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  • Italia
  • martedì 24 aprile 2012

Come misuriamo la ricchezza

di Marco Surace - @suracemarco

In Italia usiamo una cosa che si chiama ISEE: ha cambiato il funzionamento del welfare ma ha diversi punti critici, che il governo si è impegnato ad affrontare presto

isee

Chiunque negli ultimi anni abbia fatto richiesta di servizi di pubblica utilità (asilo nido, mensa scolastica, voucher per l’acquisto dei libri di testo, eccetera) o di prestazioni assistenziali legate al reddito (assegni sociali, familiari, compartecipazione ai servizi socio-sanitari, eccetera) ha avuto in qualche modo a che fare con un parametro di riferimento per il reddito complessivo del proprio nucleo familiare. È noto comunemente come ISEE, acronimo che sta per “Indicatore della Situazione Economica Equivalente”.

Il concetto che sta dietro l’ISEE è quello che sta dietro l’idea delle unità di misura in generale. Solo che mentre tutti – inglesi permettendo – usiamo il metro per misurare le lunghezze, e quindi sappiamo a cosa si riferisce chi dice che un’auto è lunga 4 metri, misurare la ricchezza è più complesso: quando diciamo che una persona, o meglio una famiglia, è ricca, a cosa ci riferiamo? Allo stipendio mensile che percepisce chi nella famiglia lavora? O agli immobili di cui è proprietaria? O all’entità del conto in banca? Realisticamente a una combinazione di queste e altre voci, rapportate alla dimensione del nucleo familiare (banalmente, lo stesso stipendio può garantire un tenore di vita da benestante per un single e da indigente con moglie e tre figli a carico). L’ISEE cerca di sintetizzare tutto questo.

Da dove viene
L’idea di introdurre un parametro per misurare la situazione economica complessiva di un nucleo familiare, superando la semplice rilevazione del 730 (il modello per la dichiarazione dei redditi), nasce dall’intuizione di alcuni ricercatori dell’università di Trento, che provarono nel 1992 a creare una sorta di “redditometro” per decidere l’assegnazione delle borse di studio universitarie, vedendo che negli anni precedenti i beneficiari erano spesso figli di lavoratori autonomi. I risultati furono sorprendenti: i ragazzi appartenenti a famiglie con lavoratori autonomi scesero al 3 per cento, lasciando la parte più consistente dei contributi alle famiglie più bisognose con reddito da lavoro dipendente. Da allora Trento, e in particolare Clesius, la start-up nata da quell’idea, hanno fatto scuola e continuano a essere il punto di riferimento nazionale in materia.

La riforma universitaria del 1994 fece proprio tale concetto per l’erogazione delle borse di studio e le agevolazioni sulle tasse di iscrizione, allargando la valutazione della condizione economica e basandola, oltre che sul reddito, su patrimonio e composizione del nucleo familiare, introducendo l’utilizzo dell’autocertificazione per la presentazione della domanda. Lo strumento ebbe successo, dato che la fotografia delle capacità economiche della famiglia che era in grado di restituire rispetto alla semplice dichiarazione dei redditi rivoluzionava le metodologie di valutazione applicate fino a quel momento nella pubblica amministrazione. Di lì a poco si sarebbe iniziato ad utilizzare il modello per trovare una miglior distribuzione dei benefici afferenti le politiche sociali, ma anche per calcolare meglio le singole capacità economiche. In teoria anche per scovare gli evasori, se non fosse che la raccolta delle domande e dei dati si basa su autocertificazioni.

