genova_g8
  • Cultura
  • mercoledì 18 maggio 2011

Tutta la storia del G8 di Genova

di Marco Imarisio

È raccontata nel nuovo libro di Marco Imarisio, "La ferita"

genova_g8

In corsia
Sulla leggera salita che porta all’ingresso del pronto soccorso ci sono persone che avanzano barcollando, come fossero ubriache. Altri vengono sorretti dagli amici, che li trascinano reggendoli per le spalle, un passo alla volta, alla maniera dei massaggiatori che portano il calciatore infortunato fuori dal campo. All’Ospedale Galliera hanno sgomberato due interi reparti, abbattuto muri di cartongesso, per creare un enorme stanzone che adesso, in questa notte fonda del 20 luglio dove l’irreparabile ormai è accaduto, è illuminato da una luce fredda e bluastra.
Sulle barelle allineate a ridosso delle grandi finestre, una attaccata all’altra, ci saranno almeno cento persone, ognuna con una flebo al braccio. Distilla gocce di una soluzione chimica che dovrebbe ridare ossigeno al sangue e ai polmoni intossicati dai gas lacrimogeni. Tutti quelli che sono qui dentro hanno respirato la battaglia. Qualcuno ha il braccio libero ammanettato alla sbarra orizzontale del lettino. Gli inservienti passano la scopa con lo straccio per pulire il pavimento a scacchi biancorossi dal vomito di chi non è riuscito a trattenersi. C’è un odore diffuso di acido fenico. Il trattamento dura circa mezz’ora. Scende un paziente ne sale un altro, avanti così fino al mattino. Non parla nessuno, c’è poca voglia di raccontare.

Le uniche voci arrivano dal corridoio che conduce allo stanzone. I medici hanno messo una vecchia scrivania di traverso, lasciando libero solo uno spazio largo una ventina di centimetri dal quale passa chi deve essere curato, dopo aver rilasciato le proprie generalità. Sul muro c’è un foglio di carta A4 con la scritta “accettazione” fatta a pennarello. L’infermiera trascrive su un registro nome, cognome e professione. Accompagna le persone alle barelle, mette le flebo e torna alla scrivania, per dare il cambio alla collega che intanto l’ha sostituita.

Entro in quel posto alle 0.15. Ho bisogno di aria pulita nei polmoni, come tutti gli altri. È stata una giornata lunga. E brutta. Ho visto i Black Bloc che sradicavano i pali della segnaletica stradale per usarli come mazze, sono fuggito dalla prima e unica carica dei carabinieri contro di loro, lasciandomi dietro una ragazza che mentre correva alla cieca nel fumo dei lacrimogeni si è schiantata contro un gradino di cemento, e aveva la gamba destra piegata in un angolo innaturale, c’era un osso che spuntava dalla pelle. Ho visto le auto che bruciavano in via Montesuello e dalla finestra al secondo piano del civico 5 un signore in canottiera che urlava “La mia macchina” tenendo una Beretta nella mano destra e sparando un paio di colpi in aria, e un altro in basso, che si piantava nel marciapiede dove stavano camminando quelli che semplicemente assistevano alla devastazione.

