Ieri sono state svolte le prove Invalsi tra gli studenti del secondo anno delle superiori: test a risposta chiusa per la valutazione dei livelli di apprendimento. La principale differenza tra la valutazione tramite questi test, uguali su tutto il territorio nazionale e quella che quotidianamente fanno i docenti in classe è che i test standard consentono una comparazione sia “orizzontale” (tra scuole, tra classi, tra territori), che “verticale” (tra i diversi anni nei quali vengono completati). Per chi fosse interessato ad un commento a caldo sulle caratteristiche tecniche dei test svolti ieri, consiglio questo articolo di un Dirigente scolastico di Pescara.
A prescindere dalle loro caratteristiche, i sindacati di base hanno boicottato i test e alcuni studenti hanno fatto lo stesso, consegnandoli in bianco. Della protesta degli studenti c’è poco da dire: una forma come un’altra di mobilitazione e protesta contro un governo che reputano (a mio avviso a ragione, ma è un dettaglio) molto nocivo per la scuola italiana. Molto da dire c’è invece sulla scelta dei docenti. Perché non è solo un atto politico o sindacale (si protesta anche per questioni prettamente sindacali legate al riconoscimento economico per chi somministra e corregge tali prove, questioni sulle quali non voglio entrare). Chi si oppone ai test lo fa principalmente sulla base delle finalità più o meno dichiarate del governo e di argomentazioni legate alla validità scientifica dei test. Su questo credo sia utile riflettere, perché i governi cambiano, ma la scuola e i suoi problemi restano.
Il governo, si dice, vuole utilizzare i test per punire i docenti. Alcuni documenti dei Cobas e di ReteScuole (associazione molto attiva contro i test) parlano di “discriminazione dei docenti” e affermano che “unico e vero scopo dei test è dividere e gerarchizzare gli insegnanti, limitando de facto la loro libertà d’insegnamento e di pensiero”. Personalmente trovo assurda la sovrapposizione tra valutazione e limitazione della libertà di insegnamento ed è insostenibile il rifiuto pregiudiziale di qualsiasi differenziazione, presentata quasi come fosse l’anticamera della barbarie. Deve valere il principio che il lavoro dell’insegnante – pur richiedendo una professionalità complessa i cui risultati dipendono anche da fattori esterni – è comunque valutabile. È tra l’altro paradossale che la valutazione sia interpretata con tale superficialità da un mondo che fa un uso quotidiano di essa per correggere gli errori, per migliorare metodo e qualità dello studio, per stimolare gli studenti a fare meglio e tendere a migliori risultati.
Sbagliato sarebbe affidarsi alle sole prove Invalsi per la valutazione del sistema scolastico. Ed è questa – assieme alla scarsità di fondi dati allo stesso Invalsi – la colpa principale del Ministro: non aver definito un quadro complessivo che deve vedere anche la presenza di altri strumenti di valutazione (un corpo di ispettori che deve essere formato e selezionato con questo scopo, un giudizio dei pari che deve essere considerato e – studiandone le modalità – anche il giudizio dei dirigenti e degli utenti deve contribuire alla valutazione del sistema). Altra cosa assolutamente da chiarire sono le finalità della valutazione. Non deve servire a dare le pagelle ai docenti buoni e a quelli cattivi. Quello che serve è dotare il decisore politico e la comunità scolastica nel suo complesso degli strumenti per un periodico monitoraggio dei risultati, per garantire ai cittadini che le scuole adempiano efficacemente alla funzione cui sono preposte, per identificare eventuali criticità sulle quali intervenire, per selezionare buone pratiche da modellizzare.
Fin qui le proteste del mondo della scuola più sindacalizzato, che – seppur comprensibili, visto il clima di scontro permanente che il governo ha scientemente alimentato – sono senz’altro dannose, in quanto non fanno altro che confermare nell’opinione pubblica diffusa la percezione distorta e quindi errata di quel mondo come conservatore e corporativo, arroccato in difesa e ostile al cambiamento. Alcuni commentatori però hanno sottolineato come i test abbiano controindicazioni specifiche. Penso in particolare a Luca Ricolfi che sulla Stampa di ieri ha elencato argomenti pro e contro e tra questi ultimi due mi sembrano particolarmente significativi:
- “pesano troppo la velocità mentale e troppo poco capacità come ragionamento, astrazione, organizzazione mentale, sensibilità estetica, senso critico”;
- “l’introduzione massiccia dei test produce una gravissima distorsione nel comportamento degli insegnanti”, che si trasformano in allenatori per i test.
