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Il “cablegate” Wikileaks: una guida

di Francesco Costa

Di cosa parliamo, cosa c'è di nuovo, cosa è importante e cosa no (sull'Italia briciole, per ora)

Ieri pomeriggio New York Times, Guardian, Spiegel, Le Monde ed El País hanno pubblicato diversi articoli sul contenuto di rapporti diplomatici statunitensi consegnati loro da Wikileaks. Poche ore dopo il sito di Wikileaks ha cominciato a pubblicare a scaglioni l’intera mole dei documenti: sono 251.287 “embassy cables”, al momento – lunedì alle 15 – ne sono stati messi online appena 243, in aggiornamento continuo.

Di cosa parliamo
Gli “embassy cables” o “diplomatic cables” sono rapporti ufficiali scritti da funzionari e ambasciatori facenti capo al dipartimento di Stato americano, aventi come oggetto le interazioni tra funzionari americani o tra questi e ambasciatori o funzionari di governi stranieri. Ogni rapporto contiene un riassunto iniziale e poi i dettagli su determinati eventi o incontri. Fanno il giro delle agenzie governative, delle ambasciate e dei ministeri, ciascun documento secondo il suo livello di riservatezza, e servono a informare l’apparato diplomatico americano a Washington e in giro per il mondo sull’evoluzione degli scenari politici globali. Ogni rapporto è contrassegnato da una sigla che indica il grado di riservatezza. Sul sito di Wikileaks è possibile scorrere i file secondo il loro grado di riservatezza, il loro paese d’origine, il loro argomento, eccetera. 15 mila sono “segreti”, 101 mila “confidenziali” e 133 mila “non riservati”. Il paese più trattato – con oltre 15 mila documenti – è l’Iraq. Un altro database – ordinato per persone e paesi – è disponibile sul sito del Guardian.

Cosa c’è nei rapporti
I documenti diffusi da Wikileaks coprono un raggio temporale che va dal 1966 ai giorni nostri, ma la maggior parte dei rapporti è relativa a fatti e incontri degli ultimi sei anni. Come hanno sintetizzato in molti, tra ieri e oggi, raccontano il mondo visto con gli occhi della diplomazia americana. Ne propongono giudizi e opinioni su praticamente qualsiasi tema dell’agenda politica internazionale, su governi e capi di stato, sui loro rapporti e sulle loro alleanze – e lo fanno in modo molto poco diplomatico, col tono diretto che è proprio di documentazioni riservate, scritte come se nessuno potesse leggerle all’infuori di chi lavora nella diplomazia statunitense. Nel fare tutto questo, propongono anche giudizi e opinioni di altri paesi, di altri ambasciatori: portano alla luce alcuni fatti nuovi e diversi nuovi dettagli su fatti già noti. Detto che ci vorrà del tempo per spulciare tutto per bene, questo è quel che sappiamo finora.

Cosa c’è di nuovo
Le storie davvero significative per il momento sembrano tre. La prima è il programma del dipartimento di Stato americano volto a controllare e spiare i vertici delle Nazioni Unite, incluso il segretario generale Ban Ki-Moon e i rappresentanti dei paesi con seggi permanenti al Consiglio di sicurezza, Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna. Hillary Clinton – e prima di lei Condoleeza Rice – ha chiesto ai funzionari del dipartimento di Stato di reperire password e chiavi crittografate usate dagli alti funzionari delle Nazioni Unite, sia in privato che nelle loro comunicazioni ufficiali, e dettagliate informazioni biometriche. Inoltre, chiedeva di conoscere “i metodi di gestione” di Ban Ki-Moon e “la sua influenza nella segreteria”. Per dati biometrici, precisa un’altra direttiva, si intendono DNA, impronte digitali e scansioni dell’iride. Washington voleva anche numeri delle carte credito, indirizzi email, numeri di telefono, fax e cercapersone.

La seconda storia è il grande nervosismo dei paesi arabi nei confronti dell’Iran, con tanto di ripetute richieste agli Stati Uniti di intervenire militarmente per fermare il programma nucleare. Che tra i governi del mondo arabo ci fosse un diffuso malessere nei confronti del protagonismo iraniano è cosa nota da tempo, ma i documenti diffusi da Wikileaks mostrano come il re dell’Arabia Saudita abbia più volte chiesto agli Stati Uniti di attaccare l’Iran e distruggere le sue centrali nucleari. La stessa cosa è stata chiesta più volte dalla Giordania e dal Bahrein, mentre l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno definito l’Iran “maligno”, una “minaccia per la nostra esistenza”, un paese che “ci porterà in guerra”.

La terza storia è l’acquisto da parte dell’Iran di una batteria di missili dalla Corea del Nord. Per quanto i rapporti di collaborazione tra Teheran e Pyongyang fossero noti da tempo, la maggior parte degli esperti pensava che la Corea del Nord vendesse in Iran soltanto alcuni pezzi per la costruzione di armi e non i missili interi. I rapporti diffusi da Wikileaks mostrano invece che secondo l’intelligence americana l’Iran è in possesso di una batteria di sofisticati missili a lunga gittata, in grado di trasportare testate nucleari e capaci di colpire qualsiasi capitale dell’Europa occidentale.

Dettagli su cose che sapevamo
Ci sono le discussioni nella diplomazia americana sulla possibilità di un collasso della Corea del Nord durante la successione a Kim Jong-Il e quindi di una riunificazione con la Corea del Sud. Ci sono le contrattazioni degli Stati Uniti con i paesi alleati sullo smaltimento dei prigionieri di Guantanamo, con un mercanteggiare da film: alla Slovenia fu chiesto di prendere un prigioniero in cambio di un incontro con Obama, all’isola di Kiribati furono offerti milioni di dollari in “incentivi” per prenderne altri, al Belgio fu suggerito che accettare dei prigionieri avrebbe consentito una maggiore rilevanza in Europa. Ci sono i racconti sulla corruzione nel governo afghano e i dettagli sul ruolo del governo cinese nell’attacco hacker a Google dell’anno scorso. Le prove sul fatto che i ricchi miliardari sauditi rimangono i maggiori finanziatori del terrorismo internazionale, e la Siria continua a passare armi a Hezbollah. I tentativi degli Stati Uniti di controllare la produzione di uranio arricchito in Pakistan.

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