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  • Cultura
  • venerdì 11 febbraio 2011

Che cosa vuole la tecnologia?

di Kevin Kelly

Uscirà a fine febbraio per Codice Edizioni «Quello che vuole la tecnologia», il nuovo libro di Kevin Kelly, fondatore di Wired; ve ne proponiamo cinque pagine in anteprima

«Riconosco che il mio rapporto con la tecnologia è pieno di contraddizioni. E sospetto che anche voi ne abbiate di simili»

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La mia domanda

Per gran parte della mia vita ho posseduto molto poco. Dopo aver lasciato il college, per quasi dieci anni ho vagato per località sperdute dell’Asia in scarpe da ginnastica e jeans sdruciti, con tantissimo tempo a disposizione e niente denaro. Le città che frequentavo erano ricolme di ricchezze medievali, le terre che attraversavo erano governate da antiche tradizioni agricole. Quando mi capitava di toccare un oggetto, questo era quasi sempre fatto di legno, fibre naturali o pietra. Mangiavo con le mani, percorrevo a piedi valli di montagna, dormivo ovunque. Portavo con me pochissime cose: un sacco a pelo, un cambio d’abiti, un coltellino tascabile e alcune macchine fotografiche. Vivendo a  contatto con la terra sperimentavo quell’immediatezza che si rivela quando viene rimossa la barriera della tecnologia. Pativo il freddo, più sovente il caldo, mi ritrovavo bagnato fradicio, ero mangiato vivo dagli insetti, e mi sintonizzavo con il ritmo dei giorni e delle stagioni. Il tempo non mi mancava.

Dopo otto anni trascorsi in Asia, tornai negli Stati Uniti. Vendetti quel poco che avevo e comprai una bicicletta, con cui percorsi per ottomila chilometri il continente americano, da costa a costa. Il momento topico fu essere ammesso nell’ordinata comunità agricola degli amish, nella Pennsylvania orientale. Le comunità amish erano quanto di più vicino potessi trovare, in questo continente, alla condizione di “minimi termini tecnologici” che avevo sperimentato in Asia. Ammiravo gli amish per le loro scelte rigorose in fatto di beni materiali posseduti. Le loro case disadorne erano nuclei squadrati di appagamento. Sentivo la mia vita, libera da ogni tecnologia superflua, correre in sintonia con la loro, ed ero intenzionato a mantenere al minimo il mio livello tecnologico. Giunsi alla costa est senza possedere nient’altro all’infuori della mia bicicletta. Essendo cresciuto nelle periferie del New Jersey negli anni Cinquanta e Sessanta, ero stato sempre circondato dalla tecnologia. Fino ai miei dieci anni, però, la mia famiglia non possedeva un televisore, e quando arrivò in casa nostra non provai alcuna particolare attrazione. Vedevo cosa stava facendo ai miei amici. La tecnologia televisiva ha la notevole capacità di chiamare a raduno le persone in determinati momenti, e poi incantarle per ore. Le sue pubblicità dicono loro di acquistare sempre più prodotti tecnologici; e loro ubbidiscono. Notavo che anche altre tecnologie impositive, come l’automobile, sembravano essere in grado di indurre la gente all’asservimento, spingendo all’acquisto di ulteriori tecnologie (autostrade, cinema drive in, fast food). Volevo che la tecnologia non entrasse a far parte della mia vita, se non il minimo indispensabile.

Da ragazzino facevo fatica a sentire la mia stessa voce, e mi pareva che le voci autentiche dei miei amici fossero soffocate dal frastuono prodotto dalla tecnologia che comunicava con se stessa. Meno avessi preso parte alla logica circolare della tecnologia, più lineare sarebbe potuta essere la mia traiettoria. Quando il mio viaggio in bicicletta terminò avevo ventisette anni. Mi fermai in un appezzamento di terra, economico e fuori mano, nell’interno dello stato di New York, pieno di boschi e senza alcun piano regolatore. Con un amico tagliai degli alberi di quercia, e con le travi lavorate a mano costruimmo una casa. Inchiodammo una a una le assi di cedro sul tetto. Ricordo perfettamente come trascinammo centinaia di pietre pesantissime per erigere un muro di sostegno, che il torrente in piena butto giù più di una volta. Spostai quelle maledette pietre con le mie mani a più riprese, e con altre pietre ancora costruimmo un gigantesco focolare. Malgrado il duro lavoro, le pietre e le travi di quercia mi riempivano dello stesso senso di appagamento provato dagli amish.

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