Sul primo punto non si può intervenire: è un limite intrinseco dello strumento e quindi bisogna utilizzarne altri per valutare quegli elementi, ma sono strumenti complementari e non alternativi. Sul secondo punto, mi permetto una riflessione-provocazione: siamo sicuri sia un “male”? Il fatto che gli studenti vengano addestrati a passare i test, ovvero lo strumento di valutazione che più spesso incontreranno in futuro, è proprio così sbagliato? Ovviamente non può essere l’unica competenza che la scuola deve fornire loro, ma il fatto che fino a ad ora sia stata quasi completamente ignorata e bistrattata a mio avviso rappresenta comunque una carenza da colmare. E dirò di più: i nuovi docenti dovrebbero essere appositamente formati a trasmettere questo tipo di competenza “contemporanea”. Il rischio dell’approccio di Ricolfi è quello di indurre a pensare che il futuro della scuola sia in un suo ritorno al passato, al disciplinarismo dei bei tempi andati.
Altro è denunciare che si sono persi di vista gli obiettivi che la scuola deve avere e su questo concordo con Ricolfi. In definitiva io credo che l’osservazione più sensata sia quella venuta dalla Sen. Bastico del Pd, già Vice-Ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo Prodi: “Le criticità dei test invalsi sono tante, ma possono essere corrette nel futuro. Quello che manca completamente – e spetta al Ministro farlo – è la definizione degli obiettivi di apprendimento, cioè che cosa devono sapere i ragazzi, al termine della scuola elementare, della scuola media, dell’obbligo scolastico. Solo definendo gli obiettivi si può valutare se sono conseguiti oppure no e quanto grande è la distanza dell’obiettivo.”
Da qui bisognerà ripartire quando il centrosinistra governerà nuovamente questo Paese.
Marco Campione è responsabile della Scuola per il Partito Democratico in Lombardia.




Quando vado ad un corso di aggiornamento, generalmente, mi viene somministrato un test prima del corso, ed il medesimo a fine corso, e l’efficacia della formazione viene valutata dalla differenza tra i due. Il test Invalsi fa qualcosa del genere, magari confrontando gli stessi studenti l’anno prima e l’anno dopo, o fa una foto della situazione istantanea senza determinare se l’attività scolastica ha determinato un effetto grande o piccolo, positivo negativo o nullo?
Lo chiedo per mia ignoranza sulla metodologia, oltre che per una certa sfiducia sulle grandi raccolte di dati a valenza nazionale che poi spesso non si traducono in interventi migliorativi.
Non sono d’accordo sul fatto che bisogni puntare molto/principalmente sui test.
ragionamento, astrazione, organizzazione mentale, sensibilità estetica, senso critico (le qualità elencate) sono poi davvero quello che fanno la differenza tra un calcolatore e noi.
Misurare SOLO in modalità test creerà persone con molte conoscenze, ma con poca/nulla capacità rielaborativa. Delle wikipedia senza i link.
Certo è fondamentale e importante saper rispondere a dei test, ma penso principalmente per un uso pratico(univeristà, trovare lavoro…)
Tuttavia fare un test è, credo, l’unico strumento per una misurazione ben strutturata e uniforme del campione. Ma, come tutte le analisi statistiche, va presa coi dovuti accorgimenti.
Sono d’accordo che la sola maniera di rendere utili ed efficaci questi test è quella – da parte del ministero – di porre degli obiettivi finali. Tuttavia non bisogna poi solo raggiungerli, ma superarli e raffinarli.
A rendere troppo analitico lo studio si rischia davvero di creare calcolatori e non pensatori.
Consiglierei ai saccenti politici del partito democratico di andarsi a leggere “La scuola è di tutti” di Girolamo De MIchele. Non ho più dubbi che il PD sia una gamba del PDL.
In questo clima politico di contrapposizioni assolute, di bianco e nero, mai una sfumatura, un distinguo, la sinistra finisce per prendere le parti della conservazione a tutti i costi. Il sindacato della scuola, a cominciare da cobas e affini, è una delle cause principali di conservatorismo e immobilismo, sposando le cause più impresentabili (da destra estrema e becera).
L’articolo motiva bene i pro e i contro, sfumando finalmente, ed è scritto da un responsabile del PD. È un buon inizio.
Invito tutti a dare un’occhiata a come sono fatte le prove Invalsi, i test in questione richiedono conoscenze tutt’altro che nozionistiche.
http://www.icsanguinetto.it/proveinvalsi.htm
Non saranno perfette, ma confermo il “meglio che niente” che e’ filosofia di questo articolo. Se gli studenti italiani sono disastrosi in questi test, come pare, qualcosa vorra’ pure dire.
