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  • sabato 23 ottobre 2010

Che cosa c’è nei documenti di WikiLeaks

di Emanuele Menietti

Torture, stragi di civili, morti innocenti ai posti di blocco nelle prime ricostruzioni giornalistiche sui 400 mila documenti iracheni

Il New York Times, il britannico Guardian, l’emittente araba Al-Jazeera e altre testate hanno iniziato a pubblicare ieri sera sui loro siti una selezione degli oltre 400 mila documenti sulla guerra in Iraq forniti da WikiLeaks. La sterminata documentazione racconta efficacemente il conflitto, dimostrando come in numerose occasioni i responsabili dell’esercito americano abbiano preferito non indagare su diverse centinaia di rapporti di abusi, torture, stupri e in alcuni casi omicidi da parte della polizia irachena e degli stessi soldati al fronte. Queste sono le storie principali raccontate in queste prime ore.

1. Vittime civili
I documenti di WikiLeaks consentono di scoprire che le vittime dovute al conflitto sarebbero state fino a ora almeno 109 mila, oltre 60mila civili, nonostante le autorità statunitensi e britanniche abbiano da sempre affermato di non avere un bilancio preciso sulle morti dei civili riconducibili al conflitto. Stando ai documenti, alcune giornate hanno visto la morte di centinaia di civili: il 31 agosto del 2005 a Bagdad morirono almeno 950 persone in seguito alla fuga disordinata su un ponte di una folla di persone prese dal panico in seguito ad alcuni attacchi con armi ed esplosivi; altre 500 persone sono morte il 14 agosto del 2007 in un’area rurale vicino al confine con la Siria a causa di alcune autobombe. Nel dicembre del 2006, uno dei mesi più sanguinosi del conflitto, sono morti 3.800 civili in seguito alle azioni di alcuni gruppi settari iracheni.

2. Attacchi in elicottero
In numerose occasioni i soldati statunitensi hanno causato la morte di civili a causa di errori di valutazione o di azioni poco coordinate. In almeno quattro casi alcuni civili sono stati uccisi dagli elicotteri utilizzati dall’esercito delle forze d’invasione. L’episodio più sanguinoso si è verificato il 16 luglio del 2007: un elicottero Apache stava offrendo copertura a un gruppo di soldati attaccati dal fuoco nemico di alcuni ribelli. L’equipaggio sull’elicottero decide di aprire il fuoco e nell’operazione vengono uccisi 12 ribelli e 14 civili. Nel febbraio 2007, l’equipaggio di un altro Apache ha aperto il fuoco contro due uomini intenti a utilizzare un mortaio. I due avrebbero però lanciato chiari segnali di resa verso l’elicottero. Ma secondo i legali del Pentagono: «Non ci si può arrendere a un elicottero e si trattava comunque di obiettivi validi». In altri casi, però, gli Apache non hanno aperto il fuoco contro i ribelli che avevano segnalato la loro resa, smentendo questa spiegazione.

3. Incomprensioni letali
In molti casi le incomprensioni ai posti di blocco si sono rivelate letali per i civili. Nel luglio del 2005 un’auto non ha dato segno di rallentare la propria corsa in prossimità di un checkpoint gestito da alcuni Marine, che hanno così aperto il fuoco. Sull’automobile viaggiava una donna, rimasta uccisa, con il proprio marito e le sue tre figlie rimasti gravemente feriti. Anche il linguaggio dei gesti non aiuta: il segnale di stop con la mano non viene sempre compreso dai civili, che proseguono così la loro corsa in auto finendo sotto il fuoco dei soldati. Spesso mancano gli interpreti e così i sopravvissuti non ricevono alcuna spiegazione su quanto accaduto e sulla perdita dei loro amici e familiari ai checkpoint. Un cecchino statunitense nel 2006 uccise un iracheno sospetto vestito con una tuta, scoprendo poi di aver ucciso l’interprete di un plotone dell’esercito.

Informazioni errate e incomprensioni portarono anche alla morte di Nicola Calipari, l’agente segreto italiano che collaborò alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, come testimoniano i rapporti pubblicati da WikiLeaks. I soldati statunitensi avrebbero iniziato a sospettare della vettura sulla quale viaggiavano gli italiani diretti verso l’aeroporto di Bagdad in seguito agli elementi raccolti nell’interrogatorio di Sheik Husain, un ex leader di una cellula terroristica di Al Qaida a Bagdad responsabile di buona parte dei rapimenti di stranieri in Iraq. L’uomo dichiarò che nell’auto era stato collocato dell’esplosivo, da qui la scelta dei soldati al checkpoint di fermare il veicolo. Nel documento si parla, però, di una Chevrolet di colore blu, mentre l’auto su cui viaggiavano Calipari e Sgrena era una Toyota Corolla di colore bianco. Un particolare da chiarire, che dimostra quanto il caso della morte di Calipari sia ancora lontano dall’essere risolto.