Il Dlgs. 109/98 sancisce la nascita, in via sperimentale, dell’ISEE come criterio unificato di “valutazione della situazione economica di coloro che richiedono prestazioni o servizi sociali o assistenziali non destinati alla generalità dei soggetti o comunque collegati nella misura o nel costo a determinate situazioni economiche”. In pratica si definisce una formula, piuttosto semplice, che mette insieme, oltre al reddito complessivo ai fini IRPEF e al reddito delle attività finanziarie, il patrimonio immobiliare (quello su cui allora si pagava l’ICI e ora l’IMU) decurtato di eventuali mutui e il patrimonio mobiliare (conti correnti, libretti di deposito), entrambi con una certa franchigia e solo per il 20 per cento del loro valore. L’importo così calcolato viene detto ISE (Indicatore della Situazione Economica), viene diviso per un parametro legato, secondo una Scala di Equivalenza (SE), al numero di componenti del nucleo familiare, tenendo conto delle economie di scala che derivano dalla convivenza e di alcune particolari condizioni del nucleo familiare che comportano maggiori spese o disagi (presenza di persone con disabilità, nuclei monogenitore, entrambi i genitori lavoratori). La SE assume valori meno che proporzionali, a partire da 1 (nuclei mono-persona) a 2,04 (3 persone), a 2,85 (5 persone), e così via, al netto delle eventuali maggiorazioni.

Il Dlgs. 130/00 rese obbligatorio l’utilizzo dell’ISEE a partire dal gennaio 2002 per gli enti erogatori di servizi, creando una banca dati ISEE presso l’INPS e modificandone alcuni aspetti legati alle detrazioni per la prima casa e alle maggiorazioni della SE, poi ritoccate pochissimo da norme successive. Dal 2001, gli interventi per il diritto agli studi universitari sono regolati dall’ISEEU, che calcola diversamente il peso del reddito dei familiari. Così la procedura di andare presso un CAF (Centro Assistenza Fiscale), l’INPS o direttamente il Comune per compilare l’ISEE da presentare per l’erogazione di un servizio è divenuta sempre più normale e diffusa.

Ma quanto è lunga la “via sperimentale”?
Dopo quasi vent’anni di vita, e 14 di attuazione diffusa, l’ISEE ha rivelato diverse criticità (pdf) e aspetti da correggere, soprattutto sul lato dell’equità, spesso penalizzata a vantaggio della semplicità dello strumento (d’altra parte è un’unità di misura ancora giovane: il metro, per dire, ha oltre 200 anni). È ormai diffusa la convinzione che serva una modifica profonda dei suoi contenuti, e numerose proposte sono arrivate da istituti di ricerca e associazioni: mentre alcuni enti locali ne hanno ritoccato in modo indipendente le caratteristiche, il comune di Parma ha introdotto il famoso “Quoziente Familiare” e la provincia autonoma di Trento – potere dell’autonomia – ha direttamente abolito l’ISEE passando all’ICEF, Indicatore della Condizione Economica Familiare, che almeno sulla carta corregge in modo efficace tutte le storture del precedente strumento. Un’indubbia spinta all’aggiornamento dell’ISEE arriva anche dalla forte diminuzione di fondi per
il welfare – si è passato da oltre 2 miliardi di euro del 2007 ai circa 200 milioni del 2012 – che obbliga all’adozione di criteri selettivi più che distributivi.

I problemi dell’ISEE
Nel calcolo della Situazione Economica, infatti, le principali criticità rilevate negli anni sono state queste:

– dura un anno e si riferisce all’anno fiscale precedente, non tiene quindi conto di sostanziali modificazioni reddituali dovute alla perdita del lavoro, né obbliga al ricalcolo in caso inverso, ovvero in cui la situazione cambi significativamente in meglio, per esempio nel caso di una madre disoccupata che trova un lavoro ben retribuito;

– il rapporto tra il peso del reddito e del patrimonio nel calcolo complessivo è fortemente sbilanciato verso il primo (pesa circa quattro volte di più);

– le giacenze presso i conti corrente sono valutate al 31/12 dell’anno precedente, invece che sulla giacenza media nell’anno, come dovrebbe essere: basta effettuare un prelievo consistente il 30 dicembre e riversarlo il 2 gennaio per risultare quasi nullatenente;

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