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Come aveva fatto l’Egitto a spegnere Internet

Il NYT ricostruisce le mosse delle autorità egiziane che portarono al blocco senza precedenti della Rete

17 febbraio 2011

Il 27 gennaio Ahmed ElShabrawy stava lavorando in ufficio quando notò che dai computer della sua società, EgyptNetwork, l’accesso a social network come Twitter e Facebook iniziava a diventare difficoltoso. Erano le prime avvisaglie del blocco senza precedenti della Rete deciso dalle autorità egiziane in vista della grande manifestazione prevista per il giorno successivo per chiedere le dimissioni del presidente Hosni Mubarak.

Nella notte tra il 27 e il 28 gennaio Internet divenne inaccessibile e così anche la rete dei telefoni cellulari: una intera nazione era tagliata fuori dalla Rete. ElShabrawy fu chiamato pochi minuti dopo il crollo di Internet da un tecnico che lo avvisava che tutte le linee della sua società erano morte. Ayman Bahaa, il responsabile della rete che mette in collegamento le università egiziane, infrastruttura che venti anni fa ha favorito la diffusione di Internet nel paese, si accorse che l’intero network era andato offline senza capire bene che cosa fosse successo.

Nei giorni successivi il governo egiziano si diede da fare per disattivare buona parte dei collegamenti verso l’esterno del paese sopravvissuti al primo grande blackout della rete. Salvo rare e isolate eccezioni, praticamente l’intero Egitto non era più in grado di ricevere e inviare email, collegarsi ai social network o leggere le notizie sui siti di informazione, spiegano James Glanz e John Markoff in un lungo articolo sul New York Times che ricostruisce quanto avvenuto nei giorni della protesta contro Mubarak.

Il blocco fu rimosso dopo cinque giorni, ma non ha consentito al presidente Hosni Mubarak di salvarsi. Tuttavia, ha attirato l’attenzione dell’intera comunità tecnologica mondiale e ha fatto nascere diverse preoccupazioni sulla possibilità che lo scontento in altre aree del Medio Oriente possa portare alcuni governi autoritari – molti dei quali già noti per aver interferito in particolari siti web e nelle email – a possedere quello che di fatto è un sistema per bloccare Internet.

Per propria natura, la Rete è fatta in modo tale da aggirare i blocchi imposti dai governi, consentendo agli utenti di usare strade secondarie per inviare e ricevere dati attraverso i loro computer, per questo motivo quanto avvenuto in Egitto ha sorpreso gli esperti di telecomunicazioni. Caduto Mubarak, in questi ultimi giorni ingegneri e tecnici hanno iniziato a ricostruire quanto accaduto lo scorso 28 gennaio. Dai primi dati sembra che le autorità egiziane siano riuscite a ottenere un risultato così esteso sfruttando diverse vulnerabilità dell’infrastruttura egiziana.

Il governo egiziano, del resto, controlla fisicamente la rete sulla quale passano i dati che circolano all’interno e verso l’esterno del paese. Come accade in numerosi paesi autoritari, in Egitto le vie di comunicazione per collegare la rete egiziana a quella globale sono poche e molto controllate. I tecnici hanno così disattivato queste vie di accesso, isolando in breve tempo buona parte della rete nazionale.

In teoria, Internet a livello interno sarebbe dovuta sopravvivere a questo colpo. Ma la chiusura ha dimostrato quanto le reti egiziane interne ricevano costantemente dati da sistemi che risiedono al di fuori del paese, compresi i servizi per le email delle società come Google, Microsoft e Yahoo; i centri dati degli Stati Uniti e gli elenchi dei siti web chiamati “domain name server”, che possono trovarsi fisicamente ovunque dall’Australia alla Germania.

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  • maxvader

    Un articolo interessante, ma i toni di stupore mi sembrano francamente eccessivi, come detto le vie di uscita nei paesi “autoritari” sono molto controllate e i server di facebook, twitter e altri sono saldamente negli stati uniti. E’ bastato veramente “tagliare il filo” e i siti sono divenuti inaccessibili.
    Forse dovremmo riflette su quanto per noi ormai internet ormai voglia dire solo e soltato facebook.