4. Torture
Nelle centinaia di migliaia di documenti svelati da WikiLeaks compaiono numerosi rapporti su casi di tortura da parte delle forze irachene sui quali le autorità statunitensi e britanniche hanno preferito soprassedere. I referti medici parlano di prigionieri incatenati, bendati per lungo tempo, appesi per i polsi o le caviglie e sottoposti a frustate, pugni, calci o elettroshock. In almeno sei casi i detenuti sarebbero deceduti a causa delle torture subite. Lo scorso dicembre, le forze statunitensi sono entrate in possesso di un video che mostra l’esecuzione di un prigioniero da parte di alcuni soldati iracheni a Tal Afar, nell’area settentrionale dell’Iraq. Nel video si vedono alcuni soldati che parlano tra di loro, mentre un paio di soldati trattengono il prigioniero che ha le mani legate. L’uomo viene poi portato in strada, spinto a terra, malmenato e infine ucciso.

Il rapporto di un medico statunitense nell’agosto del 2009 dimostra come un prigioniero sia deceduto a causa delle torture subite e non suicidandosi come sostenuto dalla polizia irachena: sul cadavere erano evidenti bruciature e ferite alla testa, alle braccia, all’addome e sulle gambe. Un altro detenuto morto nel dicembre del 2008 ufficialmente per insufficienza renale, aveva in realtà alcune cicatrici dovute a «procedure chirurgiche non meglio identificate».

Questi episodi non sono stati approfonditi dalle autorità statunitensi o britanniche, che bollano simili casi con un «Non è necessaria alcuna indagine». Le forze della coalizione non se ne occupano, lasciano alle autorità irachene l’onere della verifica, e approfondiscono solamente i casi che coinvolgono anche i soldati statunitensi e britannici.

5. Corruzione e giustizia sommaria
Soldati e poliziotti iracheni si rendono autori di rappresaglie ed estorsioni rimanendo sostanzialmente impuniti, con le forze di occupazione che fanno finta di non vedere. Nei documenti diffusi da WikiLeaks ci sono numerose testimonianze in merito. Per vendicare la morte di un soldato iracheno, il suo battaglione ha isolato una trentina di persone sospette e le ha malmenate provocando anche ferite gravi. In un’altra occasione nel gennaio del 2007 a Falluja la polizia irachena ha trovato un sospettato di tentato omicidio in un ospedale. L’uomo, ferito a una gamba, è stato trascinato fuori dall’edificio e malmenato nel parcheggio dell’ospedale per poi essere abbandonato in un ufficio della struttura.

Molti poliziotti e soldati commettono crimini per tornaconto personale o per motivi politici. Un poliziotto torturava i propri prigionieri per ottenere dai loro familiari del denaro per arrestare le torture. Un altro si faceva corrompere per consentire a chi lo voleva di farsi giustizia da solo entrando nella stazione di polizia per accanirsi contro i prigionieri.

L’impunità tra i soldati iracheni è la norma anche nei casi più gravi. Nel giugno del 2007 un prigioniero fu torturato da tre agenti, che utilizzarono degli acidi sulle sue mani e gli amputarono alcune dita. L’uomo fu poi ricoverato nell’ospedale di Mosul con gravi ferite, a tal punto che i medici furono costretti ad amputargli una gamba fino al ginocchio, alcune dita dai piedi e alcune dita di entrambe le mani. La polizia di Mosul avviò un’indagine contro i tre agenti cui non seguì alcun tipo di provvedimento. Una volta dimesso, del prigioniero si persero le tracce.

6. Fermare le torture
I rapporti e i documenti di WikiLeaks dimostrano comunque come singoli esponenti delle forze di coalizione abbiano cercato in più di una occasione di vigilare sulle attività dei soldati iracheni, limitando se possibile l’utilizzo di metodi brutali e violenti per gli interrogatori. Il piano di transizione delle responsabilità prevede, del resto, l’affiancamento di soldati britannici e statunitensi alle forze locali. Il problema è che, in molti casi, gli esponenti delle forze di invasione possono solo fare rapporto e raramente ottengono l’autorizzazione dai comandi per avviare indagini più approfondite, che potrebbero portare a sanzioni e provvedimenti contro gli autori delle violenze.

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