Tractor And Harrow

Il pane di una volta al Grande Fratello

In un nuovo libro Antonio Pascale riflette sul successo del "sapere nostalgico"

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L’editore Codice pubblica una serie di piccoli libretti che raccolgono i testi delle conferenze tenute alla manifestazione culturale torinese di Biennale Democrazia. In “Democrazia: cosa può fare uno scrittore?” sono contenuti gli interventi di Antonio Pascale e Luca Rastello: quello di Pascale (che ha un blog sul Post) sintetizza in modo molto efficace alcuni dei temi di cui ha scritto in altri suoi libri, e in particolare racconta l’attualissimo tema del rapporto della cultura di sinistra con la sopravvalutazione del passato: il “sapere nostalgico”.

Il sapere nostalgico è diverso dalla nostalgia, anzi potremmo arrivare a sostenere che ne sia una versione degradata. La nostalgia, si sa, produce un senso di struggimento: non possiamo tornare lì dove siamo stati felici un tempo (o dove ci sembra d’essere stati felici). Molte opere narrative nascono in fondo da questo struggimento. Come possiamo non commuoverci almeno per un attimo davanti alla delusione che il presente così com’è non ci basta? Volevamo di più, o almeno desideravamo mantenerci sul filo di ricordi lieti. Niente di male, quindi, nella nostalgia.
Il sapere nostalgico invece è una presunzione di sapere. Si presuppone che tutto quello che è avvenuto nel passato abbia valore, e che quello che accade nel presente sia invece sinonimo di corruzione. Questa sindrome è parecchio diffusa; possiamo riderne o meno, ma di fatto fonda un atteggiamento diffuso.

Uno dei concorrenti del Grande Fratello 9, Marcello, di certo non più che ventenne, ha dichiarato, en passant, che il pane non ha più il sapore di una volta. Proviamo a prendere sul serio dichiarazioni del genere: fanno parte dello spirito del tempo. Siamo portati ad essere tolleranti e a sorridere quando la suddetta dichiarazione viene fatta dai nostri nonni; ma è molto difficile capire come possa un ventenne ricordare e apprezzare il vecchio sapore del pane di una volta.

Una volta, scusate il bisticcio, la condizione temporale una volta significava rimandare veramente a “una volta”, ossia a tantissimo tempo fa e non ad appena dieci anni fa. Verrebbe da dire: una volta non è più quello di una volta. Insomma, davanti ad affermazioni del genere non ce ne possiamo uscire con una massima sulla relatività del tempo.
Se lasciamo in pace Marcello, per il momento, e consideriamo il pensiero del nostro poeta nazionale, Pier Paolo Pasolini, possiamo tentare di definire meglio il suddetto atteggiamento.

Un’avvertenza: questo non è un saggio sul pensiero di Pasolini (troppo ampia e complessa e variegata la sua produzione); è solo un tentativo di individuare un aspetto ricorrente, che, appunto, possiamo definire come sapere nostalgico.

Pasolini scrisse un saggio, Gennariello, che apparve su “Il Mondo”. Parlava a un fantomatico scugnizzo napoletano, voleva spiegargli cosa avrebbe dovuto imparare e cosa rifiutare. La lunga epistola cominciava con una considerazione: i napoletani mi sono parecchio simpatici, perché appartengono a un’antica tribù, passata attraverso la modernità senza farsi corrompere. Ogni cosa che avviene a Napoli è uno scambio di antico sapere; anche se ti rubano un portafoglio, è uno scambio di antico sapere.

Dunque, se quello che avviene a Napoli è il prodotto culturale di un’antica tribù incorrotta che pratica lo scambio di antico sapere (e si viene così a raffigurare un mondo perfetto), chi non vorrebbe farsi derubare del portafoglio da un indigeno che pratica lo scambio di antico sapere? Meglio l’indigeno che il malvivente qualunque, ordinario; si può ben affermare che ogni variazione da questo ideale sia di sicuro una caduta. Non c’è misura che tenga se si parte da una schema siffatto.

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