo a certa gente che preferisce vini ben più economici. Ciò non riduce il valore di tali vini. Questo per dire che il vino è il risultato di un complesso, e molto controllato(si pensi alle varie disciplinari) processo di alchemica trasformazione di un terroir in
    una bevanda. Se si riducesse al solo ‘mi piace’ – ‘non mi piace’ allora staremmo parlando di un’altra cosa, di una coca-cola magari.

    Poi teniamo anche conto del fatto che, se il gusto di un vino non può esser semplicemente soggettivo (ciò è ridicolo), al tempo stesso non è affatto oggettivo: molteplici fattori influenzano, o meglio, generano l’esperienza del gusto, nella compenetrazione di contesto (luogo di degustazione, persone presenti, eventuale cibo, occasione, modalità di degustazione, atmosfera ecc.), degustatori (professionali, amatori, neofiti) e vino stesso. In tal senso il classico setting di degustazione alla cieca da concorso, in cui si beve il vino con asetticità da laboratorio, è eminentemente problematico, poichè esalta certe caratteristiche del vino a discapito di altre, prima di tutto ad esempio della capacità d’abbinarsi col cibo ma, più profondamente, della capacità d’abbinarsi con una certa situazione, una certa convivialità. Il vino non è bevanda da esser sorseggiata in sterili competizioni, da esser sottoposta a ridicole graduatorie, insomma, non è bevanda che può esser oggettificata. Il vino emerge, da millenni, da un sempre nuove venir-insieme che è sempre singolare. L’esperienza, l’abilità, il talento, aiutano senza dubbio a distinguere. Però come per l’arte (è ovvio che un gran vino E’ un’opera d’arte) ci sarà sempre un ampio margine, ci saranno vini impressionisti, o cubisti, che passeranno dalla critica sprezzante all’osanna degli esperti.

    Dunque, l’articolo è interessante e pone problemi importanti, ma non prendiamolo come pretesto per l’ennesima carnevalata contro l’Esperto di turno, l’ennesima gioiosa affermazione della relatività del tutto. Non siate ridicoli, o meglio, non siate così banali.

  • psylo

    @Donde
    P.S. dimenticavo. Certamente spesso la tronfia declamazione di aggettivi mirabolanti infastidisce. Però trovo che ci sia, anche qui, qualcosa di estremamente populistico, tipicamente italico, questa voglia viscerale di canzonare l’intellettuale, in ogni campo. Posto che gli imbecilli palloni gonfiati son in ognidove e si riconoscono facilmente, la ricerca di aggettivi bizzarri, esoterici, a volte francamente ridicoli non è necessariamente esibizione di saccenza, e non diminuisce affatto l’esperienza degustativa. Al contrario. Dato che si tratta di tradurre l’intraducibile, ovvero dare consistenza linguistica a sensi come il gusto e l’olfatto, che sfuggono tale consistenza per definizione, la ricerca tentativa di modalità di comunicare (e dunque con-dividere) l’esperienza di un vino non solo è divertente, ma se ben fatta, incredibilmente creativa, anche geniale. Solo chi è appassionato di vino (il che non vuol dire che ne capisca necessariamente, come nel mio caso) può capire quanto sia intrigante, divertente e stimolante la ricerca sia della ‘comprensione’ di un vino, che della sua comunicazione.

  • http://www.libertasgonars.blogspot.com Xander

    Credo che alle volte il giudizio si accompagni anche a una questione di gusti: un certo vino può non piacere più di tanto, pur essendo costoso o pregiato.
    Il papà di un mio caro amico, che vende vino da tanti anni, una volta mi ha detto una cosa che mi è rimasta molto impressa:
    “Ci sono bottiglie che costano 20 e bottiglie che costano 200. Non per questo il secondo vino è dieci volte più buono”.
    Ecco una lezione che non dimenticherò mai.

    PS: sono friulano. Nella mia regione ci saranno tra i 200 e i 300 produttori, molti nati negli ultimi anni, alcuni che son cambiati molto nel tempo, nessuno che è rimasto “come una volta”. Ci sono cose buone e cose meno buone, sofisticate e naturali, certamente il vino è diventato business e non sempre chi vende a New York, ad esempio, ha vino migliore di chi vende solo in regione…

  • lara8

    @ATRAUM sono perfettamente d’accordo con te,se potessi ti stringerei la mano!!!Anch’io leggendo,non solo qui,certi commenti scritti con livore e mancanza di leggerezza rimango sempre interdetta e mi chiedo “ma se una persona risponde in questo modo in un contesto simile nella vita reale che farebbe?”…