Come regola generale, direi che se una riforma non piace ai sindacati, allora forse è ottima.
Ai sindacati della scuola piacerebbe una scuola governata da loro: promozioni per anzianità, niente verifiche, insomma, i somari al potere.
confermo quello che dice ryoga, i test invalsi sono a quiz, ma sono tutto tranne che nozionistici, almeno quello di matematica richiede di saper applicare ragionando tutto quello che si appreso fino a quel momento.
Oltretutto credo che i risultati degli invalsi, come si come il test pisa, dimostrano che la scuola privata italiana (uno dei pochissimi casi al mondo) è molto peggio di quella pubblica, quindi i professori della pubblica dovrebbero essere felici che si fa, anzi dovrebbero chiedere norme e messe in pratica ancora più severe, in modo da evitare che i professori suggeriscano agli alunni (come è successo in molti casi agli invalsi di 3 media dell’anno scorso).
Non bisogna dare nessuno spazio al superstizioso luddismo corporativo verso i test. Anche se il governo e il ministero non hanno fatto del bene alla scuola, misurare in modo obiettivo i risultati dell’educazione è sicuramente positivo.
Che i test non misurino le capacità di astrazione e organizzazione mentale è difficile da sostenere. Che ci sia dell’altro nell’insegnamento (e non tocchiamo il tasto di educare vs informare) è indiscutibile, ma i test a risposta multipla non sono dei quiz.
Condivido quasi tutto di questo articolo.
Sono un’insegnante, la categoria di cui faccio parte valuta e giudica quotidianamente ma detesta, anche solo lontanamente, l’idea che il proprio lavoro venga valutato.
Sono anche un genitore, mio figlio adolescente ha fatto le prove l’altro giorno. Si è divertito. Ben vengano, sono un giorno in un intero anno scolastico. Che sarà mai!
il secondo argomento di ricolfi è secondo me molto importante e forse un’attenzione all’esperienza di alcune tipologie di scuole soprattuto statunitensi (esperienza su cui è in atto una importante riflessione critica) potrebbe aiutare. se la scuola viene valutata sulla base del test (il che significa poi per la scuola, nel caso ci fossero, maggiori risorse) la scuola lavora perlopiù a preparare ai test sulla cui base viene valutata. in questo modo essa tende necessariamente a squilibrare il proprio approccio formativo in direzione di una competenza (che è ovviamente tale) a scapito di altre. il fatto poi che “nel mondo” si venga perlopiù valutati attraverso test e che quindi sia buona cosa essere abituati al test, non significa che questa sia la competenza più importante a cui la scuola deve formare.
il problema più generale poi è la chiarezza intorno al “che cosa” e al “chi” si valuta quando si valuta. si fanno spesso distinzioni fra “valutazioni di massa” e “valutazioni individuali” e spesso poi i due livelli deflagrano uno dentro l’altro.
Lucailletterati
Il test è importante perché valuta capacità importanti a prescindere dal test stesso.
Questi test, infine, non valutano la scuola, bensì gli studenti. Il dato che ne esce può essere utile per valutare poi la scuola, ma solo insieme ad una messe molto più ampia di dati di altra natura. Probabilmente l’unico modo è rivoltare le scuole come calzini con ispezioni periodiche fatte da personale specifico sulla base di protocolli condivisi.
Una similitudine: i test INVALSI ti possono dire se una scuola ha la febbre. Non ti dice se dipende da un raffreddore, da una polmonite, da una droga o da chissà cos’altro. Però la febbre, se c’è, c’è e devi saperne di più.
” Da qui bisognerà ripartire quando il centrosinistra governerà nuovamente questo Paese. ” … Se governerà ancora questo paese. Ricordiamocelo sempre: B è dov’è perchè la sinistra glielo ha permesso e glielo sta permettendo.
condivido in pieno l’intervento. questo paese ha bisogno di una sinistra pensante e ragionante e non di corporativismi e slogan ottusi e obsoleti.
i test nella scuola sono indispensabili, e non è vero che non consentono di capire la “malattia” di una scuola. basta incrociare i dati dei test con i dati sulle caratteristiche delle scuole e molto si può capire utilizzando tecniche di inferenza statistica e di valutazione.
su come poi il governo affronta la questione scuola stenderei un velo. come su quegli insegnanti che non vogliono essere valutati. una contraddizione in termini, anche un po’ patetica.