Mi sono fermato a rifiatare in piazza Manin, perché sembrava un’area protetta, piena com’era di gente con le mani alzate pitturate di bianco che cantava inni di oratorio e in quel momento i carabinieri hanno attaccato senza una ragione precisa, travolgendo anziani pacifisti cattolici e qualche “nero”, che rotolavano insieme giù dalla discesa di via Assarotti, inseguiti dai manganelli.
Li ho accompagnati fin sulle alture di Genova, i Black Bloc, quando era ormai tardo pomeriggio e loro si stavano disperdendo, contenti di quel che avevano fatto, indisturbati, con i carabinieri che li seguivano da lontano, come le nonne quando portano i nipoti al parco giochi e li sorvegliano dalla panchina, ogni tanto uno sguardo ma senza essere invadenti, così si possono sfogare meglio.
Poi mi hanno detto di andare verso piazza Verdi, che c’era casino al corteo delle Tute bianche, addirittura correva voce che fosse morta una collega, o forse si trattava di un anarchico spagnolo, non si capiva più nulla. All’ultimo sbarramento, poco oltre la piazza, ho incrociato lo sguardo di un giovane poliziotto in tenuta antisommossa che stava in coda a un plotone che si apprestava a salire verso quel caos di sirene, urla, schianti ed esplosioni. “Non me la sento,” ha sussurrato l’agente. Con una voce quasi impercettibile, per non essere udito dagli altri. Poi i suoi colleghi in divisa si sono mossi e anche lui ha cominciato a correre.

Sono sbucato in una piccola piazza dove aleggiava una quiete innaturale, e un cordone di carabinieri proteggeva uno spazio di cinque metri quadrati al centro del quale c’era un lenzuolo che copriva un corpo, e per terra molto sangue rappreso. Quando sono arrivato su corso Gastaldi ho visto un poliziotto massiccio e maturo con il quale avevo parlato tante volte nelle settimane precedenti, e adesso quasi non lo riconoscevo perché aveva una faccia stravolta, il giubbotto aperto dal quale spuntava un ciuffo di peli bianchi, e urlava a tutti di andare via mentre nel cielo volavano calcinacci e lacrimogeni; sul lato sinistro della strada, la massicciata che dà sulla ferrovia era stata sfondata da un blindato, e altri blindati sfrecciavano avanti e indietro a velocità folle spazzando via tutto quel che trovavano davanti a loro.

Dall’altra parte, sotto i portici, c’era una lunga processione di uomini e donne stremati che si erano appoggiati al muro e si lamentavano e gemevano chiedendo soccorso ai medici volontari. C’erano strisciate di sangue sul marmo del marciapiede e qualcuno ci scivolava sopra, e un carabiniere che correva dando manganellate alla gente inerme; sembrava la scena del treno di Amici miei, ma era tutto molto diverso, a un certo punto il carabiniere ha colpito la borraccia di una donna a terra facendogliela schizzare via dalla mano e la bottiglietta è finita in faccia a un dottore che stava mettendo una garza sul braccio di un ragazzo ferito.

Adesso mi manca il fiato e mi gira la testa, come a tutti gli altri in questo stanzone del vecchio Ospedale Galliera dove mi hanno portato. L’infermiera mi accompagna alla barella, chiede cosa ci facevo in quel delirio, e cominciamo a parlare. Io racconto, lei chiede che cosa è andato storto. Tutto, è la risposta, l’hanno organizzata male, prima non hanno fermato i Black Bloc, poi hanno fatto una carica folle su un corteo che stava scendendo verso la zona rossa.
Non ci accorgiamo che sul lettino accanto c’è un uomo che sta ascoltando, più ascolta più gli monta la rabbia, fino a quando non si mette a urlare. “Sei solo un pezzo di merda,” dice. “Vacci tu lì in mezzo a quegli stronzi. Cosa ne sai tu di queste cose, cosa ne sai?” È un poliziotto, uno di quelli mandati di rinforzo quando sono iniziati gli scontri. Seduto vicino a lui c’è un suo amico che lo calma, lo placca mentre cerca di alzarsi. “Scusaci, siamo un po’ nervosi, è stata davvero una brutta giornata.” Cerca di mettere pace, a muso duro dice all’amico di non esagerare, basta insulti. Le grida del poliziotto hanno attirato l’attenzione degli altri degenti. Nello stanzone ci sono quasi soltanto manifestanti, reduci dagli scontri. Qualcuno comincia a insultare l’agente in barella, lui risponde. Il suo amico lo strattona. “Adesso ti calmi.” Cala il silenzio.

1 2 3 Pagina successiva »
Mostra commenti ( )