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  • bclaudio

    E’ nella natura dei social network essere facilmente bloccabili e sorvegliabili.
    Già oggi l’Italia ha tutti gli strumenti per estromettere singoli domini esteri dalla rete interna.
    A quanto s’é detto in giro il grosso delle organizzazioni hanno sfruttato altri mezzi come mail e sms. La loro natura destrutturata hanno costretto il governo a misure ancora più coercitive come lo spegnimento di interi sistemi per cercare di fermare le proteste.

  • heilandstark

    Si tratta di un articolo o di un publiredazionale sui “Social Network”? Non capisco poi nemmeno il tono del commento di maxvader.
    Le rivoluzioni si fanno e si son sempre fatte grazie alla comunicazione spontanea tra individui che utilizzano gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia per scambiarsi informazioni.
    Come poi è ben noto qualsiasi scambio d’informazioni che avvenga attraverso un medium di qualsivoglia natura subisce per definizione una trascrizione e di fatto una modificazione.
    In Italia, per esempio, nonostante l’accesso al’informazione sia libero e praticamente gratuito le reti sociali non servo ad altro che a darsi appuntamento e a sbirciare le vicende altrui. In un paese come il nostro dove una rivoluzione avrebbe dovuto nascere spontanea già anni orsono, i media (non le TV del presidente, ma tutti i media Italiani) sono stati incapaci di lanciare un dialogo costruttivo e d’innescare quella scintilla che avrebbe potuto permettere al paese di non soccombere alla propria mediocrità.

  • maxvader

    @heilandstark direi che noi siamo nella stessa situazione, dato che nemmeno io ho capito molto il tuo intervento.
    Si tratta di un articolo prettamente a tema tecnologico e tale è stato il mio intervento.
    Sempre da un punto di vista tecnologico volevo fare il punto sul fatto che nonostante la vastità di internet e le sue infinite possibilità (di fatto ha continuato a funzionare senza collegamenti verso l’esterno) oramai per quasi tutti internert è solo e soltanto facebook (e un po’ twitter).
    Se ci impensierisce il fatto che quasi tutte le tv e i giornali in Italia sono della stessa persona dovremmo rabbrividire di fronte all’idea che in tutta internet oramai conta un solo sito, che tra l’altro possiede buona parte dei nostri dati personali.
    Che basta spegnerlo per accecarci e modificarlo per ingannarci.
    Questo volevo dire.
    Poi giusto per rispondere, non penso che i media, per loro natura, possano dialogare con qualcuno, possono solo trasmettere. Facebook è pericoloso perché permette di dialogare.

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  • heilandstark

    @maxvader
    il tema tecnologico si ferma là dove si inizia a dare troppa importanza alla rilevanza sociale di un sito tralasciando le caratteristiche tecnologiche a vantaggio di una semplice descrizione delle funzionalità. Sul fatto che Facebook abbia assunto un’importanza immensa purtroppo non c’è assolutamente da stupirsi. L’utilizzatore medio non ha pensato un solo secondo a svendere le proprie informazioni personali, cominciando dalla propria faccia, in cambio di servizi che erano già disponibili e che prima non permettevano una deriva cosi’ deprimente verso il voyeurismo e il pettegolezzo da pianerottolo.
    Spegnerlo, come spegnere le TV, sarebbe una liberazione sempre che si sia pronti a vedere 600 milioni di emeriti internauti privati del loro passatempo quotidiano. Ci si troverebbe difronte allora ad un ben più grave problema.
    heilandstark.wordpress.com

  • giusbill

    Per superare gli “spegnimenti” di Internet si sta cercando di mettere in piedi una rete low-cost dove ciascun nodo può garantire la continuità delle comunicazioni: http://www.openmeshproject.org/