L’assedio di Sarajevo

Le foto e la storia del simbolo più sanguinoso della guerra civile in Jugoslavia, che cominciò venti anni fa

Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina, è una città lunga e stretta, circondata dalle montagne lungo un piccolo affluente del fiume Bosna, la Miljacka. Per gran parte della città, le acque della Miljacka sono profonde solo pochi centimetri. Vicino a uno dei ponti che attraversano la Miljacka a Sarajevo, il Ponte Latino, venne ucciso nel giugno del 1914 l’arciduca ed erede al trono dell’impero austroungarico Francesco Ferdinando.

Dopo la morte del dittatore Tito nel 1980 – quando Sarajevo era una città della Jugoslavia comunista – le tensioni tra le diverse etnie crebbero insieme alla retorica nazionalista, in particolare del presidente della repubblica serba Milosevic, e alle rivendicazioni che affondavano in centinaia di anni di divisioni culturali, religiose, sociali: la Jugoslavia, “terra degli Slavi del sud”, nata dopo la prima guerra mondiale, si divise quindi a partire dal dicembre del 1990, con la dichiarazione di indipendenza della Slovenia, a cui seguirono quelle della Croazia, della Macedonia e della Bosnia. L’intervento militare dell’esercito jugoslavo unitario e delle diverse milizie delle etnie che componevano la Jugoslavia si trasformò presto in una sanguinosa guerra civile, tra i croati, i bosniaci, e i serbi. Croazia e Serbia volevano controllare la Bosnia multiculturale che ospitava persone sia  serbe che croate assieme a musulmani bosniaci (che qualcuno chiama bosgnacchi).  L’episodio centrale della guerra fu l’assedio della città di Sarajevo, che durò per quattro anni dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, più di tre mesi oltre la firma degli accordi di Dayton che misero fine ufficialmente alla guerra.

In un referedum tenuto tra il 29 febbraio e il primo marzo 1992, i bosniaci e i croato-bosniaci votarono per oltre il 90 per cento a favore dell’indipendenza. La minoranza serba, che aveva già votato quattro mesi prima in un altro referendum per rimanere unita alla Serbia e al Montenegro, non partecipò al voto. Il 3 marzo 1992, la Bosnia-Erzegovina dichiarò l’indipendenza. La capitale del nuovo stato era Sarajevo, popolata per circa la metà da musulmani, per il 7 per cento circa da croati e per circa un terzo da serbi, anche se prima dell’assedio molti di questi ultimi lasciarono la città.

Pochi giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza, circa 13.000 uomini dei Reparti della Sarajevo-Romanija, parte dell’Esercito Serbo-Bosniaco (erede per la maggior parte di un reparto composto da serbo-bosniaci dell’esercito jugoslavo) iniziarono con diverse migliaia di uomini a circondare Sarajevo, un accerchiamento che completarono nei primi giorni di maggio. I combattimenti nella città iniziarono il 5 aprile 1992, il giorno prima che la Comunità Europea riconoscesse l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina: quel giorno uomini armati spararono sulla folla di migliaia di persone che partecipavano a una marcia per la pace spontanea, diretta verso l’edificio del parlamento bosniaco che secondo alcune voci era stato occupato dalle forze serbe. Nei giorni successivi, dalle colline intorno a Sarajevo le forze serbo-bosniache iniziarono il bombardamento della città usando l’artiglieria pesante, mortai e carri armati. All’interno della città, i serbo-bosniaci avevano il controllo di alcune zone, e piazzarono cecchini in diversi punti strategici e in cima agli edifici più alti, sparando e lanciano granate quotidianamente sui civili. L’esercito musulmano-croato all’interno della città, male organizzato e poco equipaggiato, non era in grado di rompere l’assedio (su tutte le parti in conflitto era in atto un embargo internazionale nella vendita delle armi).

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